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venerdì 6 dicembre 2019

Dalla Seconda alla Terza Repubblica (parte diciassettesima): La Sicurezza tra dinamiche e gestione della società……verso il futuro – di Massimiliano Lorenzo




Per una disamina dell’Italia di ieri e di oggi, quella che ha attraversato in meno di un secolo due repubbliche ed è da poco entrata nella terza, risulta utile soffermarsi sugli aspetti che riguardano il controllo più puntuale nei processi di gestione della popolazione, attraverso gli organi di pubblica sicurezza. Dopo le leggi speciali degli anni ’70, assistiamo oggi ai due decreti sicurezza di Matteo Salvini. Cosa possono significare per la democrazia? Quali tratti prenderà la democrazia? E qui è utile, sia pur brevemente, dare uno sguardo al nostro passato, relativamente recente, per capire meglio l’attuale situazione, e magari, cercare di ipotizzare uno scenario futuro.
Della nostra Italia, segnata dal terrorismo rosso e nero, dai tentativi di golpe bianchi, c’è chi ne parla come un laboratorio utile ad acquisire informazioni e metodi per il contrasto di determinate pratiche di lotta politica, guardando ovviamente anche al più ampio scenario internazionale. Ma davvero le indicazioni emergenti da tali pratiche hanno offerto una serie di indicazioni solo in ambito esclusivamente politico, oppure queste presentano una valenza anche in prospettive più spiccatamente sociali?
A tal riguardo, va subito evidenziato che, come per la lotta alla mafia così per quella al terrorismo, i legislatori della Prima Repubblica hanno provveduto ad emanare norme particolari per il loro contrasto. Due di queste due vengono finanche definite “speciali”, ovvero fortemente limitanti i principi di libertà e democrazia. Ci si riferisce alla Legge Reale del 1975 e quella di Cossiga “il picconatore” del 1980. Se con la prima venne estesa la possibilità dell’uso delle armi per evitare stragi o attentati, ovvero per questioni di gravi turbamenti all’ordine pubblico, e perquisizioni senza mandato per sospetti di possesso d’armi; quella del “picconatore”, appesantì la Legge Reale e venne spesso utilizzata nei confronti di manifestanti e oppositori alla politica dominante. Una legge cosiddetta speciale la troviamo anche in tempi più recenti, della Seconda Repubblica, adeguata anche alle nuove tecnologie. Infatti, la Legge Pisanu del 2005, tra le altre cose, ha conferito il potere alle forze dell’ordine di controllare, oltre al traffico telefonico, anche quello telematico. Se è vero che queste tre leggi hanno avuto i natali per questioni di terrorismo, la loro applicazione non si è certamente limitata esclusivamente in tale ambito.
Da tutto questo, venendo ai giorni nostri e restando sul tema dei provvedimenti speciali, in poco più di un anno, l’ex ministro degli Interni Matteo Salvini ha varato decreti, poi tradotti in legge, che, seppur dando indicazioni generali in materia di sicurezza già nella loro denominazione lasciano intravedere segnali forti sul tipo di ripercussione, derivante da un loro sviluppo più specifico ed articolato. Si fa ovviamente riferimento ai due Decreti Sicurezza, che sono passati alla cronaca soprattutto per la loro utilità per la lotta alla criminalizzazione e per la migliore gestione della questione immigrazione, ma che, per altro verso, contengono articoli atti ad incidere direttamente sul comune cittadino, e, nello specifico, a quelle fasce sociali che appartengono ai “facinorosi di sinistra”, dei “centri sociali” e tutti coloro che abbracciano pratiche di manifestazione esplicita del dissenso. Infatti, nel primo e nel secondo decreto salviniano troviamo norme riguardanti sgomberi forzati di luoghi occupati, utilizzo di taser per la polizia locale, il reato di blocco stradale (sic! guarda un po’ è qualcosa che si verifica costantemente durante le manifestazioni di piazza). Ed ancora, maggiore tutela e libertà d’azione per le forze dell’ordine, aggravanti per resistenza a pubblico ufficiale. Peraltro, entrambi i decreti concentrano certi processi decisionali nella persona del ministro degli Interni.
Da altra angolazione, viviamo nel tempo della tecnologia, che si connota per l’applicazione dell’informatica in ogni aspetto della nostra vita e, da qui, è facile intravedere che in tema di controllo della popolazione, questa venga utilizzata in maniera più o meno esplicita. Ed ecco che, appare facile intuire, che questa nuova e nostra società si connoterà sempre più come “aperta” alla possibilità di controllo e gestione delle sue dinamiche, sia esse di natura politica, sia esse di natura prettamente sociale, rispetto alle quali è prevedibile un’evoluzione sempre più sublimata dei processi comunicativi.
Massimiliano Lorenzo

sabato 26 ottobre 2019

Dalla Seconda alla Terza Repubblica (parte sedicesima): La corruzione: fenomeno individuale o sistema organizzato? - di Massimiliano Lorenzo

