HOME PAGE

martedì 26 ottobre 2021

Saperi & Sapori (parte ottava): l’acqua – di Mauro Ragosta

        Di primo acchito trattare dell’alimento e dell’elemento acqua potrebbe sembrare alquanto banale nella nostra rubrica. Nel vocabolario sovente troviamo scritto che si tratta di un liquido incolore e insapore, e tuttavia elemento decisivo di qualsiasi dieta. Nello specifico, senza assumere l’acqua, l’essere umano è destinato alla morte. Un detto popolare asserisce che: di fame non si muore, ma di sete sì!

            L’acqua dunque, alimento ed elemento principale di qualsiasi dieta. E ciò senza ricorrere alla nota affermazione che asserisce che siamo fatti di acqua, ovvero che più del 90% del corpo umano è composto da molecole di acqua, e che inoltre, la superficie terrestre è ricoperta per il 70% da acqua. Dall’altra, la sua estrema abbondanza porta a non dare il giusto risalto a simile elemento nelle diete. E ciò nella prospettiva tutta capitalistica che si fonda sulla scarsità e da questa, sul bisogno e quindi sulla commerciabilità. Non a caso l’economia si fonda tutta sul bisogno, in assenza del quale essa non avrebbe ragione di esistere.

Ma l’acqua non è scarsa e da qui il suo valore economico si presenta bassissimo, come basso si presenta anche la sua valenza nella prospettiva culturale, la quale, oggi, grandemente ignora quest’elemento, benché sia necessaria alla sopravvivenza del genere umano e il cui bisogno è ovviamente altissimo e decisivo.

       Ciò premesso, va sottolineato che nelle civiltà passate e fino a qualche secolo fa, l’acqua era elemento centrale nella vita di un popolo e da qui assumeva anche valenze simboliche di grande rilevanza, che oggi sono svanite in quasi tutti gli strati sociali. L’acqua era simbolo di vita e di morte, di elemento purificante. In tale direzione, va ricordato che dal costato di Gesù morente escono acqua e sangue, ovvero la vita e la conoscenza; il battesimo si sostanzia, dall’altra, nell’immersione nell’acqua dell’iniziato, dove questa ha la valenza di morte. Eh sì, perché un tempo si associava giustamente l’acqua al mare e si credeva che il mare fosse animato non solo da pesci per lo più innocui, ma anche da esseri mostruosi e pericolosissimi, e la sopravvivenza negli abissi marini per un uomo era pressoché impossibile.  Ed ancora note sono le pratiche legate alle abluzioni, che purificano sostanzialmente e metaforicamente il corpo e l’anima. Rispetto a queste ultime, famosissime sono ancora oggi le abluzioni degli induisti nel Gange, il fiume sacro dell’India. Meno attenzionate son invece le abluzioni dei presbiteri durante la messa.

          Ma al di là di ciò, l’acqua è sicuramente incolore, ma non insapore. Esistono, infatti, delle acque alimentari dolci, altre più acidule, altre ancora più dure e salmastre, alcune delle quali effervescenti e dotate di perlage di vario genere. E proprio come esistono varie qualità d’acqua, è possibile riscontrare vari tipi di digeribilità di queste. Note sono la digeribilità e la leggerezza delle acque del Pertusillo o del Vulture, e comunque di quasi tutte le acque della Calabria e della Basilicata. A queste si aggiungono quelle di alcune acque spiccatamente diuretiche, tra le quali ad esempio l’acqua di Fiuggi, un tempo conosciutissima, ed ancora oggi, sebbene costosissima e rarissima, in commercio.

            Sul mercato, tuttavia, esistono anche delle acque aromatizzate, per i palati più esigenti e raffinati. Il loro costo altissimo ne fa di queste un prodotto di nicchia, esclusivo, per quei pochi che hanno disponibilità finanziarie importanti. Il costo delle acque aromatizzate varia molto da tipo a tipo, giungendo anche a prezzi a due cifre per un litro. Si tratta, però, di un prodotto già noto ai nostri nonni, ed in genere ai nostri avi, che sovente utilizzavano acque aromatizzate con pratiche tutte caserecce, casalinghe. Per chi è avanti nell’età sa che d’estate si presenta ottima come dissetante l’acqua aromatizzata con le foglie di menta, a cui spesso si aggiungono delle bucce di limone.

            L’acqua aromatizzata, in genere si ottiene immergendo nell’acqua bollente le foglie delle piante che interessano, ma anche alcune spezie. Poi si lascia raffreddare il tutto sino a collocare questo in frigo, per servirlo a bassa temperatura. E questo almeno in estate. Insomma, una pratica dimenticata, o fattaci dimenticare, per indurre il consumatore ad acquistare e consumare le bevande industriali o “artigianali”, che mai tuttavia avranno la bontà di queste acque aromatizzate con le antiche pratiche della “nonna”, sempre attuale, dunque.

