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lunedì 16 marzo 2026

Punti, Appunti e ...Puntini (parte undicesima): Quinta Riflessione sull'IA - di Mauro Ragosta

  


E così siamo giunti alla Quinta e ultima Riflessione sull’IA, che fa parte di una serie avviata nell’agosto dello scorso anno, quando si cominciava a “parlare”, dopo tre anni di confronto bellico tra Russia e Ucraina, di una possibile pace, mentre nel contempo imperversava la “crisi” di Gaza. Da allora molta “acqua è passata sotto i ponti” e il tutto invece di semplificarsi, si è complicato: è così sopraggiunto il “Bliz” venezuelano, l’aumento vertiginoso del prezzo dell’oro, il caso Epstein, fino al più recente confronto bellico tra Israele e Usa con l’Iran.

            E mentre il Mondo “bruciava e si bruciava” noi abbiamo continuato con le Nostre Riflessioni, sino ad oggi, portando a compimento ciò che ci eravamo prefissati in agosto del 2025. Certamente, non siamo rimasti indifferenti ai vari tipi di vicende belliche, ma queste non hanno ostacolato il lavoro elaborativo sull’IA né influenzato la Nostra attività, poiché in definitiva essa è questione al di là, molto al di là della “Guerra”. In altre parole, a Nostro avviso, gli sviluppi dell’IA possono sì influenzare la Guerra e le Guerre, ma non vale il contrario: le Guerre non possono influenza lo sviluppo dell’IA e di seguito la riflessione su tale fenomeno. D’altro canto, la Guerra è una costante fissa nella storia dell’Umanità, mentre l’IA è solo un passaggio, è qualcosa di transitorio: non tarderà molto ché anche l’IA verrà superata e archiviata come un vecchio strumento artigianale di 1000 anni fa… e declassata, pertanto, a mirabile “oggetto” da museo.

            Al di là di tutto questo, si è detto molto su e intorno all’IA e al suo sviluppo. Qui, come ultimo capitolo della Nostra Avventura ci soffermeremo sulle relazioni circolari tra Tecnica, Tecnologia e IA. E in prima battuta, va sottolineato che da sempre l’Uomo ha cercato di sostituire il suo lavoro con quello delle Macchine, o in altra prospettiva, di farsi sostituire dalle Macchine nel Mondo della Produzione e dunque del Lavoro tout court. Un orientamento che è diventato sempre più veloce e incisivo dopo la pubblicazione e la diffusione delle notorie Encyclopédie dei primi del Settecento, di cui la più conosciuta è quella di Diderot et D’Alambert.  Pubblicazioni che, racchiudendo gran parte del sapere tecnico e tecnologico del tempo in ambito produttivo e non solo, ebbero come effetto quello di fornire gli strumenti principe per la nascita dell’Industria e da qui la loro risoluzione nella famosa Rivoluzione Industriale di fine Settecento.

Molti furono i contraccolpi di tali sviluppi. Nello specifico, il veloce sviluppo tecnologico produsse l’avvio dello spostamento della popolazione dal settore agricolo a quello industriale, per effetto dell’aumento della produttività del Lavoro agricolo. Un travaso di forza lavoro che spesso si connotò da tratti drammatici e non fu privo di spinte conservatrici violente, come il noto movimento luddista.

            Nell’Ottocento, poi, si innescò una spirale virtuosa e vertiginosa tra tecnologia e scienza, che accelerò ancor più potentemente l’automazione dei processi produttivi e in parallelo una progressione nello spopolamento delle campagne, a tratti impressionante, dando così luogo da una parte, a corposi spostamenti migratori e dall’altra, alla piena affermazione della Civiltà Industriale. Ma non finisce qui!

Intorno al 1941, per la prima volta nella storia dell’umanità si riesce a mettere in sesto in maniera compiuta il Calcolo Automatico: nascono così gli algoritmi e di pari passo i Calcolatori, che oggi definiamo Computer. Una tecnica che trovò immediatamente numerose applicazioni tecnologiche in tutti gli ambiti dello scibile umano, ma soprattutto nel Mondo del Produttivo e del Lavoro, dando a questo un incremento della produttività ancor più impressionante: ciò che nel passato facevano 100, 1000 lavoratori in qualsiasi ambito produttivo, venne sostituito dalle macchine con l’assistenza di due o tre operatori, sia in ambito agricolo e industriale sia nel Mondo impiegatizio.

            Negli ultimi trent’anni, poi, tale processo e progressione ha interessato tutta l’attività umana: gran parte del lavoro umano, oggi può essere sostituito da robot, anche in ambiti che mai si immaginava pochi lustri addietro. Dall’avvocatura, alla chirurgia, all’edilizia, alla formazione e alla ricerca di ogni ordine e grado, al Mondo contabile e fiscale, a quello commerciale, giornalistico e culturale in toto nonché artistico -senza dilungarci ulteriormente!- esistono già per tutti questi comparti del Lavoro efficienti soluzioni robotiche, molte delle quali perfettamente operative da un po’ di anni. Ovvio che c’è molto di più, ma ci fermiamo qui.

            A questo punto, bisogna andare in dietro nel tempo …e di molto, per comprendere bene quale sia la portata dell’IA, effettivamente quale la sua valenza, ma soprattutto quali le sue implicazioni nella nostra società, dove la sua espressione massima si ha oggi nella robotica, che rappresenta se non già la Nostra Attuale Realtà Profonda, di sicuro quella del Futuro prossimo!

            In definitiva, la grande valenza dell’IA si coglie nella prospettiva storica, poiché essa si appoggia su uno dei pilastri fondamentali della Nostra Civiltà, soprattutto quella Occidentale, ovvero su quello della cultura del lavoro.

A tal proposito, va considerato che fino al 500 d.c., il lavoro era questione relegata prevalentemente agli schiavi, tra i quali venivano ricompresi anche quelli con mansioni  intellettuali, il cui “prezzo di mercato” a Roma e nell’Impero, ovviamente era molto più alto di quello degli schiavi artigiani e di quelli manovali. La Regola di san Benedetto da Norcia, del 540 d.c. con la sua massima “ora et labora”, tuttavia innesca un lento, ma inesorabile processo di logoramento del ruolo e della concezione del Lavoro nella prospettiva antica, fissando così l’inizio della Nostra Civiltà. Con la regola benedettina il lavoro, infatti, da disvalore assurge progressivamente a valore, sul quale edificare e riannodare gran parte dei rapporti sociali e gruppali in genere.

            Dopo circa 1500 anni, tuttavia, il faro della massima benedettina, quale asse portante delle certezze dell’Uomo, pare che abbia perso di senso con l’introduzione dell’IA e della Robotica, poiché il secondo dei suoi addendi, ovvero il “labora”, a breve non dovrebbe più costituire un problema per l’Uomo. Ma a ben “guardare” non è proprio così!

Tutto quello che sta accadendo è che il Lavoro sta perdendo la sua componente legata all’elemento fisico e materiale, mentre permane e rimane, più forte di prima quella più spiccatamente intellettiva e intellettuale, creativa e intuitiva. Da qui è facile arguire che il Lavoro presto si sostanzierà solo nel pensiero e nelle sue acrobazie, perché, in fin dei conti, come qualcuno afferma, la materia è figlia del pensiero e tale rimarrà.

Che cosa rimane dunque al Nostro Uomo con l’affermazione dell’IA e della Robotica? In meglio di sé stesso, ovviamente!!!

E qui ci piace non solo citare, ma anche dare ragione all’antropologo agostiniano Pierre Teihard de Chardin, che negli anni ’50 del Novecento affermò “…l’Uomo è la coscienza della Materia, del Mondo e di tutto il Creato…”.

            A questo punto, è meglio fermarsi qui!!! Augurando ai Nostri lettori la possibilità di vivere a lungo per vedere le prossime ed entusiasmanti vicende “del pensiero… creatore!”