Diversi sono gli aspetti critici dell’attuale scenario politico, che vanno dalla sinistra alla destra. Un elemento è però comune, trasversale e assieme profondamente radicato, culturalizzato, per certi aspetti scontato nel sistema politico italiano, a tutti i livelli,  e al punto che non si dovrebbe inquadralo come fenomeno di tipo individuale, ma come un sistema organizzato e studiato premeditatamente, risultando di fatto uno strumento ordinario della Classe Dirigente per sottrarre in maniera scientifica risorse sociali, e, per certi aspetti, “purificare” il sottostante sistema economico, al fine di conferirgli quella tensione, che permette la governabilità. E quest’elemento è la corruzione, proposta al cittadino italiano dai media, in pillole, a pioggia e in maniera costante, rispetto alla quale con ovvia difficoltà il cittadino stesso non riesce a costruire un quadro di sintesi, se non con motivazioni banali e non del tutto convincenti. Insomma, il cittadino italiano non si spiega la corruzione se non nell’ambito del vizio o della sete di danaro, quando invece le motivazioni potrebbero essere più strategiche, economiche, di ordine sociale, di gestibilità del cittadino. Ma andiamo alla questio nel dettaglio.
Quando all’estero parlano del Bel Paese e guardano al nostro sistema, spesso balza alla mente proprio la corruzione e il clientelismo che legano politica, industria banche e mafie. Non passa giorno che dalle cronache dei media nostrani non venga fuori un nuovo caso di corruzione in questo o quel settore, o non venga pronunciata una sentenza su procedimenti a carico di politici, rappresentanti della pubblica amministrazione coinvolti direttamente (o indirettamente) in casi di clientelismo.
Sin dalla prima Repubblica è stata un’attività che ha coinvolto i partiti italiani, intenti a “rubare” soldi pubblici, attraverso, per esempio, favoritismi in gare d’appalto per amici o gente di potere, incarichi milionari e quantaltro. Come lo stesso Bettino Craxi spiegò, nel suo ultimo discorso alla Camera dei Deputati del 23 aprile 1993, tutti i partiti si servivano di tangenti per l’autofinanziamento, perché alle organizzazioni partitiche non erano sufficienti i trasferimenti statali. Le varie sacche di clientelismo, le varie migliaia di voti comprati e la corruzione nella pubblica amministrazione, servivano, insomma, solo per una più larga e capillare attività di partito. Di fatto Craxi mise in evidenza che la corruzione era un sistema che garantiva alla politica una certa autonomia e forza rispetto ad altre agenzie di potere. Ed oggi invece il sistema e lo strumento della corruzione a cosa serve, dal momento che le Repubbliche scorrono e lei rimane là ferma, inespugnabile, nonostante le lusinghe dei pentastellati, che cavalcano un “cavallo sicuro” che garantisce voti, dal momento che la corruzione non verrà mai estirpata in Italia, e ciò almeno per i prossimi cento anni. Ma poi, la corruzione è nata con lo Stato e con lo Stato probabilmente si dissolverà. Insomma è l’altra faccia della medaglia dello Stato.
Nel parlare di corruzione, tangenti e clientelismo in Italia, non si può certamente tralasciare la prima grande inchiesta con la quale la magistratura scoperchiò il vaso di Pandora circa gli illeciti perpetuati sino al 1992. Fu uno dei procedimenti che annientò tutta, o quasi, l’intera classe politica della prima Repubblica, e che diede i natali alla seconda fase della Repubblica italiana. Quei legami di corruttela e clientelismo tra politici e imprenditoria divennero una questione tutta politica, e venne utilizzata sin da subito da coloro che scamparono alla scure dei magistrati o presero il posto dei politici annientati, per la costruzione di un nuovo consenso elettorale. Insomma, già agli albori della Seconda Repubblica i nuovi politi facevano né più né meno di quello che facevano i corrotti o i corruttori della Prima Repubblica. Uno su tutti fece tesoro di quell’inchiesta, da lui stesso condotta, per entrare in politica e in Parlamento: l’ex magistrato di Mani Pulite Antonio Di Pietro. Di Pietro sfruttò la sua immagine di ex magistrato “purificatore” della politica italiana, come oggi i seguaci dei Casaleggio, per convincere i cittadini italiani a votare lui e il suo partito Italia dei Valori. Dall’altra ancora, per esempio, si pensi alla svendita dell’IRI che portò a trasferire dallo Stato al capitalismo italiano la fetta più importante del sistema produttivo nazionale, richiedendo a questo un sacrificio quasi inesistente, formale insomma.
Ed anche nella Terza Repubblica i partiti hanno continuato e continuano a farsi corrompere o a corrompere, un’attività che sposta miliardi di euro dalle casse pubbliche alle tasche di potentati economico-finanziari. E però, da questo tipo di corruzione ne sono, in un certo qual senso, apparentemente esclusi i Pentastellati, perché di fatto costituiscono il partito personale dei Casaleggio, i quali, anche attraverso l’opera attoriale di un comico, incidono direttamente e personalmente sul sistema legislativo italiano secondo le loro necessità. Ad ogni modo, di fatto la corruzione sottrae risorse importantissime, miliardarie, al sistema economico nazionale e soprattutto alle classi subalterne, che rimangono di fatto costantemente, economicamente e perfettamente “sottoscacco”. Sarà forse questo il motivo ultimo della corruzione? E’ totalmente insensato, d’altro canto pensare che la corruzione si perpetui per questioni di lucro o arricchimento per la classe dirigente, di fatto essendo questa in possesso di tutta la ricchezza e tutto il potere nazionale. Appare più logico pensare invece, in ciò assistiti da una certa manualistica economica e politica, che il travaso di capitali dal pubblico al privato abbia più ragioni legate al governo del territorio, e solo in minima parte, quasi irrilevante e poco strategica, legate a logiche di arricchimento. D’altro canto, in Italia si combatte sempre più l’evasione fiscale, sulla quale si è costruito un regime poliziesco, ma poco o quasi nulla s’è fatto sul fronte della corruzione, che brucia miliardi, rispetto ai quali le cifre dell’evasione si presentano e si ammantano di ridicolo.
Per concludere, se nella Prima Repubblica la corruzione era uno strumento della politica, per assicurarle forza ed autonomia rispetto soprattutto al capitalismo ed ai capitalisti, oggi questa appare uno strumento dei capitalisti per perseguire certi principi economici, ben conosciuti da certa classe dirigente, necessari al governo del popolo e alla gestione del territorio.
Massimiliano Lorenzo


mercoledì 16 ottobre 2019

Dalla Seconda alla Terza Repubblica (parte quindicesima): Alcuni aspetti del processo di smantellamento della rappresentanza – di Massimiliano Lorenzo