 

Mauro Ragosta

 

Nota: chi fosse interessato alla produzione di saggi di Mauro Ragosta, può cliccare qui di seguito per le principali delucidazioni:
https://youtu.be/lhdKGKUfH6Q 

 




martedì 28 settembre 2021

Saper Comunicare (parte dodicesima): L’ascolto – di Mauro Ragosta


        Nella comunicazione, ovvero nello scambio verbale e non solo, una parte decisiva occupa l’ascolto, ovvero quella capacità di saper capire, di volta in volta, i messaggi e le informazioni che provengono dalla controparte, sia essa una persona sia esso un gruppo. Capacità che si estendono in facoltà, in quanto l’ascolto è qualcosa che si sviluppa con lo studio e l’esercizio, anche di controllo della propria emotività. In tale direzione, un soggetto particolarmente fragile sotto il profilo emotivo, difficilmente svilupperà o migliorerà le proprie capacità di ascoltare i propri interlocutori.

        Va da sé che, lo sviluppo delle capacità d’ascolto è il motore primo per rivoluzionare la propria vita. L’ascolto, infatti, oltre a dare i presupposti di un’interlocuzione, dall’altra, proprio perché è una delle principali condizioni per acquisire elementi ed informazioni, genera un mutamento dei propri scenari cognitivi, e da qui un diverso agire e un’esistenza che si trasforma in un transito da un assetto di vita all’altro. Permette, dunque, la crescita, lo sviluppo e la possibilità quindi di giungere alla piena maturità, sotto molti profili.

         Il saper ascoltare nasce dal saper stare zitti. Per ascoltare bisogna tacere! E qui va specificato che il tacere non si intende solo il non proferire parola, ma anche avere un certo controllo delle proprie passioni e della propria mente, che in qualche modo devono rispondere al comando di riduzione dei moti emotivi e dell’attività celebrale in senso creativo e autonomo. In altre parole, per ascoltare in maniera ottimale occorre essere, per quel che è possibile, tranquilli ed avere una mente facilmente sgombrabile da pensieri poco pertinenti a ciò che è oggetto dell’interlocuzione.

        È chiaro che chi presenta frustrazioni importanti, e da qui un’emotività poco gestibile, spesso si produce nell’interlocuzione attraverso un eloquio spropositato, spesso eccessivamente verboso, il più delle volte è incapace di arrestare autonomamente il proprio dire. E per quel che riguarda gli effetti di emotività molto provate ci si ferma qui, senza ovviamente prolungarsi nei diversi aspetti e manifestazioni della frustrazione, soprattutto in campo comunicativo.

       E qui d’obbligo sottolineare, all’interno di quanto appena tracciato, che un ruolo decisivo nel nostro assetto da interlocutori giocano la nostra capacità di gestire il livello di reattività alle informazioni che ci vengono fornite dal nostro interlocutore, ma anche la capacità di decodificare le provocazioni, che tendono o a depistarci o a far perdere il nostro controllo sotto il piano emotivo.

       Stare zitti, dunque, è il punto di partenza fondamentale. Evitare di reagire d’impulso e scansare le provocazioni sono le altre questioni di pari rilevanza rispetto al silenzio o il tacere. E se queste sono cose difficili per alcuni, per altri sono il momento e l’agire decisivi per entrare in relazione e spezzare la propria solitudine. Il silenzio, infatti, è funzionale per acquisire i dati e le informazioni che emette il nostro interlocutore, il quale in ultima istanza può essere anche l’ambiente che ci circonda, ovvero quello scenario fatto di cose e persone, le quali nell’insieme ci offrono una serie di informazioni di rilievo. D’altra l’assenza di reazione e l’abbattimento delle provocazioni permettono un ascolto maggiorato e da qui una risposta estremamente efficace.

         Ora, la capacità di recuperare informazioni del nostro interlocutore, al fine di gestire la relazione dipende in maniera importante ovviamente dal proprio bagaglio culturale e in primo luogo dal livello delle nostre Conoscenze. Avere cultura non è sufficiente, infatti. E qui va marcato che, le capacità d’ascolto dipendono anche dal possesso di una buona spiritualità e significative cognizioni esoteriche. Più sviluppato è questo “pacchetto” di elementi decodificativi, maggiore sarà la possibilità di una risposta adeguata e soprattutto efficace. In ciò, l’ottima conoscenza della lingua in cui si interagisce completa il quadro di un ascolto ottimale.

        L’ascolto, peraltro, permette di comprendere non solo le informazioni principali emesse dal nostro interlocutore, ma permette di capire anche i suoi valori di riferimento sul piano, ad esempio, caratteriale, ma anche culturale, esistenziale, politico, economico e via dicendo. Comprensione, questa, di non poco conto perché permette di tarare il nostro dire in maniera chirurgica, precisa, ovviamente in proporzione alle nostre facoltà di capire e recuperare dati.