 

Mauro Ragosta     

lunedì 19 gennaio 2026

Punti, Appunti ...e Puntini (parte decima): Quarta Riflessione sull'IA - di Mauro Ragosta


       E così le Nostre riflessioni sull’IA, avviatesi nello scorso agosto, proseguono anche per il 2026, col solito ritmo lento, oculato …guardingo. Nelle prime tre riflessioni, ragionando per “sottrazione”, si è avuto modo di esercitarsi nell’osservare l’IA negli aspetti differenziali rispetto al suo Creatore. Ovvero si è messo in luce cosa non sia l’IA, rapportandoci all’Uomo stricto sensu. In tal modo, si è potuto rilevare che, l’IA come l’Uomo hanno specificità proprie, distinte e peculiari, sia nella prospettiva originaria sia in quella derivata.

Qui, nella Quarta Riflessione si darà l’abbrivo ad un “affondo” sulle ricadute dell’applicazione dell’IA sull’attività umana e viceversa. Anche in questo caso si procederà per “sottrazione” ovvero verranno eliminati, sebbene con abbondante argomentazione, quegli aspetti che solo apparentemente incidono sull’interconnessione. In altre parole, si scarteranno tutte quelle argomentazioni che non presentano i caratteri della novità e della specificità nelle “liaison” tra l’esistenza dell’Uomo e lo sviluppo dell’IA con le sue vaste implicazione tecnologiche. Insomma, sgombereremo il campo da alcune idee “vecchie” che oggi vengono applicate per dissertare e spiegare lo sviluppo dell’IA, ovvero per definirne le problematiche e i riverberi sull’esistenza dell’Uomo. Per onestà intellettuale, va comunque evidenziato che queste “vecchie” idee sono sempre attuali, evergreen, buone per tutte le stagioni. E tuttavia, va rimarcato con forza che, non costituiscono lo specifico della novità con riferimento all’IA.

            In prima battuta va rilevato che, è ampiamente risaputo che non esiste una stretta connessione tra Scienza, Ricerca Scientifica e lo sviluppo della tecnologia, dove per quest’ultima le determinanti delle sue dinamiche evolutive dipendono in massima parte da questioni di opportunità politica. E proprio per questo, lo sviluppo della Tecnologia -dunque anche di quella assistita da IA- presenta ritmi molto più lenti rispetto a quelli registrati dalla Ricerca e dalla Conoscenza Scientifica. Anzi, in alcuni tratti, pare che i nessi tra le velocità e i progressi dei due fenomeni siano del tutto blandi, quasi inesistenti. Insomma …poco correlati, per dirla in termini più tecnici. E tutto questo, da sempre!

In tale direzione, diecine gli esempi di oggi, di ieri e dell’altro ieri. Qui, uno che vale per tutti. Tra le molteplici invenzioni Medioevali, considereremo quella del Mulino da Seta alla Bolognese, risalente alla prima metà del XV secolo. Un’invenzione che trovò applicazione e diffusione solo dopo il XVIII secolo, ovvero circa quattrocento anni più tardi, cioè in piena Rivoluzione Industriale. Il motivo di tale differimento nella sua applicazione risiede principalmente nel fatto che fosse un “arnese” produttivo che risparmiava fin troppa forza lavoro: tra le 600 e le 800 filatrici. E così sin dalla sua creazione tale invenzione fu “messa in garage” impedendone l’applicazione e la diffusione, poiché azioni che avrebbero creato “masse” di disoccupati, che non si sapeva come gestire e controllare. Insomma, “l’introduzione” del Mulino alla Bolognese avrebbe condotto a serie questioni di ordine pubblico, ma anche di riorganizzazione sociale, che al tempo non fu reputata opportuna. Solo con la Rivoluzione Industriale, durante i primi anni dell’Ottocento, si posero quei presupposti che operarono in favore della sua applicazione pratica e produttiva.

            Procedendo in tale direzione, un’altra questione di una certa banalità è quella legata al timore nei confronti dello sviluppo della tecnologia, perché toglierebbe il lavoro all’Uomo, fino a sostituirsi ad esso, soprattutto oggi con l’introduzione dell’IA. È una questione “vecchia” e diuturna, presente costantemente nella storia dell’Umanità sin dagli albori, e che puntualmente l’Umanità ha superato con una certa agilità. Al riguardo, basti considerare che da sempre l’Uomo si adopera nel sostituire il suo lavoro, o a efficentarlo, attraverso l’uso di tecnologie. Un processo, che spesso si è tenuto e ancora oggi si tiene in scarsa considerazione nella sua reale portata e peculiarità. Le operazioni continuamente affidate e decentrate dall’Uomo alle Macchine, sono infatti solo quelle ripetitive, routinarie, codificabili, siano esse semplici oppure complesse. In realtà, tutto ciò che è trasformabile in una precisa procedura eseguibile sia da un essere vivente sia da una Macchina, è di fatto soggetto ad essere trasferito, prima o poi, all’operatività delle Macchine, non foss’altro per liberare l’Uomo dalle “azioni alienanti” volendo parafrasare Marx.

            E così, la sostituzione del lavoro dell’Uomo con quello delle Macchine, anche assistite da IA, è un fenomeno inarrestabile, sebbene i ritmi di avanzamento siano prevalentemente di natura politica. E qui ogni forma di opposizione nella prospettiva luddista appare come fuoco di paglia. Non è la prima volta nella storia dell’Uomo che forti spinte conservatrici, sostenitrici “del vecchio” facciano sentire la propria voce e il proprio disappunto per le novità tecnologiche. Quella più famosa va ricondotta al luddismo, come poc’anzi citato, un movimento operaio britannico dei primi anni dell’Ottocento, che aveva come obiettivo quello di distruggere le macchine al fine di preservare il lavoro e la riduzione del salario. Un movimento che con altre denominazioni e in varie forme si è sempre presentato e ripresentato nella Storia, ma che mai ha impedito lo sviluppo della tecnologia. Forse lo ha rallentato, ma ……

            Insomma, il destino dell’Uomo appare quello legato anche a quelle attività volte a sbarazzarsi di tutto ciò che è ripetitivo e codificabile in maniera stabile, e non solo nel Mondo del lavoro. E qui è doveroso chiedersi se questa sua ricerca sostituiva abbia come scopo quello di guadagnare la Libertà e la Felicità, oppure quello di potersi sganciare delle forme di lavoro e di impegno più alienanti, per riservarsi, quindi, le azioni di vita più impegnative e sofisticate …inimitabili, e a seguire per poter superare la dimensione logico-razionale dell’esistenza. Una domanda, oggi, impellente, soprattutto se si pensa che l’IA potrebbe giocare un ruolo, se non risolutivo, quanto meno decisivo in direzione del progresso.

 

Mauro Ragosta

domenica 7 dicembre 2025

Punti, appunti …e puntini (parte nona): Terza Riflessione sull’Intelligenza Artificiale – di Mauro Ragosta

 

             Mentre a grandi passi si avvicina la “tappa” del Solstizio d’Inverno, qui, per i lettori di Maison Ragosta, una nuova Riflessione, la Terza per l’appunto, sull’Intelligenza Artificiale. Anche questa volta ragioneremo per “sottrazione”, ovvero cercando di comprendere cosa non sia l’Intelligenza Artificiale, avendo come riferimento le caratteristiche intellettive del suo creatore: l’Uomo.