Dopo anni di tentativi, progetti e proposte, il Parlamento italiano ha raggiunto la quadra e un accordo per il taglio del numero di rappresentanti che siedono a Palazzo Madama e Montecitorio. E così dopo il Porcellum e varianti, ora poco conta di quanto siano stati ridotti i nostri rappresentanti nelle due camere, più significativo a questo punto è il passo compiuto per i più ampi ed importanti concetti di rappresentanza e democrazia, che vengono amputati ancora una volta, ed ancora con un colpo secco.
Il Novecento e le prime due fasi della Repubblica italiana hanno conosciuto un rapporto tra cittadino e rappresentante più stretto rispetto a quello che viviamo noi oggi. Le ragioni possono essere varie. Tra queste la presenza di partiti radicati sul territorio, una più spiccata vocazione alla partecipazione sociale e politica dei cittadini, e, finanche, una maggiore proporzione tra numero di rappresentanti e popolazione. Oggi, invece, tutto questo è mutato e non in meglio, anzi.
Sulla presenza e l’utilità di partiti radicati sul territorio se n’è già parlato e la loro importanza è palese, non fosse altro perché i territori avevano maggiore agibilità, possibilità nell’espressione dei propri rappresentanti e di incidere sulle decisioni della propria organizzazione. Oggi, invece, è assodato che il tesseramento è in calo per tutti i partiti, le loro sezioni e le loro sedi vengono chiuse, e che si è sviluppata una nuova modalità di pronunciamento degli iscritti, ma al momento solo per un movimento, ovvero i 5 Stelle guidati da Grillo e sotto l’alta direzione del Gruppo Casaleggio. Va detto al proposito, che passi significativi in tal senso li stanno facendo anche quelli del PD, che presto approderanno alla soluzione dei 5 Stelle. Ma ritornando ai “seguaci” del comico italiano, al potente esercito del gruppo Casaleggio, i membri della Piattaforma Rousseau, così si chiama il sito su cui i pentastellati di tutta Italia possono “votare”, sono soprattutto invitati ad esprimersi su quesiti proposti dai dirigenti, spesso anche scritti in maniera specifica e soprattutto orientata. Ed ecco che, la sinistra italiana è passata dallo sviluppo della coscienza di classe attraverso l’istruzione e lo studio della storia e quant’altro (fino agli anni ’80), all’abbattimento concettuale, poi, (negli anni ’90 e 2000) delle classi sociali e all’annullamento delle differenze politiche (Vedi per tutti Bobbio e il “grande” Gaber), e, alla fine (dal 2010 in poi) alla riduzione dell’istruzione, censurando quasi lo studio della storia, per giungere in conclusione al voto digitale con schede a risposta multipla, che vorrebbe fosse adottato per l’intero sistema elettorale. Una logica che progressivamente ha compromesso nettamente il senso di rappresentanza e rappresentatività.
Certamente, se ogni movimento o partito è libero di organizzarsi al suo interno come vuole, può darsi le regole che vuole e darsi lo statuto che vuole, quando, però, la logica prima esposta viene portata all’interno delle istituzioni, allora ad essere toccati sono tutti i cittadini. Se poi si agisce nel senso del voto elettronico e della riduzione del costo della politica, riducendo il numero dei parlamentari, allora la situazione si aggrava. Come si inizia ad innescare questa logica? Con il taglio dei parlamentari. Pensare che con il risparmio derivato da 600 rappresentanti anziché 945 (un risparmio che non equivale nemmeno ad un caffè a testa, quando poi con l’ultima manovra di bilancio, di ieri, ci sottraggono un bel po’ di risorse economiche) si possa, da una parte, creare un tesoretto utile al miglioramento di un qualche servizio, e, dall’altra, velocizzare l’iter legislativo e decisionale dell’organo supremo italiano, è pura propaganda. Anzi, viene da pensare che si voglia rendere il deputato o il senatore ancora più “schiavo” del partito o movimento con cui è stato eletto. Quasi che la democrazia e la politica non abbiano dei costi naturali ed insiti, per il loro buon funzionamento e la loro salvaguardia da qualsivoglia tentativo di trasformazione in altra forma organizzativa dello Stato, cosa che i potenti d’Italia ed Europa auspicano fortemente e si muovono con forza in tale direzione. Non è un caso forse che Luigi Di Maio, lo stuart (chissà chi è il reale comandante dell’aereo?), capo politico del Movimento 5 Stelle, abbia lanciato l’idea di legiferare sul vincolo di mandato per i parlamentari e pensato di inserire nel contratto (sic!) firmato dai candidati pentastellati, una multa nel caso questi dovessero cambiare gruppo parlamentare e/o partito. Oltre ad aver invitato a farlo anche gli altri partiti. E nel Partito Democratico qualcuno ha pure immaginato di raccogliere l’idea.
Si parlava del pericolo di distruggere il concetto di rappresentanza e rappresentatività. Non può che è essere così, se si porta avanti l’idea che meno teste possano elaborare leggi migliori e in modo più veloce. Non può che essere così se non si agisce per lo sviluppo della cultura in generale, ed in particolare storica, politica, sociale ed economica dei cittadini. Non può che essere così se ci si avvicina a forme oligarchiche, compiendo passi del genere. Non può essere altrimenti se un solo rappresentante deve raccogliere le istanze di un maggior numero di rappresentati, quando la loro distanza è già ampia.
Non si può pensare di sostituire il rapporto fisico, culturale, intellettuale, interpersonale tra elettori ed eletti con le dirette sulle piattaforme web. Soprattutto, non si può pensare di diminuire la loro distanza e incentivarne il legame, perché queste modalità attengono al mondo dello spettacolo, non a quello della politica. La politica, che è l’attività con la quale dovremmo scegliere come organizzarci e convivere, non deve essere show, non deve essere fiction, non deve essere rappresentata da star, anche se………
Massimiliano Lorenzo

venerdì 4 ottobre 2019

Dalla Seconda alla Terza Repubblica (parte quattordicesima): il mutamento della cultura di sinistra – di Massimiliano Lorenzo