         E per concludere, si intuisce facilmente che l’ascolto e il saper ascoltare possono facilmente essere ricondotte al concetto d’Arte, nel senso più autentico, ovvero come possesso non solo di tecniche, ma anche di intuito e creatività, capacità di uscire fuori dagli schemi ed essere più aderenti alla Realtà.

 

Mauro Ragosta

----------------------------------

Nota: chi fosse interessato alla produzione di saggi di Mauro Ragosta, può cliccare qui di seguito per le principali delucidazioni:
https://youtu.be/lhdKGKUfH6Q 

 

lunedì 6 settembre 2021

Stile & Buongusto (parte undicesima): L’anticamera – di Mauro Ragosta


     Molti sono i motivi per cui credere che il lettore di Maison Ragosta rimanga sorpreso nell’apprendere l’oggetto dell’undicesima parte della rubrica Stile & Buongusto. L’anticamera pare oggi non solo un termine desueto, fuori moda, ma anche una struttura abitativa, un elemento della casa, magari la propria, non consona alle mode di questo tempo, un tempo, quale appunto il nostro, dove qualsiasi sosta pare essere un disvalore, ed anche di rilievo: sembra vietato fermarsi se non durante le ferie e il week end, da trascorrere ovviamente in movimento per andare di qui e di lì alla ricerca dell’agognato e forse mai guadagnato relax.

Forse si esagera, ma pochi sono coloro a parlare ed elogiare l’attesa, la lentezza e qualsiasi rallentamento. Anche i Media, quando illustrano e rappresentano i coffee break tutto è molto veloce, dinamico: oggi, l’unica lentezza consentita sembra essere quella connessa alla lettura, che di per sé deve essere velocissima, data la mole di libri prodotti dall’industria del libro: in Italia nell’ultimo lustro siamo di poco sotto gli 80.000 titoli all’anno editati.

            Velocità, solerzia, rapidità, dunque, i dictat dei nostri tempi, del Nostro Tempo! …da compensare poi con qualche Spa, che più che un piacere appare come una necessaria medicina, una cura indispensabile, pena l’insorgere di qualche disturbo, e non solo psichico… Ad ogni modo, corriamo e consumiamo, poi si vedrà!!!

            Preambolo a parte, forse un po’ provocatorio, non è né gradevole a vedersi né piacevole essere sempre in affanno e con un sorriso “stampato in faccia”. Una persona in affanno e sempre sorridente è decisamente fuori da qualsiasi regola di stile e soprattutto di buongusto. E giocando al raddoppio, vanno guardate con sospetto tutte quelle strutture culturali, fisiche e valoriali, che impediscono all’individuo una adeguata e dignitosa sosta tra un’attività e l’altra della sua esistenza. L’assenza di tali strutture, infatti, quelle intermedie appunto, impediscono, in termini molto pratici, di essere presenti a sé e agli altri, se non in una soluzione confusa, assente, dis-tratta. Insomma, fuori contesto!!!

            L’assenza di una “stanza di compensazione” tra i vari ambiti della propria vita, anche quotidiana, non solo impedisce un’azione efficace ed efficiente, pregnante, ma non è garanzia del proprio pensare ed agire nei confronti del prossimo, dell’interlocutore. Sotto altra prospettiva, ogni attività, almeno rispetto a quelle significative, richiede una preparazione, che in linea generale si sostanzia nel perdere le problematiche, l’incedere, il carico della dimensione dalla quale si esce e nel predisporsi a quelle che si sta per affrontare.

            In tale quadro si colloca l’Anticamera, quale struttura fisica, ma anche esistenziale. Sotto il profilo abitativo, il Mondo ha deciso che bisogna essere veloci, rapidi, e non solo, ma anche efficienti, e non solo in ambito sociale, stricto sensu, ma anche nel luogo a noi più caro. Sicché le abitazioni di oggi sono sprovviste di anticamera e tutto avviene nel cosiddetto open space, come una volta nelle case dei contadini: un unico ambiente, nel quale si accede dalla porta d’ingresso, dove si dorme, pranza, studia. A differenza di allora, l’ambiente è meno rozzo e mancano gli animali, quali asini, pecore e cavalli. In compenso ci sono i gatti e i cani. Ma va bene, ugualmente...