            Forse, per molti dei Nostri lettori non sarà motivo di stupore se la Terza Riflessione sull’IA prenderà le mosse dalle Sacre Scritture, ed in particolare dall’Antico Testamento, facendo specifico riferimento alla Torah. Proprio nel Pentateuco, infatti, viene espressa molto bene una delle peculiarità fondamentali dell’Uomo, quella che emerge su tutte le altre nonché lo qualifica come diverso da ogni altra specie vivente. Non è un caso, infatti, che costituisca anche il suo primo peccato, forse tra i più importanti e fondanti per lo sviluppo e le dinamiche della fede Ebraico-Cristiana. Di certo, una mancanza che viene dopo quella che gli Ebrei definiscono il Grande Peccato, ovvero il volersi sostituire a Dio.

            Ad ogni modo, il primo peccato dell’Uomo “in ordine cronologico” è quello legato al suo essere che naturalmente e senza sforzo insegue la Curiosità! È il Peccato Originale, che per i Cattolici viene “lavato” col Battesimo.

            Di primo acchito va evidenziato che la Curiosità nell’Uomo è qualcosa di connaturato al suo essere, di strutturale, e questo sia avendo come riferimento l’ipotesi creazionistica, sia considerando quella evoluzionistica. Caratteristica, facilmente comprensibile e deducibile, che non è strettamente connessa con i bisogni dell’adattamento né con le strategie rielaborative della Realtà, sempre in relazione alle necessità dell’adattamento e della sopravvivenza. Proprio per questo, il desiderio di scoprire, capire e comprendere, è una peculiarità discriminante, che lo distingue nettamente dalla Macchina Intelligente, anche nel caso questa proceda nell’ottica dell’autoapprendimento.

            Nessuna attrezzatura robotica dotata di IA, infatti, gode di questa connotazione, ovvero la spinta naturale, spontanea e autonoma alla scoperta della Realtà. Come si sa, l’IA risolve problemi posti dall’Uomo in ordine a questioni matematiche, economiche, artistiche e via dicendo o reagisce a specifici input, derivanti dalle condizioni ambientali, come ad un evoluto antifurto. Sicché, facilmente se ne può dedurre che presupposti e strutture nell’Uomo e nella Macchina dotata di IA, sono completamente differenti. Ma c’è di più!!!

            L’essere mosso a prescindere dalla Curiosità, porta a definire un’altra e fondamentale specificità intrinseca all’Uomo e che non si riscontra nelle Macchine Intelligenti. In poche parole, nell’Uomo il desiderio di scoprire, capire e comprendere è, in termini di grandezza, pari alla sua Ignoranza, cioè tale da poter essere qualificato come infinito, senza limiti e confini, proprio e parallelamente come lo sono gli abissi di ciò che egli non conosce. Da qui è facile arguire che l’Uomo vive in una tensione costante tra l’infinito desiderio di Conoscenza e il suo esatto contrario, l’ignoranza, appunto, anch’essa smisurata come l’Universo. Situazione e struttura fondativa non presenti nelle Macchine dotate di IA.

            E così, nell’Uomo il desiderio di Conoscenza, assistito da più che adeguate potenzialità intellettive e non solo, muove guerra all’Ignoranza: una guerra infinita, nella quale ogni battaglia vinta produce Conoscenza Reale …e Scienza! Infatti, proprio nel mezzo di questo processo bellico può e deve essere collocata la creazione e la progressione dell’IA. Strumento che, sebbene non unico, è stato prodotto dall’Uomo per proseguire …continuare nelle “Sue Conquiste”, che di certo nel medio periodo supereranno anche l’IA e tutte le sue applicazioni.

            In tale quadro, a questo punto, va da sé che è l’Uomo crea l’IA e non viceversa, non avendo quest’ultima “…alcun Desiderio di Conoscenza, nessuna Guerra in corso…!” Percorrendo così questo sentiero speculativo, l’IA con tutte le sue applicazioni danno, in ultima istanza, un’idea, sebbene lontana e sbiadita, di cosa sia realmente l’Uomo!

            Del pari va evidenziato che la creazione e lo sviluppo dell’IA con tutte le sue declinazioni, anche robotiche, si presenta un necessario preambolo per l’avanzamento della Conoscenza Reale in molte direzioni e dimensioni, un passaggio per l’Umanità che potrebbe azzardarsi indispensabile, imprescindibile. Sicché, in tale prospettiva, oggi, come domani, ma non siamo sicuri per il dopodomani, le sorti dell’Uomo appaiono legate a filo doppio con quelle dell’IA, in un passaggio di sicuro tanto entusiasmante quanto rivoluzionario, sebbene egli sia sempre e in ogni caso …oltre!

 

Mauro Ragosta

           

domenica 12 ottobre 2025

Punti, appunti …e puntini (parte ottava): Seconda Riflessione sull’Intelligenza Artificiale – di Mauro Ragosta

      

          E così, con questo “pezzo” ci si avvia alla Seconda Riflessione sull’Intelligenza Artificiale, questa volta però, ragionando al contrario, ovvero cercando di comprendere cosa non sia l’Intelligenza Artificiale. E questo perché su troppi Media si va spacciando che la robotica assistita da IA sostituirà l’Uomo, dando dunque a questi valori totali, assoluti, onnicomprensivi. Si tratta, ovviamente, di terrorismo mediatico, che sebbene sotto certi aspetti risulti utile e interessante, per altri versi tutto quanto si va dicendo sull’IA deve essere stemperato, ammorbidito e, parafrasando il titolo di un noto volume di Carlo Elia Valori[1], comprenderne ciò che rientra nella Realtà e ciò che attiene, invece, al Mito.

            E così come appena accennato, questa volta ragioneremo al contrario, percorrendo la strada sottrattiva. Il nostro argomentare sarà teso, dunque, ad eliminare o a ricondurre al reale quegli appellativi e quelle caratteristiche che si attribuiscono all’IA e che pertanto non possono reputarsi attinenti ad essa.

            In questo breve viaggio, per certi aspetti dietetico-letterario, bisognerà avviarsi, considerando che l’azione umana, qualsiasi azione umana, nel tempo e nello spazio è unica e irripetibile dall’Uomo stesso. Considerazione che con facilità porta a desumere che l’Uomo è un vulcano creativo in piena eruzione …una creazione in atto!

Va da sé che si escluderà da tale assunzione, tutte quelle riflessioni tese ad attribuire un valore all’azione umana, che per noi non sarà né positivo né negativo, liberandola così da un certo sistema di categorie. E così ne consegue che l’azione umana potrà essere considerata, allo stesso tempo, perfetta oppure fallace, errata, insufficiente, ma questo non inficerà minimamente il nostro percorso riflessivo.

La non ripetibilità dell’azione umana da parte dell’Uomo stesso è facilmente riscontrabile personalmente, osservando la propria esistenza e le proprie azioni, molte di esse simili, ma nessuna sarà mai uguale a un’altra! Una constatazione assistita anche dalla scienza che afferma che in Natura non esistono due cose uguali, a partire dagli organismi unicellulari. Non è un caso che grandi sforzi si compiono ancora oggi nell’ambito del Calcolo Infinitesimale, che trova il suo fondamento proprio nella legge generale della diversità di ogni forma vivente e non.

Logica conseguenza di ciò è che ogni forma di vita nella Realtà è a se stante e diversa da tutte le altre, e non solo. Anche in riferimento a sé, va ribadito, essa non produce e non è in grado di riprodurre la sua azione, il suo movimento.

            Sicché l’Uomo attiene ad una forma di vita unica e non replicabile, in ogni istante della sua esistenza. Cosa facilmente riscontrabile soprattutto per chi conduce una vita performativa, dove è macroscopico che non esiste la possibilità di una esatta replica, tel quel, nonostante i grandi sforzi che si producono in tale direzione: inutili, dunque? Ma certo che no! Anche questi fanno parte della vita creativa …e dunque “costruttori”, sebbene utopici …e l’Uomo ha bisogno anche di questi…utopismi!