In tutte le democrazie occidentali, la politica è rappresentata sostanzialmente da due punti di vista contrapposti, ovvero la destra e la sinistra, anche se oggi non più. Il Novecento ha conosciuto anni di contrapposizione tra queste due visioni della società, anche legate ad un contesto internazionale che metteva a confronto il liberalismo statunitense ed il comunismo sovietico. Il Novecento italiano, da qui, comprese tra le sue fila il più grande partito comunista d’Europa, che storicamente è l’antenato dell’attuale sinistra italiana.
Da quando la contrapposizione occidente-oriente ha visto la fine della sua storia e il contesto internazionale ha conosciuto un sistema  apparentemente più anarchico e meno schematico, in Italia la sinistra ha iniziato un processo che l’ha condotta all’attuale condizione di quasi irrilevanza o, meglio, di appiattimento al sistema, se non assurgendo ad elemento funzionale al sistema capitalistico stesso, quando invece dovrebbe riformare e proporre una visione alternativa, sulla linea di quei suoi principi storici fondamentali.
Nella Prima Repubblica italiana, il Partito Comunista Italiano e la sinistra in generale perseguivano un grande ed ampio obbiettivo, come quello della lotta al capitalismo, a quel sistema che genera disuguaglianze per via dell’accumulazione del capitale, della competizione sfrenata tra soggetti ineguali e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sia in una prospettiva riformista sia in quella rivoluzionaria. Una prima repubblica italiana che ha conosciuto conquiste sociali proprio per la competizione politica e sistemica tra due visioni opposte su come andasse organizzata la società, su chi dovesse determinare le sorti dell’economia tra i lavoratori e i padroni, su quali dovessero essere i mezzi per la risoluzione degli scontri internazionali tra la guerra e la diplomazia. A guardare oggi la sinistra, viene da chiedersi dove siano finito “il sol dell’avvenire” e gli obbiettivi di uguaglianza, libertà e autodeterminazione.
Già nella Seconda Repubblica dello Stato italiano le avvisaglie per quella che sarebbe stata la cultura della sinistra italiana. Alla caduta del Muro e del PCI, sin da subito sparì, già dal nome, l’obbiettivo ultimo del socialismo reale e, con questo, via via, gli obbiettivi di uguaglianza sostanziale, parità di condizioni e trattamento, per lasciare posto a derive tutt’altro che rivoluzionarie, anzi, particolaristiche e fuorvianti, perché divisive e individualistiche. Ma c’è di più. La sinistra è stata usata per abbattere la stessa sinistra storica. Sono stati utilizzati, infatti, gli uomini di sinistra per abbattere le conquiste della sinistra della Prima Repubblica ed incanalare le masse verso logiche di destra. Le masse di sinistra infatti, senza accorgersene, si comportano sostanzialmente come masse di destra. Ed hanno anche perso la memoria del socialismo. Basti fare accenno a quelle per i diritti degli animali e le battaglie per l’ambiente, pure importanti, s’intenda, ma inutili se non inserite in una logica di società e quindi funzionali al sistema capitalistico. I partiti della sinistra cosiddetta “di governo”, ovvero i vari discendenti diretti del partito che fu di Gramsci e Togliatti, come il Partito Democratico infatti, si sono in buona sostanza adattati al sistema ed hanno fatte proprie le parole d’ordine del “nemico”.
Una cultura sinistroide, ma che di sinistra ha conservato solo il nome, si è sviluppata sino all’avvento di quel soggetto politico ed organizzazione giustizialista, composta per gran parte da soggetti orgogliosi di non aver mai fatto politica prima d’ora, quasi fosse un disvalore, nella quale l’arrivismo di tanti è stato nascosto sotto l’enfatizzazione del civismo a tutti i costi e una presunzione di moralità, degna dei peggiori “talebani”. Per essere chiari, il riferimento è al Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, un comico divenuto capo partito e capo popolo (o forse perfetto interprete di un copione scritto da altri?), legato alla potente famiglia dei Casaleggio ed alla sua società. Un’organizzazione grazie alla quale è divenuto più importante l”apprendista stregone” rispetto al medico, lo studio tra i blog di “chicchessia” rispetto ai trattati scientifici, la democrazia del “like” rispetto a quella delle tribune politiche. Insomma, un populismo dell’ignorante e dell’ignavo, dove prima c’erano i dibattiti tra esperti acclamati e riconosciuti, che hanno lasciato il passo a un camaleontico “uno vale l’altro”.
Quindi, una cultura politica di sinistra che ha abbandonato del tutto ogni e qualsiasi tipo di velleità rivoluzionaria, che nelle componenti dirigenziali si è votato al padrone, ai grandi capitali e all’accentramento di potere, sdegnano finanche l’appellativo stesso di “sinistra”.  Una sinistra che si è “venduto” nel silenzio il popolo di sinistra, trasformandolo in una morfologia adeguata al sistema capitalistico. Nel tempo delle post ideologia, tutte le compagini politiche, e soprattutto la sinistra, sostengono che sia anacronistico dividersi in schermanti, ma nascondono invece l’assenza di capacità in una visione generale e completa della società. O la rifuggono questa visione completa di libertà, uguaglianza e giustizia, osteggiandola anche? Una sinistra che ha abbattuto il concetto di classi sociali, distruggendo la coscienza di classe appunto,per far diventare tutto liquido ed informe……..facilmente utilizzabile.

Massimiliano Lorenzo

domenica 15 settembre 2019

Dalla Seconda alla Terza Repubblica (parte tredicesima): Dal Gruppo Casaleggio agli azionisti di riferimento delle banche…e l’Italia senza leaders – di Massimiliano Lorenzo



Se nella riflessione sulla comunicazione politica strutturata prevalentemente sullo slogan e sulle frasi superficiali ci si è soffermati in precedenza, è bene ora meditare su chi li veicola, ovvero i leaders. Per quanto detto, è giunto il momento di valutare se questi soggetti siano o meno realmente degli intellettuali trascinatori, o, invece, ci sono soggetti altri dietro le quinte che manovrano e costruiscono l’informazione politica, lavorando indisturbati e poco osservati nonché poco citati.
L’Italia del Novecento ha dato i natali a più e più leaders (veri!), riconosciuti, nel contesto nazionale e internazionale, per la loro levatura, per il loro carisma e intelletto. Basta citarne due per rappresentare uomini che si contrapponevano politicamente e culturalmente: Aldo Moro ed Enrico Berlinguer. Ecco, appunto, politica e cultura, un binomio inscindibile per la gestione di un territorio e dello Stato. Due elementi così strettamente legati, che in mancanza della seconda, la cultura appunto, la politica si trasforma in un teatrino amatoriale, tra replicanti di idee senza una reale consistenza. Oggi, in effetti, i grandi produttori di idee politiche sono gli staff dei grandi gruppi bancari, che finanziano l’industria e la orientano, e i vertici del Gruppo Casaleggio, potentissimo e di caratura veramente sconcertante, che gestisce il popolo dei pentastellati. E’ qui che si produce l’idea……
In ogni caso, punto nevralgico è dunque la cultura. Quella cultura che sosteneva la politica, composta soprattutto da intellettuali, studiosi ed esperti. Oggigiorno, la cultura, intesa come soluzione all’esistenza, non è più in politica. Oggigiorno, la cultura del politico è prodotto commerciale, divertisement, intrattenimento, schiacciato su logiche diverse e non di vera conoscenza. Insomma, la cultura non è più strumento personale, politico e di emancipazione. È più che altro, in molti casi, risultato di lasciti parziali, superficiale e vuota. Peraltro, non è più strumento di lotta, anzi. La cultura non è più al potere, in definitiva. E ciò almeno con riferimento a quello visibile dai più.
Nel Novecento i politici erano spesso intellettuali e soprattutto i leaders. Ed oggi? Da Renzi a Salvini, da Di Maio alla Meloni, potremmo forse ritenerli tali? Potremmo definirli trascinatori per le loro idee e la loro cultura o, forse, più per la loro capacità di parlare ad organi diversi dal cervello? Ovviamente, no, non sono intellettuali. A loro è deputato solo il parlare, non produrre idee e strategie. Insomma, non sono neanche dei subleaders. Sono solo dei parlatori, e basta.
Cosa son quindi questi fantomatici leader? I nuovi leaders? Se prima il segretario o il presidente di un partito rappresentavano la sintesi culturale e politica dell’organizzazione, un soggetto che ispirava il popolo, oggi gli attori considerati (o magari pure riconosciuti) leaders sembrano più che altro dei capo popolo, dove sono loro ad ispirarsi ai subalterni, al contrario di quanto avveniva prima. Insomma, vi è un ribaltamento dei ruoli mediatici. Il popolo non guarda più al leader, e non tende e si ispira più a lui, ma è il leader che guarda il popolo, e a questo ispira il suo intervento. Da qui, è evidente il vizio. Ovviamente sono soggetti dalla cultura tutt’altro che raffinata e ampia. Anzi. Spesso sono uomini arroganti, voltafaccia, capaci di cambiare idea su tutto e tutti in un batter di ciglio, a seconda della convenienza politica del momento. Ma d’altro canto, cosa possono fare di più? Ci si può aspettare il colpo di scena intellettuale? Non si va al di là del tatticismo, perché poi gli strateghi sono altrove, nascosti, silenti, indisturbati….nei lussuosi salotti italiani, lontani dai centri commerciali e dagli stadi, lontani dal rumore dei giornali.
Come tutti i rappresentanti in Parlamento e come tutti i politici sono l’espressione dei cittadini, e lo sono anche, e a maggior ragione, i leaders delle organizzazioni politiche, che si definiscano partiti o movimenti. Sembrano tuttavia tutti uguali tra loro, nelle idee e negli obiettivi…liquidi, una massa indistinta, senza una forma ben precisa. Se dunque questi personaggi hanno questo poco spessore culturale e vengono eletti, bisogna allora chiedersi quale sia il livello degli elettori e seguaci. C’è da preoccuparsi? Forse, bisognerebbe prendere coscienza di quel che è l’italiano in parlamento? Ma poi, è necessario che i grossi gruppi economici escano allo scoperto, o ci basta il leaderuccio su cui scagliare tutte le nostre insoddisfazioni e frustrazioni? Una volta fatto ciò, bisognerebbe rimettere la cultura nel posto dove deve stare e dove sempre è stata: che sia il faro e lo strumento per tutti! E non che un politico qualunque o teatrante di turno, facciano finta di fare cultura, aizzando le folle contro il nemico, peraltro falso…….Ma forse, è la Civiltà dei Consumi che vuole tutto questo?

