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domenica 26 gennaio 2020

Recensione n°9: Il Caffè delle Rose, forse il lavoro più prezioso di Piero Grima – di Mauro Ragosta

             E mentre nel capoluogo salentino trionfano in particolar modo la narrativa e la saggistica orientate all’esaltazione degli esercizi erotico-sessuali, in tutte le salse, e dall’altra quelli pedagogici sui rimedi per le anime smarrite, perse, Il Caffè delle Rose di Piero Grima, originario di Bari, ma leccese di fatto, declina, in sartriana prospettiva, la condizione umana, quella di sempre, quella irrimediabilmente sempre uguale a se stessa.
   
 
             E’ un racconto, quello di Grima, Il Caffè delle Rose appunto, orfano del tempo, infatti. In nessuna parte del testo è possibile rintracciare quale sia il momento storico in cui si muovono i suoi personaggi. Assente si presenta non solo qualsiasi datazione, ma anche eventuali ed utili indizi tecnologici o riguardanti la moda e quant’altro, che possano riportare ad un tempo. E persino il bel volume edito da Salento Books di Nardò (titolare anche del marchio Besa) è avaro di riferimenti temporali circa la sua pubblicazione, che si riescono ad intercettare nel primo risvolto, con caratteri vicini al microscopico, in cui a malapena si riesce a leggere: 7/2018. Ma c’è di più. Non avendo un tempo, il racconto di Grima pare privo addirittura di un principio e di una fine.
            Per di più, anche le coordinate spaziali del racconto paiono ignote, prossime al mistero. Da alcuni indizi si intravede che i luoghi del racconto, con molta probabilità, siano in Italia, ma non si riesce a capire se al Sud o al Nord, e nello specifico se nel fiorentino o nel Salento. L’unica cosa che si sa è che tutte le scene del racconto si sviluppano in un piccolo centro abitato, dove però non sono assenti figure tipiche della città.
            Ed ecco che, mancante di spazio e di tempo, il racconto di Grima rimane sospeso, e come sospeso, senza perché, aleggia in questo il dolore della vita e per la vita. D’altro canto, Piero Grima, da attento osservatore coglie, in ciò, soprattutto la sospensione del popolo italiano, che dimentico del suo passato, galleggia, rimane in bilico in un presente, che proprio per questo è privo di un reale senso.
            E' dunque, in questo scenario sconosciuto, metareale, che Grima, con sapiente e raffinata scrittura, per nulla riconducibile alla tradizione salentina, né alle sue alchimie contemporanee, narra le vicende di Geremia, la figura principale e portante, e dei suoi compagni di viaggio, sotto il profilo esistenziale, dove tutti si muovono attorno al Caffè delle Rose, che, a dire dell’autore, esiste nella realtà.
            Se questo lavoro di Grima si dovesse paragonare ad un brano musicale, non si farebbe fatica ad accostarlo ad Adagio For Strings di Samuel Barber. Il Caffè delle Rose offre una lettura che scorre veloce sino alla fine, perché terribilmente affascinante e, allo stesso tempo, decisamente melanconica, senza mai tracimare, tuttavia, nella tristezza. E ciò possibile, in parte per lo stile letterario che utilizza qui il Nostro Grima, decisamente sapiente e che, in ogni caso, si richiama ai più noti scrittori francesi ed americani dei primi decenni del Novecento, in parte perché dietro ogni soggetto del racconto si cela una parte del lettore, di noi. Ma Grima va oltre, e, nel suo Il Caffè delle Rose, lascia intravedere, sebbene solo all’occhio attento e all’intelletto raffinato e colto, i grandi e sconosciuti meccanismi portanti del Mondo Occidentale, peraltro riassunti, qui e lì, in poche battute, favorendo il più delle volte, una speculazione che con facilità porta a trascenderli.
            Le varie vicende nelle quali si muovono Geremia e i suoi “compagni” non vengono mai trattate come il risultato del gioco della vita. Il gioco, infatti, è questione ludica, infantile, al massimo, adolescenziale. La loro prospettiva invece, è quella dello scherzo, attinente questo al mondo degli adulti, che ha all’interno non solo il comico, ma anche il tragico.
            Al di là di ciò, Piero Grima è uomo con simpatie sinistrorse, che pur trasudando nella narrazione de Il caffè delle Rose, questa tuttavia trascende la colorazione politica tout court, per entrare in una visione della società, o forse meglio dire dell’umanità, dove la realtà, una volta tradotte tutte le metafore e le allegorie, appare per quella che è, e dove l’unico rimedio possibile pare ritrovarsi all’interno anziché all’esterno. Potrebbe arguirsi che il racconto di Grima sia quello dei nostri tempi, nei quali, in maniera oltremodo evidente, ci si aggira in una società oramai mancante di un perimetro ed in cui è assente qualsiasi perno, dove l’unica spiaggia cui approdare pare essere se stessi.
            Tra i volumi pubblicati dall’editoria salentina, questo lavoro di Grima si accosta facilmente a quello pubblicato da Musicaos e scritto da Lea Barletti (recensito da Maison Ragosta in luglio dello scorso anno). Due lavori, insomma, di altissima qualità culturale e letteraria, nello specifico, destinati ad un pubblico particolarmente esigente, capace di cogliere le delicatezze e le nuances pastellate, che questi due autori offrono e sanno produrre con eloquente destrezza.
            E per concludere, sebbene superfluo, Il Caffè delle Rose -il cui valore non è una questione casuale, ma frutto di diuturni esercizi di riflessione, studio e pratica scrittoria-  è uno dei tantissimi lavori di Piero Grima, pubblicati durante il corso della sua lunga ed intensa vita, trascorsa negli anni degli studi universitari tra Bari, Firenze e Parigi, e per il resto nel capoluogo salentino, dove s’è intrattenuto come medico.

Mauro Ragosta

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