            All’esatto opposto dell’Uomo, ovvero alla Legge della Non Ripetibilità, troviamo le macchine e anche l’Intelligenza Artificiale. E se le macchine per antonomasia incarnano la Legge della Ripetizione, non meno per l’Intelligenza Artificiale, capace sempre di replicarsi. E ciò anche nel campo quantistico con riferimento ai Computer, che adottano i qbit, e ai loro Sistemi di Calcolo, sebbene in questo caso il dato o il risultato quantistico non sia ancora immagazzinabile.

            Ponendo la lente di ingrandimento anche sulle diverse attività artistiche, se ne potrà dedurre che quelle afferenti all’Uomo, per definizione sono attività non replicabili, uniche, mentre non è così per quelle prodotte con l’IA, anzi, per queste vale il contrario.

E qui, entrano in campo un altro distinguo: perché l’uomo è caratterizzato da forme espressive uniche in ogni istante della sua esistenza, mentre non è così per IA e le macchine che assiste?

            E di facile deduzione che l’essere vivente, e in particolare l’Uomo, sono strutture “alchemiche” in continua ri-soluzione, la cui espressione-azione è il risultato del combinarsi di fattori interni, psico-biologici, e del comportamento dell’ambiente, anche nelle sue varianti culturali, sociali e politiche. Si tratta di un conglomerato di variabili, che si struttura, si muove e si esprime in un google di combinazioni, tutte diverse, non replicabili, poiché appunto il risultato di un google di fattori ed elementi in costante movimento.

            Dall’altro lato, quello opposto, le Macchine, assistite dalla cosiddetta Intelligenza Artificiale, che dipendono unicamente da variabili logico-matematiche e da un archivio, sia esso little, big o addirittura megabig. E nonostante tali Macchine si producano e riproducano in modalità di autoapprendimento, i loro processi sono e devono essere programmati... Per l’Uomo tutto questo è escluso! …o forse!

            La domanda che si pone a questo punto è se le Macchine o i Robot avranno o meno in un prossimo futuro, del sangue e cellule. Se la risposta è sì, abbiamo perso tempo, molto tempo, perché l’Uomo ce l’abbiamo già!!!

 

Mauro Ragosta

           

 



[1] L’intelligenza Artificiale tra Mito e Realtà – Carlo Elia Valori, Rubettino 2021

 

sabato 30 agosto 2025

Punti, Appunti …e Puntini (parte settima): Prima riflessione sull’Intelligenza Artificiale – di Mauro Ragosta

 

     Con questo pezzo si avvia la prima di cinque riflessioni sull’Intelligenza Artificiale. Un argomento che, sollecitato qualche tempo fa da un avvocato leccese, un “antico” e caro amico, si presenta oggi decisamente molto frequente e di grande attualità su tutti i canali dei Media, e non solo, appassionando scienziati, studiosi, opinionisti e una buona fetta della nostra società. Certamente, per chi scrive si tratta di un tema molto intrigante, appassionante, che tuttavia non è privo di difficoltà di vario genere, per cui la sua trattazione si snoderà tra alcune tappe “lente”, pur rimanendo in una cornice di sintesi, e senza allontanarsi troppo dai caratteri di tipo divulgativo.

Per questo, è ancor più doveroso avviare come di consueto le riflessioni, ovvero secondo il solco tracciato dalle nostre prassi. È noto, infatti, che per Noi di Maison Ragosta, in occasione di elaborazioni di carattere concettuale e filosofico, ricorriamo sempre in via preliminare ad un inquadramento metodologico preciso e oramai, sovente anche molto condiviso e apprezzato. Un approccio che si sostanzia nel perimetrare e definire l’uso dei concetti e dei termini che di volta in volta vengono chiamati in causa. Tutto questo, non solo per evitare fraintendimenti, confusioni di vario genere, ma anche per tentare di dribblare basse strumentalizzazioni, al fine di offrire al Nostro lettore una comunicazione il più possibile compiuta, rispetto a quanto si afferma.

In tale quadro, va da sé che le cinque riflessioni sull’Intelligenza Artificiale non potranno prescindere dall’analisi del concetto di intelligenza, ovvero dal cosa si intenda e quale ne sia il suo valore. Al riguardo, moltissime le ipotesi e le teorie proposte in merito dagli studiosi: nella maggior parte dei casi, tuttavia, presentano una sola discriminante, oramai nota ai più.

Anche nell’immaginario popolare, una persona intelligente è quella che è capace, rispettando precise condizioni di partenza o fondamentali, di avere un ragionamento veloce e tale da essere in grado di dare risposte, di individuare soluzioni, di trovare espedienti ai vari quesiti posti, in tempi rapidi. Tuttavia, a tale concezione si è sommata quella che vede l’intelligenza e il suo grado, nella capacità di un individuo di accendere e mantenere in attività per un lungo periodo di tempo tutte le aree del cervello, condizioni che sono necessarie per risolve problemi molto complessi. E non solo, l’intelligenza rapida e quella che potremmo definire “potente” si pongono, poi, alla base della creatività, ma anche delle attività che richiedono grandi sforzi fisici e via dicendo…

Tale quadro non si esaurisce qui! A partire dagli anni ’90 del secolo scorso, si è poi sottolineato che non esiste una sola intelligenza, ma più intelligenze, le quali spesso non albergano all’interno di un unico individuo o essere vivente. E così troviamo chi presenta un’intelligenza musicale, chi invece, quella matematica, chi quella filosofica e via discorrendo.

In estrema sintesi, l’intelligenza comunque si sostanzia, sempre, nella capacità di risolvere problemi e quesiti, rispettando alcune condizioni e determinati punti di partenza, dove in alcuni casi la discriminante del valore di questa si rifà alla rapidità, altre volte alla quantità e alla difficoltà di ottenere un risultato. Una distinzione che gli studiosi pongono come rilevante, perché in qualche modo è apparso evidente che, spesso un’intelligenza rapida non riesce a risolvere i problemi complessi, mentre “le menti potenti” il più delle volte fanno fatica a dare risposta a quesiti relativamente semplici.

Tutto ciò detto, l’essere vivente più intelligente che si conosca sulla Nostra Terra è per antonomasia, l’Uomo. È il più potente, anche perché riesce ad addomesticare, sfruttare, plasmare tutti gli altri esseri viventi del Pianeta e persino se stesso. Un concetto che non può essere invertito, non vale al contrario: è sotto gli occhi di tutti la circostanza che nessun essere vivente che non sia umano riesce ad addestrare un essere umano, figuriamoci poi, a sfruttarlo per le proprie necessità.

E veniamo al punto. Quello che tanto accende l’odierno dibattito pubblico e privato sull’IA sta proprio qui, ovvero quello basato sull’ipotesi di aver creato una caratteristica specifica dell’Uomo ed averla affidata per il suo espletamento ad una macchina. Sicché, il vero problema dell’intelligenza artificiale è quello trasposto, ovvero delle macchine intelligenti, dove molti ipotizzano per queste anche una certa autonomia operativa, rispetto all’Uomo. Inquieta molto questo tipo di ragionamento, che anche attraverso ragionamenti sempliciotti, o forse terroristici, giungono ad ipotizzare un “regno delle macchine” capace di subordinare l’Uomo e il Creato.

Basta poco per dimostrare che mai le Macchine, per quanto intelligenti, subordineranno l’Uomo! A ciò basti pensare che tutte le Civiltà, compresa la nostra, si sono strutturate socialmente in forma piramidale e la discriminante della stratificazione sociale non si è mai basata sull’intelligenza di chi compone tali strati. Al riguardo, va evidenziato che mai una società si è basata sull’unico principio della meritocrazia, un concetto messo “in piazza” dalla classe dirigente solo per giustificare il proprio status alle masse e, spesso, mutuato malamente da intellettuali che le difendevano, per farne uno strumento di rivalsa. Un concetto, insomma che oggi è stato decisamente superato: è opinione diffusa, e a giusta ragione, che l’intelligenza e la meritocrazia non garantiscono successo, ricchezza e potere, di contro, in ogni strato sociale, esse infatti, rappresentano solo uno degli ingredienti.