Massimiliano Lorenzo







martedì 3 settembre 2019

Dalla Seconda alla Terza Repubblica (dodicesima parte): …e perde di consistenza, si svuota anche la comunicazione politica – di Massimiliano Lorenzo

Dopo aver trattato questioni squisitamente economico-finanziarie, nelle quali si è messo in evidenza come lo Stato e la Repubblica si sono svuotate nei loro ruoli e funzioni, perdendo consistenza e diventando leggeri, a partire dal 1992 e sino ai nostri giorni, è ora il momento di volgere lo sguardo verso ciò che più di altri elementi si sostanzia la politica italiana. Ci si soffermerà e si rifletterà sulla nuova comunicazione politica, oramai priva di contenuti significativi e che si sostanzia in una propaganda decisamente light, fatta di minislogan consumistici, lanciati a raffica, che giocano esclusivamente sull’emotività dell’elettore, in ciò favorita dalle nuove tecnologie, dove a far da padroni sono i social network. E ciò in un quadro dove, oggi, è pressoché inesistente un dibattito politico in qualche modo soddisfacente per chi voglia partecipare alla vita politica e pubblica.
Sicché, nella Seconda Repubblica, e ancor di più nella prima, quando si pensava alla propaganda dei partiti e dei suoi politici protagonisti, venivano in mente comizi, tribune politiche, assemblee fiume. E in questi i luoghi in cui la politica, che fosse destroide o sinistroide, si riempiva di contenuti e argomenti, dati statistici e opinioni ragionate, e ancora di parole d’ordine dell’ideologia rossa, bianca o nera che fosse. Oggi, invece, tempi, contenuti, argomenti e ragionamenti si sono ristretti così tanto da poter esser imparati a memoria e fatti propri, quasi siano i dieci comandamenti. Insomma, siamo al mini della comunicazione politica. Ecco, la minipolitica, oggi.
D’altra parte, prima dell’avvento dei social e dei suoi specialisti e tecnici, a rappresentare i primi canali di propaganda erano sostanzialmente le piazze, i giornali e le televisioni. Oggi, invece, la comunicazione delle proprie posizioni politiche ai cittadini-elettori è divenuta molto più diretta e personale, grazie giustappunto ai mezzi tecnologici sviluppatisi e diffusi negli ultimi dieci anni. Facebook, twitter e instagram hanno sostituito oggigiorno i vecchi luoghi della politica, in maniera non sempre positiva e innovativa, anzi sminuendo spesso i contenuti e a discapito delle argomentazioni a sostegno delle proprie idee politiche.
Per rendersi conto di tali sviluppi comunicativi e politici basta osservare come i protagonisti della politica odierna si siano schiacciati e appiattiti sulle regole dei social network, e ciò soprattutto rispetto al numero massimo di caratteri utilizzabili in un post o in un twitt, che potenzialmente potrebbero colpire i lettori. Ecco, la comunicazione politica in un twitt. Purtroppo, però, questa modalità di espressione e comunicazione, che potremmo definire “per minislogan”, non è limitata nell’uso dei nuovi media, ma anche quando si ritorna ai vecchi strumenti della piazza, dei giornali e delle televisioni. E ancora, ben più grave, anche nei luoghi dove la discussione politica dovrebbe regnare, in maniera completa e approfondita: il Parlamento.
Constatare quanto detto è semplice: basta far riferimento ai big della nostra politica. Salvini, Di Maio, Berlusconi o Renzi che sia, hanno fatto proprio questo linguaggio, che, si badi bene, non è semplificato “per raggiungere immediatamente il cittadino” ma è stato reso superficiale e costruito su slogan vuoti. Cosa è successo insomma? Dal punto di vista qui analizzato, è evidente come i politici stiano perdendo quella funzione intellettuale nella gestione del loro rapporto con la massa votante. Una comunicazione praticamente piena di innumerevoli brevi affermazioni, parole lapidarie, laconiche e assolutistiche, scritte o sputate in questo o quel post, in questa o quella trasmissione attraverso la telecamera del proprio smartphone o televisiva che sia. E qui e così viene ignorata e occultata la reale portata delle problematiche politiche, che mai il cittadino comune saprà, neanche in minima parte.
Cosa ci riserverà il futuro? A ben guardare lo spettacolo odierno, la comunicazione politica ed il suo linguaggio nel dibattito pubblico potrebbero praticamente finire, risultare del tutto vuoti, inutili e mancanti di potere, che pure oggi pare toccare il suo punto più alto per la fantomatica vicinanza tra chi propaganda e recepisce. Non sarà di certo la possibilità di messaggiare con il proprio capo politico che aumenterà il potere del cittadino, se questo si limita a digitare anziché rendersi protagonista. E così, tutto lascia immaginare che la comunicazione in politica è di fatto finita, con buona pace per tutti.

Massimiliano Lorenzo

giovedì 25 luglio 2019

Dalla Seconda alla Terza Repubblica (parte decima): La dismissione dell’IRI e l’avvio dello smantellamento dello Stato della Prima Repubblica - di Massimiliano Lorenzo


Va subito sottolineato che qui si analizzerà, sia pur succintamente, una delle più grosse operazioni, assieme istituzionali ed economiche, attraverso le quali lo Stato, che nel suo assetto determinatosi in Italia, dopo la crisi del 1929, avvia un cambiamento del suo ruolo e delle sue funzioni, trasformando di rimando anche l’essenza stessa delle Repubblica, sorta nel 1948. Non a caso si parla di Seconda Repubblica. Ma quali i punti essenziali?
In sintesi, a partire dal 1992, tecnicamente si avvia il grande cambiamento con la dismissione dell’IRI, ovvero dell’industria di Stato, cui seguiranno la concentrazione del potere bancario, la privatizzazione delle istituzioni per l’emissione della moneta, lo smantellamento, avvenuto progressivamente dopo il 2000, dello Statuto dei Lavoratori, il Porcellum e la progressiva privatizzazione della sanità, avviata intorno al 2005, ed ancora in corso, che nella sostanza restituisce al capitalismo italiano e, dunque, alle grandi famiglie italiane il controllo dell’economia nazionale in quasi tutti i suoi aspetti e forse in maniera amplificata, con un ritorno alle origini, rispetto ai poteri sul controllo della moneta. Oggi, il ruolo dello Stato Italiano, in termini di capacità di intervento nel sistema produttivo e monetario, è oramai estremamente limitato. Ma del nuovo assetto e ruolo dello Stato italiano emerso dalle purghe della Seconda Repubblica, e caratterizzante la Terza Repubblica, ne parleremo più in là, a partire da novembre.
Nato in epoca fascista, da un tacito accordo tra le grandi famiglie italiane, il Re e Mussolini, l’IRI era una struttura pubblica che ebbe la funzione di sostenere l’industria italiana in un periodo, che, forse, fu uno dei più difficili della recente storia, ovvero quella che seguì alla crisi del 1929. In sostanza, così facendo e come si vedrà, le grandi famiglie italiane scaricarono le perdite delle loro industrie sullo Stato e dunque sui contribuenti. Nel dopoguerra l’IRI, all’interno di uno stato tendenzialmente socialista, divenne lo strumento principale per l’intervento pubblico in economia, prima che si riaffermassero le teorie liberali negli anni ’80, con la decisione di restituire alle grandi famiglie italiane il potere economico nazionale, ed in vista della fine della Guerra Fredda.
            Nella “pancia” dell’IRI e, di conseguenza, in quella dello Stato vi era circa il 40% delle aziende italiane e le più importanti banche della nazione.  Ovvero, l’Istituto era proprietario e gestore di grossi pezzi di diversi settori dell’economia nazionale, da quello siderurgico a quello alimentare, sino a quello automobilistico e bancario, avendo in portafoglio la proprietà, tra le altre, del Credito Italiano, La Banca Commerciale, il Banco di Roma e via dicendo. Insomma, era quell’istituto che dava, da una parte, stabilità e competitività ai settori nei quali agiva, dall’altra parte, invece, fungeva da salvacondotto quando imprenditori o bancari necessitavano di coperture finanziarie. Una funzione, quest’ultima, criticata proprio dagli organismi europei, che, dopo la firma del Trattato di Maastricht, non hanno più accettato tali pratiche, identificate come “aiuti di Stato”.
Le dismissioni del più grande istituto statale, l’IRI appunto, avviate nel 1992, ebbero molteplici motivazioni, attori e prospettive, non solo nazionali. Infatti, l’affermazione delle teorie economiche liberali in Italia ed in Europa, definite negli obiettivi dalle grandi famiglie, prevedevano una presenza dello Stato in economia sempre più contenuta, sino alla sua completa estromissione: tutto doveva ritornare nelle mani dei più potenti gruppi familiari italiani. E così fu, quando nel 2002, la questione fu portata a termine ed archiviata.
Ma chi furono i protagonisti di questa mega-operazione? Il protagonista principale fu Romano Prodi, ex Presidente IRI ed Ex Presidente del Consiglio dei ministri, che guidò, sotto il Governo di Giuliano Amato, l’inizio delle vendite. Tra gli altri, un ruolo importante lo ebbe anche Pierluigi Bersani, con le vendite dell’Enel e dell’Eni.
In tutto questo il ruolo della politica, di destra e di sinistra, fu quello di ammortizzare le eventuali tensioni tra il popolo italiano e le grandi famiglie, nonché quello di occultare la reale portata dell’intera operazione, ché avrebbe creato non poche frizioni sociali. In via accessoria, invece, il ruolo dei politici, tutti, fu quella di rendere conveniente la dismissione dell’Istituto. Infatti, non poche aziende vennero cedute a valori molto al di sotto di quelli reali.

Massimiliano Lorenzo

mercoledì 10 luglio 2019

Dalla Seconda alla Terza Repubblica (parte nona): cause e conseguenze dell'astensionismo - di Massimiliano Lorenzo

       
Dopo aver offerto alcune delucidazioni sul processo di concentrazione del potere politico e bancario in Italia, è qui d’uopo soffermarsi su un altro aspetto importante della Seconda e della Terza Repubblica: il non-voto o l’astensionismo. Da ormai 40 anni, tale fenomeno è una costante in Italia, e non solo in Italia, e si sostanzia nella circostanza che una larga fetta di popolazione, nel momento cardine della democrazia, ovvero quando deve esprimere il proprio voto nelle urne, non si presenti e dunque non esprima la sua preferenza e il suo orientamento politico. E ciò con motivazioni non sempre ascrivibili ad una razionalità.
In Italia, la pratica del non voto e dell’astensione, dunque, fino a tutti gli anni ‘80 del Novecento non destò interesse e, di conseguenza, venne tralasciata nelle analisi politiche post-voto.  Ciò perché la percentuale di astensionismo si presentava veramente irrilevante sui processi elettorali. Tuttavia quando l’allora segretario del PCI Enrico Berlinguer, nel 1981, portò all’attenzione di tutti la cosiddetta “questione morale”, sulla corruzione della politica e dei politici, gli astensionisti cominciarono a far sentire la loro presenza o assenza alle urne. Ad ogni modo, fu nelle prime votazioni politiche degli anni 90, infatti, che il partito degli astensionisti iniziò ad allargare i suoi consensi. Ma cosa creò questa impennata? La questione pare direttamente ricondursi a quel noto fenomeno che venne definito “Tangentopoli” o “Mani Pulite”, avviato dalle indagini del giudice Di Pietro e che mise in luce gran parte del sistema di corruttele che costellavano il mondo della politica e della vita dello Stato Italiano.
In tale direzione va sottolineato che, la corruzione è sempre stata connessa alla vita dello Stato, sin dai suoi albori, sin dalle sue origini, senza conoscere differenze di territorio e di popolo. Ma, a partire dagli anni ’90 del Novecento qual è lo specifico della novità in merito, in Italia? Ecco, con Di Pietro la corruzione nella vita dello Stato e dei partiti assume carattere spettacolare e di spettacolo nonché strumento di propaganda politica. Non è da escludere che l’attenzione sulla corruzione servì e forse serve ancora, a nascondere i reali processi di cambiamento del nostro Paese, ben più dolorosi per la popolazione rispetto ai fatti connessi alla corruzione stessa. Nello specifico, la propaganda sulla corruzione servì, e forse serve ancora, per spiazzare l’opinione pubblica e l’attenzione della gente comune rispetto ai grandi cambiamenti in merito al ruolo dello Stato e al ruolo del popolo italiano nel nostro Paese.
Il risvolto di tale politica, perseguita dai vertici della classe dirigente italiana, fu l’astensionismo, anche se su tale fenomeno gravano anche altre variabili. Tra queste un ruolo importante lo ebbe la fine della contrapposizione tipica della Prima Repubblica tra Comunismo e Liberismo, due mondi alternativi, che colpì fortemente le idee alla base dei partiti, che si trovarono in una sorta di “liberi tutti” e che videro affievolire sempre di più le loro ideologie, quindi l’orizzonte e le prospettive da trasmettere agli elettori, i quali rimasero prevalentemente senza un’identità politica.
Anche i partiti e la politica senza più un’identità chiara contribuirono, dunque, ad ingrossare le fila dell’astensionismo. Quella mancanza di ideologie e di fedeltà a questo o quel partito, di destra o di sinistra che fosse, unite ai perduranti immobilismo e corruzione, hanno contribuito a far montare la sfiducia e l’avversione nei confronti delle istituzioni e di chi le occupa. Da qui la conquista di punti percentuali del “partito” dell’astensionismo: da circa il 13% delle politiche del 1992 a circa il 28% delle ultime elezioni – secondo partito, dopo i pentastellati di Di Maio.
Sicché, la lotta alla corruzione, come strumento di propaganda, e la lotta politica, da un lato e dall’altro i tratti decisamente sbiaditi del messaggio politico dei vari partiti hanno condotto ad una disaffezione al voto, che potrebbe essere tradotto anche come una disaffezione alla democrazia, o al concetto di democrazia, essendo questa oramai molto rarefatta, come il comune lettore potrà valutare esso stesso osservando la realtà dei fatti, dipendendo la vita dello Stato come quella del cittadino comune da decisioni che vengono prese da gruppi ristretti di soggetti, e non sempre in Italia, e comunque al di fuori dello stesso Stato.
Massimiliano Lorenzo