In realtà, le componenti dei vari strati della piramide sociale sono molte e di varia natura, e peraltro non stabili nel tempo e nello spazio. Certamente, una di queste è proprio l’intelligenza, ma di sicuro non è quella decisiva né presenta un carattere diffusivo. E a tale conclusione si giunge facilmente speculando sul taylorismo e il fordismo, che introdotti a partire dal 1911-13, di fatto mettono in luce una realtà che esiste da sempre e in tutti i campi dello scibile umano, dove lavoro e cultura, insomma, non hanno nulla a che vedere con l’uso esclusivo dell’intelligenza. Concetti che vengono implementati da sempre, anche in ambito religioso ed esoterico, con le loro Istituzioni, e anche ben messi in evidenza dalle principali Sacre Scritture, delle confessioni e dagli ordini di tutti i tempi.

In realtà, il fattore decisivo, che rende possibile qualsiasi Civiltà, nonché la sua creazione e la tenuta di una piramide sociale, è rappresentato da un mix di elementi, in cui forse quello più rilevante è proprio quello “sistemico”, quello attinente all’ingegneria gruppale, che tutto tiene assieme, dove peraltro anche la casualità e la caoticità hanno un valore positivo e, a volte, rilevante, e poco hanno a che vedere con l’intelligenza, la quale è tale solo di fronte ad un problema sempre codificabile o codificato. Sicché, per quanto intelligenti, le macchine rimangono le macchine e nulla hanno a che vedere con ciò che è umano.

La Civiltà, dunque, attiene all’Uomo e solo all’Uomo, dove le macchine oggi, intelligenti o meno, ne definiscono la caratteristica, ma non le specifiche, che rimangono sempre uguali e solo uguali all’Uomo, che proprio perché tale non può che  essere mistero a se stesso: se così non fosse, non avrebbero modo e ragione di esistere neanche le macchine, uno dei suoi tanti prodotti, necessari al “Suo percorso”! E non solo, un Uomo privo del Mistero, stricto sensu, altro non sarebbe che una Macchina, dove la Macchina, poi, ha un senso solo in presenza dell’Uomo… Niente Uomo? Niente Macchine!

 

Mauro Ragosta

 

 

 

 

 

lunedì 26 febbraio 2024

Punti, Appunti e …Puntini (parte sesta): lo Spazio, la contaminazione, l’incertezza …il vizio! – di Mauro Ragosta

 

            Dopo aver aperto alcuni orizzonti con la Nostra rubrica, Punti, appunti e …puntini, che alcuni dei lettori di Maison Ragosta hanno particolarmente apprezzato, doveroso ci appare apporre su di essi, su queste linee dilatate e lontane, una serie di “vasi” in cui poi “seminare delle piante da fiore, magari delle margherite, ma vanno bene anche delle rose!”

            Certamente, la lentezza e il ritardo con cui ultimamente si muove la Nostra rivista, non deve indurre a pensare ad una stanchezza dell’azione intellettuale e comunicativa, e da qui ad uno scoramento, quanto piuttosto bisognerebbe intravedere in ciò qualcosa di voluto ed estremamente evoluto, d’avanguardia, …qualcosa che permeerà le élite nei tempi a venire. Essere dei ritardatari, anzi “ritardati” nei tempi di risposta, nasconde, al contrario di quanto si possa pensare, addirittura un incedere molto ricercato, perché completamente fuori dai processi relazionali convenzionali, omologati dagli agenti e dalle agenzie culturali per le masse…

            Premessa stravagante per il “pezzo” che qui sta per proporsi, ma solo apparentemente!

            Già in alcuni degli appuntamenti di questa Nostra rubrica si sono affrontate alcune delle problematiche attinenti al Tempo, soffermandoci solo nelle ipotesi classiche e umanistiche. Si è molto dissertato, dunque, sul Tempo, quale prospettiva del Chronos, ovvero facendo riferimento alla dimensione logico-matematica, del Kairos, ovvero del “tempo delle cose”, e dell’Aion, quel Tempo che contraddistingue l’Eternità, da non confondere con l’immortalità.

All’interno del nostro disquisire, volutamente si sono escluse quelle dimensioni del Tempo derivanti dalla moderna Quantistica nonché dalla Geometria Non Euclidea, che dipendono in generale dall’ambiente che si prende in considerazione. È facile prendere atto che, tutti conoscono il Tempo nella prospettiva del Chronos, un po’ meno sono quelli che conoscono quello nella concezione del Kairos, molti di meno quelli che comprendono il Mondo dell’Aion. Al di là di tutto ciò, solo un esiguo gruppo di scienziati e ricercatori conoscono le diverse concezioni del Tempi in dimensioni spaziali, fuori dall’atmosfera o in particolari campi energetici. In tale direzione, va solo detto che, sebbene pochi lo sappiano, il nostro cellulare funziona con due tipi e concezioni di Tempo.

            E veniamo, invece, al concetto di Spazio, col quale cominceremo ad intrattenerci sul focus di questo “pezzo”. È un concetto che fino a cento anni fa era completamente diverso rispetto ad oggi, dove va assumendo progressivamente una valenza sempre minore.

Ancora nei primi anni del secolo scorso era impensabile che l’Uomo avrebbe prodotto degli attrezzi volanti che potevano fare il giro del Mondo -facendo riferimento all’equatore- in poco più di un’ora. Una circostanza che facilmente porta a dedurre che in caso di guerra mondiale nucleare, il tempo necessario a che essa si consumi, probabilmente non si protrarrebbe per più di due o tre ore, e chi dovesse trovarsi a gestirla avrebbe uno scenario non più grande di una scacchiera di 35 cm. A ciò basti pensare che le grandi potenze sono dotate di missili che se lanciati da Mosca e diretti a Roma non impiegherebbero più di 6-7 minuti per giungere a destinazione o anche se lanciati da New York e diretti su Mosca consumerebbero la loro corsa in non più di 13-15 minuti: il tempo di una mossa su una scacchiera!!!

            E veniamo alla concezione dello Spazio sul piano individuale-relazionale. Qui basti pensare a come viveva l’Uomo tra fine Ottocento e i primi del Novecento, dove lo Spazio era una variabile decisiva per la quantità di relazioni-scambio che poteva intraprendere. Proprio questa dimensione rendeva tutto molto lento e limitava enormemente le capacità relazionali dell’individuo, sia nella sua prospettiva privata sia in quella pubblica. Tutto all’opposto di quanto accade oggi, dove nella dimensione privata, lo Spazio ha una rilevanza enormemente inferiore rispetto al passato, in virtù dell’uso di PC e di Smartphone, e nella dimensione pubblica, l’individuo gode di tutte le emittenti radiofoniche, televisive, social e giornalistiche del Globo terrestre, nonché di una buona parte del sapere accumulato negli ultimi 2000 anni, e tutto ciò attraverso un clic!

            È facile comprendere che la “riduzione” dello Spazio porta naturalmente ad intensificare e aumentare enormemente il numero di relazioni-scambio dell’individuo medio. La questione appare di primo acchito esaltante, seducente, tuttavia ha risvolti tragici, poiché l’atto di scambio ha bisogno di elaborazione psichica e intellettuale perché possa prodursi in qualcosa di concreto. E qui sta proprio il nodo della questione, ovvero quello che l’individuo moderno intraprende quotidianamente una quantità di scambi vieppiù crescente nel Tempo, per i quali non vi è possibilità concreta di elaborazione. In altre parole, il nostro è un individuo riempito di informazioni ed input di vario genere, per i quali egli non ha tempo per elaborarli, “digerirli”, trasformarli in cultura, conoscenza, in risposte. Tutto questo porta ad un intasamento della mente e di qui il passo è breve per entrare nella dimensione della confusione, fino alla sostanziale paralisi intellettiva e intellettuale.