giovedì 13 giugno 2019

Dalla Seconda alla Terza Repubblica (parte ottava): La concentrazione del potere bancario - di Massimiliano Lorenzo


Dopo aver trattato la concentrazione del potere all’interno del quadro politico, che è avvenuto al di là delle colorazioni politiche dei vari governi, in questo pezzo per Maison Ragosta verrà proposto e trattato nelle linee essenziali un altro processo di concentrazione del potere, e cioè quello delle banche. Anche questo trascende la politica e la sua colorazione. In atto ormai dagli anni ’90, soprattutto negli ultimi 10 anni in Italia ed in Europa gruppi bancari più o meno grandi, infatti, hanno intrapreso processi di fusione e acquisizione di banche di dimensioni più contenute.
Chiariamo da subito che qui verranno esposte due versioni di queste dinamiche: una ufficiale, l’altra valutabile attraverso facili deduzioni. Entrambe verranno considerate su scala nazionale, anche se la matrice dei cambiamenti stanno nella riorganizzazione del potere bancario sul piano internazionale.
Secondo la versione ufficiale, a favorire i processi di concentrazione bancaria sono stati soprattutto tre fattori, ovvero una deregolamentazione finanziaria, il continuo progresso tecnologico e la crescente integrazione tra i mercati. Una prospettiva tecnico-economica, che solo in minima parte spiega, però, il fenomeno. Ma c’è di più. Secondo la teoria ufficiale, le aggregazioni tra banche creerebbero l’opportunità per migliorare l’efficienza nella gestione degli istituti e dei servizi per i clienti. Ecco quindi che gran parte della teoria spiega i vantaggi del cliente del processo concentrazione bancaria. Ed ancora sul piano della tranquillità del cliente, molta teoria spiega. che, nella creazione di questi grossi gruppi bancari ad aumentare è la probabilità che le banche non falliscano e di essere salvate dal sistema nei momenti di difficoltà, proprio perché “too big to fail” – troppo grande per fallire.
Dopo aver esposto brevemente la teoria di queste fusioni e acquisizioni, bisogna soffermarsi un attimo su cosa sia poi accaduto realmente. Ovvero? L’effetto finanziario positivo delle aggregazioni si è prodotto solo nel breve periodo. La motivazione è semplice: a queste operazioni non sono seguite ristrutturazioni produttive dei nuovi istituti bancari, non vi è stato un serio processo che modificasse realmente la struttura del capitale e dei servizi. Da questo, è risultato che nel medio periodo la banca si è addirittura indebolita. Ciò è rinvenibile proprio nei gruppi bancari italiani, che, nonostante il loro discreto dinamismo, sono peggiorati negli indicatori di capitalizzazione e liquidità. Un po’ come è accaduto per lo Stato italiano: sempre più indebitato e sempre più potente e controllore.
Ad una attenta riflessione, infatti, in un’altra prospettiva, si converrà che col processo di concentrazione della banche si è concentrato il potere di concedere credito e di finanziare più facilmente l’economia in una proiezione dirigista, riducendo in pochi centri direzionali chi e cosa finanziare, quale territorio far sviluppare e quale settore privilegiare. Ciò che prima era di pertinenza dello Stato, assistito da una miriade di banche, ora è tornato nella mani dei privati e in pochi centri di potere: il nuovo volto del capitalismo italiano ed europeo?
Per avere un’idea, ad esempio, la fortuna della Fiat deriva solo dal sistema bancario, in quanto l’azienda degli Agnelli ha operato ed opera con danaro prestato dalle banche per il 90%, e cioè opera quasi interamente con denaro preso a prestito. Ne viene spontaneo capire che se le banche decidessero di far chiudere la Fiat ci metterebbero pochissimo tempo. Ma ci si chiede ancora: e perché le Banche non hanno voluto finanziare una Fiat al Sud? Che per caso non s’è trovato al Sud l’Agnelli di turno? E ci si deve chiedere ancora quanta parte ha avuto il sistema bancario nel fermare lo sviluppo del Sud e favorire quello del Nord?  
Al riguardo va ancora osservato, infatti che, l’accelerazione dell’arretramento del Mezzogiorno d’Italia degli ultimi vent’anni si sviluppa in corrispondenza dell’accelerazione del processo di concentrazione del potere bancario, che ha annullato definitivamente i grossi gruppi bancari del Sud, come il Banco di Napoli e la Banca del Salento, la più grande banca privata nazionale: il nuovo volto della subordinazione Meridionale? E’ stata, dunque, eliminata ogni possibilità di rilancio del Sud?
In definitiva e al di là di ciò, il processo di concentrazione del potere nel sistema bancario ha solo prodotto una possibilità da parte di pochi soggetti di controllare e dirigere più agilmente il sistema economico-imprenditoriale sull’intero territorio nazionale, come analogamente è successo a livello europeo.                                          
Massimiliano Lorenzo

venerdì 31 maggio 2019

Dalla Seconda alla Terza Repubblica (parte settima): La concentrazione del potere politico ed il Porcellum - di Massimiliano Lorenzo

            Con questo pezzo si avvia l’analisi del processo di concentrazione dei poteri in Italia, che prende corpo proprio con la Seconda Repubblica e che, come si vedrà in seguito, assumerà caratteri e fisionomie diverse, forse più spregiudicate, nella Terza Repubblica, dove la nota sovranità del popolo, sancita nella Costituzione, viene progressivamente contenuta e cambia profondamente i suoi contenuti.
In tale prospettiva, qui analizzeremo il primo tratto in cui si avvia un importante processo di focalizzazione del potere sotto il profilo politico, solo in seguito si analizzeranno gli altri poteri. Sicché, va in questa sede premesso che, una delle più importanti regole del gioco democratico, alla base della gestione del nostro Stato, è -e non potrebbe non esserlo- la legge elettorale, ovvero il modo in cui i cittadini scelgono i propri rappresentanti per la gestione della cosa pubblica. Con il termine stesso democrazia si intende, letteralmente, «potere del popolo». Bene, questo significa, dunque, che i cittadini dovrebbero essere messi nelle condizioni di eleggere direttamente e liberamente da chi farsi rappresentare, senza influenze o ingegnerie di sorta.
Perché questa premessa? Perché circa quindici anni fa, in Italia, si è riusciti a pensare, e adottare, una legge elettorale peggiore di quella che regolava le elezioni durante il Ventennio Fascista, in cui, per antonomasia, si insediò un regime dittatoriale. Durante quel periodo, ca va sans dire, fu stabilita, infatti, una lista di 409 candidati, da sottoporre ai votanti, definiti secondo criteri di censo e di appartenenza al partito fascista, la quale era diretta emanazione del Gran Consiglio del Fascismo.
La legge in questione e di cui in queste righe si tratterà, e che richiama per l’appunto quella fascista, è la legge n. 270 del 2005, definita dallo stesso autore che la stilò, il leghista Roberto Calderoli,  “una porcata”, per poi passare alla storia come Porcellum. Fu una legge voluta, in realtà, dall’allora Primo Ministro italiano Silvio Berlusconi, che arrivò a minacciare una crisi di governo, qualora non fosse stata votata e varato quell’impianto legislativo ed elettivo. Ovviamente, in maniera supina, la maggioranza forzista-leghista-missina e neo-democristiana approvò quella legge. Ma l’opposizione, dal canto suo, si limitò ad una silenziosa e blanda azione di protesta, che fu più una finta che tutto il resto.
Cosa prevedeva quella legge elettorale, perché, financo il suo autore, la definisse una porcata? Nelle premesse è stato sottolineato come sia necessario e fondamentale in democrazia un sistema elettivo su base proporzionale e rappresentativo delle scelte di ogni elettore. Il Porcellum effettivamente veniva definito, almeno sinteticamente, una legge “proporzionale”. Accanto a tale termine, però, veniva associata la dicitura “con premio di maggioranza”, ovvero l’aggiunta di un numero di parlamentari tali da permettere alla coalizione vincente di raggiungere, appunto, una maggioranza stabile per il governo del Paese. Insomma, era un bonus di parlamentari concesso al vincitore delle elezioni, per consentirgli di governare con più tranquillità o, come veniva detto, stabilità. Ed è qui che Calderoli fece peggio di Giacomo Acerbo nel 1923: se la legge fascista prevedeva la soglia del 25 per cento per poter ottenere quel premio governabilità, nella legge del 2005, Calderoli e la maggioranza di cui sopra non inserirono nessun limite minimo di voti per poter assegnare al vincente quel premio.
Ma fin qui il tutto appare ancora accettabile e condivisibile. A ciò però va aggiunto -e qui sta il punto- che su un aspetto particolare il Porcellum copiò la legge Acerbo, portando ad un accentramento vistoso e esasperato il potere politico: le liste bloccate. È facile capire cosa si intenda. Con le liste bloccate, le segreterie dei partiti potevano decidere la posizione in lista dei candidati proposti agli elettori e questi ultimi avevano solo la possibilità di votare o non votale il partito, ma mai decidere il candidato, che era eletto in base alla posizione in lista, partendo dal primo e via dicendo. Con tale modalità di voto si eliminò dunque la possibilità per l’elettore di votare il candidato che preferiva, che invece era imposto dal partito. All’elettore, dunque, rimaneva solo la possibilità di votare il partito, ma non il proprio rappresentante che veniva deciso dai vertici del partito stesso.
Tutto questo condusse ad una composizione del parlamento fatta di gente perfettamente sconosciuta al popolo italiano, la quale tuttavia non aveva alcun potere, che invece si concentrava nelle facoltà di pochissime persone, ovvero quelle che governavano i partiti.
Insomma, le segreterie dei vari partiti dell’arco parlamentare si trasformavano in tanti Gran Consiglio del Fascismo e i capi di partito in tanti Mussolini, che decidevano chi dovesse essere eletto e chi no, compatibilmente con i voti presi durante la tornata elettorale. Da qui è facile intuire che tutta l’attività parlamentare, nelle sue decisioni si spostò nelle stanze nelle segreterie dei partiti e si avviò la stagione dei parlamentari-fantoccio.
Il Porcellum ha regolato ben tre tornate elettorali, prima di essere, finalmente, giudicata come incostituzionale nelle parti fondamentali e qui analizzate, ovvero le elezioni del 2006, 2008 e 2013. Solo nel gennaio del 2014, infatti, la Corte Costituzionale modificò la legge con una sua sentenza, sebbene fosse stata sollecitata da più organi, non ultima la Corte Suprema di Cassazione, nel porre una questione di legittimità costituzionale. Che fosse incostituzionale nel premio di maggioranza senza soglia e nelle liste bloccate era stato rilevato da tutti, anche dallo stesso Calderoli nonché dall’allora presidente della Repubblica, che ratificò tale legge, senza alcun tipo di notifica al Parlamento: erano tutti d’accordo? In ogni caso, la modifica del Porcellum non ha portato ad un sistema elettorale molto lontano da questo, ed anche oggi sono le segreterie dei partiti che decidono in larga parte, al posto del cittadino sostituendosi nelle sue scelte e determinazioni. Come, del pari, l’era del parlamentare-fantoccio, avviatasi nel 2005, rimane viva ed estremamente attuale.

Massimiliano Lorenzo