            È facile riscontrare che il nostro Uomo medio oggi è zeppo di informazioni di tutte le specie e generi, che tuttavia non riesce ad utilizzare positivamente a tramutare in esperienza, muovendosi così in una società che in definitiva non conosce né può conoscere, se non attraverso una prospettiva filtrata dalla confusione. Ed ecco che entra in gioco il Vizio…

            Gran parte di noi è informata sui vizi capitali. All’attento osservatore tuttavia il minimo comunicatore di tali vizi, ma di qualsiasi tipo di vizio è l’assenza in questi di un perché e di un motivo reale, se non in una prospettiva convenzionale, narrata altrove. L’azione viziata è quella fine a se stessa, spesso ripetitiva sino alla compulsività, che Marx definirebbe azione alienata, scollegata col reale, meccanica e non biologica…

            Va da sé che questo percorso qui proposto può essere arricchito enormemente, ma noi lasciamo che il nostro lettore, se ne ha voglia, si impegni in riflessioni partendo da quanto sin qui tracciato, illuminato, magari ampliando l’area di chiarore. Una riflessione che ovviamente dipenderà dall’osservatorio che caratterizza ciascuno.

Al riguardo, ci piace sottolineare che la migliore visione che si possa avere del nostro scenario, di quello di cui siamo protagonisti e stiamo vivendo dipende dal “posto” in cui ci si trova. Prendendo a modello di lettura una classe delle Medie Superiori con 25 alunni, sicuramente chi avrà la visione più soddisfacente perché la più ampia saranno, sicuramente il Professore, e dall’altra, paradossalmente il più “asino” di tutti gli studenti, che solitamente siede all’ultimo banco…Solo questi due personaggi o ruoli possono avere o hanno la più ampia visione complessiva…

 

Mauro Ragosta

domenica 7 gennaio 2024

Punti, appunti e …puntini (parte quinta): ...ancora sul Nuovo Medio Evo – di Mauro Ragosta

 

            Oltre due anni fa, ovvero il 4 novembre 2021, veniva pubblicato su questa rivista un breve articolo di fondo, che puntava a mettere in evidenza alcune caratteristiche del nostro Tempo, tali da poterlo considerare come porta d’ingresso ad un Nuovo Medio Evo. Nello specifico, nella parte seconda di questa nostra rubrica (Punti, appunti e …puntini) attraverso una tecnica narrativa “a macchia di leopardo” si sono fornite una lunga serie di informazioni, che, una volta collegate, mettono in evidenza il crollo di tutte le strutture sociali del Mondo Occidentale a partire dalla famiglia, per giungere all’istruzione, ai rapporti di genere, alla scienza, alla medicina, allo Stato, alle religioni con particolare riferimento a quelle giudaico-cristiane.

            E così, se il Mondo Classico s’è costruito, edificato e sviluppato sui valori della forza, della guerra e della predazione, il Mondo Occidentale ha ricostruito il Mondo Classico, addizionando a tali valori il lavoro, che in precedenza era considerato un disvalore. E proprio le logiche del lavoro hanno dato un impulso mai visto in precedenza nello sviluppo dei processi logico-matematici a tal punto da portare al superamento non solo del fattore lavoro, ma anche di quello connesso alle attività predatorie e belliche, attraverso l’Intelligenza Artificiale, la robotica, l’ingegneria genetica ...e per finire allo sviluppo di una matematica e di una fisica probabilistica, ovvero la meccanica quantistica….

            E proprio con la meccanica quantistica tutte le strutture dello scibile umano da rigide si stanno trasformando in molli, liquide, direbbe il nostro caro Bauman…. Ed in effetti, proprio con la meccanica quantistica prende avvio il declino della Nostra Civiltà. Un inizio che potrebbe essere fissato con le scoperte e le teorie di due scienziati, Albert Einstain e Karl Popper, che hanno aperto la strada al relativismo e da qui ai principi di indeterminazione, che tradotti in linguaggio pratico, hanno dato il via al “E’ possibile tutto e il contrario di tutto!”

            E se molti degli elementi di questa grande trasformazione, dal punto di vista strutturale e sociale, che ci ha posti alle soglie di un Nuovo Medio Evo, sono stati messi già in evidenza nella parte seconda di questa Rubrica, qui si proporranno alcuni spunti di riflessione sugli effetti che hanno inciso e incidono sugli aspetti di alcune microdinamiche, che coinvolgono correntemente noi tutti.

            Il relativismo, infatti, non solo si pone alla base dei processi democratici, mettendo al bando qualsiasi principio che viene ritenuto indiscutibile, ma ha modificato nel profondo le relazioni umane stricto sensu, attraverso la distruzione del linguaggio verbale. Se fino a pochi decenni fa le relazioni correnti si basavano su due variabili fondamentali, oggi la variabile legata al linguaggio è nella più completa crisi.

            E così, se un tempo le comunicazioni tra individui avvenivano prevalentemente su due canali, ovvero quello dei beni materiali (concepiti sia nella prospettiva strumentale sia in quella del feticcio) e quello del linguaggio verbale (attraverso l’uso della parola, in direzione della lingua nazionale o di una internazionale), oggi tutto questo è entrato in crisi.

            E ciò perché il linguaggio “ordinario” ha perso di senso, o meglio ha una natura relativa e indeterminata. Non si sa più cosa si intenda con i termini Arte, Amore, Libertà, Amicizia, Democrazia, Violenza, Fratellanza, Tempo, Verità, Politica, Cultura, Bello, Brutto, Brutto e Cattivo, Maschio, Femmina, Famiglia.

In tutto questo, anche le discipline storiche sono sottoposte ad un poderoso processo di distruzione, come anche la visione e lo stesso concetto di Dio. In tale direzione, molti gli studiosi italiani impegnati su tale fronte. Tra questi vale la pena solo citare lo storiografo torinese Alessandro Barbero e il biblista Mauro Biglino, soprattutto per la loro grande attività divulgativa, con riferimento agli ultimi anni.  

            E tutto ciò al tal punto che, all’interno di questo quadro, anche la diade Verità-Menzogna si è dissolta, come ovvio, in quanto l’individuo medio si muove in un contesto (in un’acqua) dove viene bombardato di informazioni che a “stretto giro di posta” vengono smentite e riformulate in maniera diversa, spesso del tutto contraria.

            A questo venir meno del linguaggio la reazione pare essere stata quella di ricorrere a formule comunicative allo stesso tempo sintetiche ed estremamente flessibili, quali appunto i simboli e gli emoticon…

            Insomma, una dinamica babelica nella quale le relazioni lasciate al solo linguaggio dettato dai beni materiali, e quindi unicamente dettate dai processi consumistici, si risolvono in qualcosa che apre le porte all’angoscia, ovvero quello stato d’animo tipico che si registra in presenza di circostanze fortemente indeterminate. Una sorta di buio, che infonde ansia e da qui, il passo è breve per far tradurre il tutto in paura e aggressività. Non è un caso che l’Uomo, cittadino medio, presenta alti i valori dello stress e dell’aggressività e vive per lo più in maniera isolata e/o solitaria, sebbene vada in discoteca o al teatro, oppure ancora allo stadio: solo tra soli!

            In definitiva, questo venir meno “dell’Impero” si deve alla distruzione sistematica di tutti i Totem sui quali era stato costruito ed edificato, ma…

Sulle macerie dell’Impero Romano, che può essere fissato nel 476 d.c., tra il 529 e il 534 d.c., a Montecassino, viene gettato il primo seme dell’attuale e agonizzante società Occidentale, che si tradusse nel Monachesimo, quale motore che riattivò quella parte di Mondo che ruotava attorno al Mediterraneo e che nell’arco di 1500 anni ha caratterizzato tutta l’umanità.

            In sintesi, appare più che certo che, anche oggi si dovrà cominciare a pensare ad una ripartenza, se non proprio intercettare quei semi gettati, dai quali germoglierà il Nuovo. Queste le premesse per disquisire nel prosieguo, in questa Rubrica, del Nuovo… Monachesimo!

 

Mauro Ragosta

sabato 26 novembre 2022

Punti, appunti e …puntini (parte quarta): il Tempo nella prospettiva romantica – di Mauro Ragosta

 

      D’emblée ci si deve chiede se oggi abbia senso interrogarsi sul significato del Tempo nella nostra vita, nel nostro scorrere nell’ultimo tratto di una Civiltà fondata essenzialmente sul lavoro e che oramai sta per superare la soglia del 1500 anni. Una Civiltà, quella Occidentale, che ha reso compulsiva l’esistenza del comune individuo; una Civiltà compulsivizzante, nella quale, lanciati in una folle corsa, i piaceri-dovere dell’arricchimento, del carrierismo, dell’illusoria scalata sociale, del presenzialismo e per giunta del sesso, sono tutti fortemente sbilanciati sul dovere, mentre il piacere rimane relegato alla sola rappresentazione di sé stesso e dunque in buona parte mancante.

Quest’individuo Occidentale che poco ha di individuale, in quanto si rifugia in ricette della Salvezza e della Felicità sostanzialmente precotte, prive di nerbo, prese a prestito dal mercato, perché incapace di esprimersi se non nella prospettiva proposta dal trading e per questo precotta, appunto, ponendosi così fuori tempo, anzi senza Tempo.

            Ebbene sì, il sovradimensionamento del Tempo vissuto nella prospettiva cronologica, ovvero rapportando tutto al “ticchettio” di un orologio o allo scorrere delle “caselle” di un calendario, in definitiva si giunge alla perfetta assenza di sé, così tanto cara al cristianesimo e ai suoi pensatori di un tempo e di oggi, come Gianteresio Vattimo.

            In molti sanno, pur non comprendendo più, che i greci utilizzavano per il Tempo sostanzialmente due espressioni, con accezioni profondamente diverse, ovvero Chronos e Kairos, alle quali si aggiungeva una terza, Aion. E così per i greci esisteva un Tempo, Chronos, che si esprimeva in termini quantitativi, ovvero in secondi, minuti, ore… e un Tempo, invece che era qualitativo e indeterminato, Kairos appunto, che indicava il Tempo giusto, il Tempo delle cose, il Tempo della Natura dove nulla è uguale. Alle due si sovrapponeva Aion, che indica l’eternità, oggi ampiamente confusa con l’immortalità, pia illusione dell’Uomo moderno. Eternità sostanzialmente sconosciuta ai più, perché contrapposta alla credenza della progressione delle cose e da qui dell’evoluzione, che di fatto non esistono se non nella mutazione formale della vita e nulla più. E qui, è bene fermarsi.

            Per noi Occidentali, quindi, esiste quasi unicamente il Chronos, che ci piace utilizzare in tutte le salse a vari fini, tra i quali modificare la stessa Natura, ma anche per creare un sistema umano industriale. A ciò basti pensare, per esempio, al nostro sistema formativo, che si scandisce sulla base del Tempo cronologico, somma regola che include ed esclude, premia e punisce. Regole cronologiche tuttavia che portano alla perdita di sé stessi, proprio perché ridotti a ingranaggi e meccanismi regolati sulla base della Legge strutturata sul Tempo cronologico.

            Insomma, il Kairos e l’Aion sono estromessi dalle cognizioni dell’Uomo moderno comune. E ciò nonostante le recenti acquisizioni della matematica in ambito quantistico, applicate ampiamente soprattutto in campo informatico, tra le quali i principi della relatività e dell’indeterminatezza che dovrebbero allontanarci dal Tempo vissuto in maniera esclusiva come Chronos.

            E a questo punto ci si chiede se sarà possibile per l’Uomo riappropriarsi del Kairos, che tuttavia sussiste in ristrettissime élite, per le quali mai è morto. E ci si chiede ancora se questo potrebbe essere compatibile con la nostra società standard e standardizzante. E ancora, sarà possibile per l’Uomo del futuro osservare il Tempo nel consumarsi delle cose?  ...in questa dimensione assolutamente romantica, che richiede una sviluppata capacità di saper attendere e consente l’assaporare in pienezza la vita istante dopo istante.

            Certamente, il relativismo introdotto da Einstein e tradotto da Popper, pare che non sia andato al di là del semplice “rumore” nelle fasce sociali più numerose, quali quelle medie e basse, le quali continuano a mostrarsi come masse indistinte. C’è solo da auspicarsi che la Nuova Civiltà, che è già alle porte, ovvero quella delle macchine, liberi l’Uomo dall’essere macchina o dall’aspirare esso stesso all’essere macchina, avvalendosi infatti solo del Chronos, per entrare finalmente nella dimensione del Kairos, e forse anche in quella dell’Aion, prerogativa quest’ultima, oggi, di pochi club.

           

Mauro Ragosta

sabato 14 maggio 2022

Punti Appunti e Puntini (parte terza): I tre Mondi nei quali viviamo – di Mauro Ragosta

 

         Appare difficile oggi, per l’uomo comune, presidiare una coscienza e una consapevolezza robuste e da qui un’identità forte. Viviamo in un Mondo in cui troppe sono le esperienze e le informazioni da elaborare e metabolizzare, in una prospettiva che si tramuti in azione matura e saggia. E ciò a tal punto che per molti la vita si trasforma in una baraonda indistinta e indistinguibile. La nostra sovente si disvela, infatti, come un’esistenza simile ad un treno in corsa, incapace di arrestare il suo moto, mentre dal finestrino non si osserva più il paesaggio, che a causa della velocità giunge come una serie di strisce tutte uguali.

            Sicché, non appare fuor di luogo intrattenersi su una riflessione che tenta di dare un contributo ad una visione un po’ più chiara della nostra esistenza e del Mondo nel quale essa è calata e di esso si nutre. In genere, si ha una visione unitaria e indistinta del Mondo, del nostro Mondo, ma di fatto non è così, talché il nostro agire sovente si presenta inadeguato, generando ansie di varia natura.

            Qui ci si soffermerà su una possibile grande partizione del nostro Mondo, che può e forse deve essere visto come l’intersezione di tre Mondi tecnicamente distinti, i quali tuttavia reciprocamente si influenzano. E questo perché si devono distinguere le relative Realtà, tutte differenti tra loro, dove ciascuna richiede un atteggiamento sostanzialmente diverso, nonché un adeguato pensiero e uno specifico adattamento. Va da sé che è indispensabile precisare che i tre Mondi, nella visione qui proposta,  sono tra loro “geneticamente” collegati, sebbene abbiano dei distinguo di primo livello ed esistenze autonome in maniera significativa.

            Il Primo Mondo, il “mondo padre” o per chi preferisce il “mondo madre”, è quello fisico, la cui percezione dipende dall’elaborazione dei cinque sensi. È il Mondo originario.

            Il Secondo Mondo, il “mondo figlio o figlia”, è quello derivante dalla scrittura e dalla pittura. Nasce con i graffiti e le pitture preistoriche, prima, e con la scrittura cuneiforme, poi. In sostanza ha origine tra il 30.000 e il 4.000 a.c. E’ un Mondo che privilegia solo due sensi: la vista e il tatto, a volte l’olfatto. Esso è principalmente una rappresentazione possibile del Primo Mondo, che include ovviamente anche il Mondo Onirico. Quello che il Secondo Mondo illustra in effetti attiene ad una Realtà derivata, perché la Realtà Prima riguarda sempre e solo il Primo Mondo, quello dei cinque sensi.

            Sicché abbiamo una Realtà, che va definita “Prima”, e una Realtà Derivata, che va definita “Seconda”.

            Con le recenti invenzioni del Cinema, della Radio, della Televisione e del Computer si entra nel Terzo Mondo. È un Mondo ancora a due sensi: la vista, l’udito e, a differenza del Secondo, permette tuttavia, quando previsto e consentito, l’interazione tramite la parola, scritta e orale. Il Terzo Mondo narra oggi prevalentemente del Primo e del Secondo Mondo.

            In tutto questo, deve apparire chiaro che quelle del Secondo e Terzo Mondo sono Realtà derivate, sono delle narrazioni possibili del Primo Mondo. Sicché la Realtà stricto sensu, rimane solo quella legata ai cinque sensi, essendo le altre sempre parziali e provvisorie.

            Qui si avverte che con riferimento alla musica, si procederà ad una dissertazione a parte, e ciò anche per quanto riguarda le attività scientifiche, eminentemente deputate a trasformare la Realtà Prima e l’Uomo stesso, le quali si avvalgono dei due Mondi derivati, quali agenzie della propria attività: è lo stesso rapporto che corre tra lo scrittore e la carta su cui scrive, la quale è solo mezzo per specchiarsi e consentire la propria trasformazione.

            Quanto evidenziato deve essere molto chiaro soprattutto quando si affronta il mondo delle relazioni. Un conto è una relazione fisica, in presenza, un conto sono le relazioni mediate dal telefono o sui social, ad esempio. Va compreso, infatti, che la realtà dei social è qualcosa che ha dinamiche e morfologia differenti rispetto alla realtà in presenza. Stessa considerazione vale nel caso contrario.

            In conclusione, bisogna avere sempre presente in quale Mondo si sta interagendo e vivendo e quali sono le caratteristiche di ciascun Mondo, avendo sempre presente che ognuno di essi ha obiettivi e strategie proprie, le quali, in linea di massima, non sono trasportabili se non in via episodica ed eccezionale. Insomma, un bel libro, magari un ottimo romanzo, un bel film, come una chat sono qualcosa che difficilmente potranno trasferirsi e realizzarsi nel Primo Mondo, rimanendo infatti, accessibile solo fisicamente e in presenza, secondo le sue leggi. E da qui, a voi i necessari corollari per quanto attiene la politica, l’economia e la cronaca, come sta a voi decidere quanta parte della vostra vita dedicare a ciascun Mondo, conservando tutti e tre una dignità e presentando ciascuno di essi, non solo particolari pericoli, ma anche specifici piaceri, tutti ovviamente diversi e distinti.

 

Mauro Ragosta

giovedì 4 novembre 2021

Punti, appunti e …puntini (parte seconda): Velocemente verso il Nuovo Medio Evo – di Mauro Ragosta

 

    Senza accorgersene tutto lascia intravedere che siamo entrati, proprio in questi ultimi lustri, nell’Era di Mezzo, la Nuova Era di Mezzo. E come morì, senza accorgersene il Mondo Classico, così è alle ultime battute la Civiltà Occidentale, il Mondo Moderno e Contemporaneo.

    Ma quali le caratteristiche comuni tra i due Medioevi? Sicuramente la distruzione di tutte le strutture sulle quali si sono edificate e rette le Civiltà di riferimento.

    Non ci vogliono grandi capacità analitiche per comprendere che è stata distrutta la famiglia, che siamo in un sistema di consumo compulsivo senza un senso preciso, sono state distrutte le distinzioni di genere. È stata distrutta la politica, riducendola a questioni di branco, di club più o meno vasti. Sono stati abbattuti i ruoli del padre, della madre, del maschio e della femmina, dei figli, dei professori e della scuola medesima, e così anche i sensi di destra e di sinistra nella politica. Anche la Chiesa è in pieno declino strutturale e valoriale, da sempre invece motore delle istituzioni. Il mercimonio del proprio corpo e del proprio intelletto sono costume corrente, sembrano essere la realtà attuale preponderante. A ciò non si somma la corruzione che, invece, è la costante di tutte le società e di tutte le Civiltà. Tuttavia, va considerata come peculiarità di ogni aggregato umano, che ha la prerogativa di accelerare o frenare il processo di distruzione dell'aggregato stesso e da qui, per estensione della Civiltà, anche di quella che sino a pochi anni fa ci accoglieva.

Ma non finisce qui. È stato distrutto lo stesso Stato, che ha registrato il suo massimo splendore negli anni ’70 del secolo scorso, e in meno di cinquanta anni si è involuto, ritornando pressoché alle sue origini, ovvero quale struttura militare e fiscale. Oggi, dopo che è stata devoluta la sua capacità di battere moneta e sono stati privatizzati tutti i mezzi di produzione, con la dismissione dell’IRI in Italia, dopo aver privatizzato per il 60% la sanità, dopo aver annientato lo Statuto dei Lavoratori, allo Stato non sono rimaste che poche cose, quali una parte dell’Istruzione, la Previdenza, oltre che il sistema fiscale e militare. E tutto lascia pensare che lo Stato ritornerà alle sue origini, alle sue funzioni per cui è stato creato: quelle di controllare militarmente un territorio e prelevare da questo le risorse per la sua sussistenza e per quella della sua classe dirigente. Oggi, però lo Stato leggero si pone in una prospettiva di senso diversa, più sbilanciata sul controllo sociale che di arricchimento della upper class. E anche le guerre sono cambiate, non usandosi più le armi, se non in casi estremi e puntuali, mai in senso massivo.

    Tale quadro si completa se si considera che siamo alla fine delle realtà nazionali, da una parte. Dall’altro e nel microcosmo, è finita l’arte e la musica, avallandosi la pratica che tutto è arte e anche il rumore è musica. Anche la medicina e la scienza in questi anni sono entrate in crisi e sono sempre meno credibili all’uomo comune, in quanto nell'immaginario collettivo hanno perduto la loro caratteristica di discipline oggettive, assumendo così specificità tutte fortemente policizzate. Insomma, si è distrutto tutto! E l’uomo comune è di fatto un uomo che vive in una giungla senza alcun tipo di "copertura", struttura. È questa la società liquida a cui si riferiva Bauman: un uomo esposto ai quattro venti e a tutto, come un animale e come un animale che può assumere qualsiasi forma, nel tempo e nello spazio. Un uomo che, peraltro, pare abbia perduto il senso profondo della sua esistenza, inutile dunque.

       A ciò basti pensare che oramai siamo in piena Era dell’Intelligenza Artificiale, della Robotica e dell’Ingegneria Genetica. Un'Era che non ha bisogno del lavoro dell’uomo, pur essendo questo il senso primo della sua esistenza a partire dal 500 d.c. E così siamo passati dal lavoro come necessità per la sopravvivenza, a valore su cui costruire un’esistenza, ad una successiva dipendenza e assieme inutilità. Per tutto ci sono i Robot, assistiti dall’intelligenza artificiale, che possono modificare la Natura secondo i valori di chi possiede le leve dell’ingegneria genetica, di cui gli OGM e il voluto mutamento del Clima sono solo gli aspetti conosciuti.

    Una visione questa distopica? È possibile… ma ognuno potrà verificare rapidamente e da sé, queste realtà nella sua vita coorrente, anche spegnendo la televisione, la radio e i social. Dunque? Di certo, siamo all’interno di un processo irreversibile e inarrestabile, dove nessuno riesce a capirne il futuro possibile.

    In tutto questo è lecito pensare che così come crollava l’Impero Romano, mentre sorgeva il Monachesimo, quale forma in nuce della nostra Civiltà, così oggi, mentre tutto si distrugge e si dissolave, è già stato concepito un Nuovo Monachesimo, di sicuro strutturato diversamente, ma con le medesime funzioni del primo.

Mauro Ragosta