            Non c’è bisogno di una determinazione statistica per accorgersi che le case dotate di un’anticamera, ovvero quella camera in cui ci si distrae dal mondo dal quale si proviene e ci si prepara per quello nel quale si sta per fare esperienza, sono veramente poche. Spesso, peraltro, le anticamere sono mal curate e di scarso significato. Sicché solo in rari casi, quando si entra in una casa vera, si viene accolti in un ambiente che prepara a viverla in pienezza. Eh sì, perché le case vere, che non è detto che siano quelle lussuose o di gente ricca e benestante, sono strutture che rappresentano fortemente chi vi abita, e sono architettate in maniera tale da comunicare chi si è, come si considera l’ospite, cosa si gradisce da costui, cosa gli viene offerto, e via dicendo. Al di fuori di tale ipotesi, siamo in ambienti che non vanno al di là del funzionale o tesi ad ostentare magari ricchezza o cultura, ma mai tesi a narrare il proprietario o i proprietari. 

        Negli anni ’80, ad esempio, spesso si acquistavano le enciclopedie quali componenti e complementi d’arredamento. E a volte i più furbi, si procuravano quelle false, fatte solo dalle copertine, mentre dentro vi era del polistirolo al posto delle pagine. In altra prospettiva, negli anni ’90 cominciarono ad apparire in televisione e nelle riviste d’arredamento gli open space ricavati da vecchie fabbriche dismesse. Ambienti privi di qualsiasi riservatezza, senza difese dunque, e che si mostravano come ambienti desiderabili ed evoluti. E in qualche modo vanno bene per il popolo, che vive tecnicamente senza alcun segreto, immacolato, il quale sempre adempie alla regola tel quel: quello che si vede quello è, non essendoci dell’altro, appunto.

             Chi ha stile comprende bene che esistono le differenze individuali e sociali, le quali vanno mediate e somministrate, almeno le proprie, con grande accortezza e prudenza, talché attrezza sempre nella propria abitazione un ambiente, l’anticamera appunto, che prepara e predispone “al diverso”, e allo stesso tempo, al nuovo, che non possono essere compresi e acquisiti in maniera automatica, senza un buon livello di attenzione, favorito appunto da un ambiente di preparazione.

            Anche questa volta Maison Ragosta ha posto degli spunti di riflessione, che si spera invitino ad un percorso di approfondimento e di ricerca più soddisfacente, esaustivo e di certo più confacente ai propri interessi e alle proprie necessità conoscitive ed esistenziali. Sicché molto altro si può argomentare sull’anticamera e non solo nella prospettiva abitativa, ma anche in ambito esistenziale, dove quest’ultimo richiede soprattutto oggi, Tempo della Confusione e del Disorientamento, una necessaria attenzione e applicazione, se non proprio un robusto sviluppo.

 

Mauro Ragosta

 

Nota: chi è interessato alla produzione di saggi di Mauro Ragosta, può cliccare qui di seguito per le principali delucidazioni:
https://youtu.be/lhdKGKUfH6Q 

 

domenica 22 agosto 2021

Saperi & Sapori (parte settima): Il sale – di Mauro Ragosta

            Qui, come anticipato nel titolo del presente pezzo, sarà il sale il protagonista delle nostre proiezioni intellettuali, delle nostre speculazioni, del nostro piacere di riannodare fatti e circostanze in maniera tale che possano produrre un certo piacere.

            Il sale, in prima battuta, potrebbe assurgere a simbolo di equilibrio e armonia e forse anche di giustizia, ma solo nell’accezione delle capacità di mediazione. Si sa, il sale, soprattutto oggi, viene utilizzato per esaltare e dare la perfetta corposità ai sapori degli alimenti, cotti o crudi. Sbagliare la salatura significa rendere un alimento non commestibile, se in eccesso, e del tutto scipito, se in difetto. Il sale, insomma, rende giusta, armoniosa ed equilibrata una pietanza.

            Da tale impostazione vanno omessi coloro che escludono il sale dalle loro pietanze, al fine – così dicono- di degustare il vero sapore degli alimenti. E questa può essere una prospettiva che riporta alle origini: è il piacere dell’originario, che tuttavia rifiuta molti dei processi culturali, proprio quelli che distinguono l’uomo dall’animale. Sulla scia vi è anche chi degusta il caffè senza zucchero, adducendo che tale prassi sia utile al piacere di assaporarlo nella sua soluzione pura, la quale pare dia particolarmente gusto. In verità, in questo caso, si riscontra facilmente che i veri motivi sovente risiedono nelle diete e nei tentativi di rimanere magri………o in forma, o ancora di rallentare i processi di inesorabile invecchiamento.

            Ad ogni modo, il sale ha una storia antica, articolata e su di esso si è prodotta un’architettura culturale di non poco conto.

            In tempi remoti, il sale veniva denominato “l’oro bianco” in quanto la forbice tra la sua scarsità e il suo valore era altissimo. La mancanza di sale si presentava una circostanza disastrosa, in quanto non si potevano conservare a lungo molti cibi. Insomma, non si potevano fare le scorte per “l’inverno”, tempo di scarsità per eccellenza. Sicché, la grande valenza del sale condusse anche a utilizzarlo come moneta. E così, i “dipendenti” si pagavano in sale, portando tale pratica a definire il loro compenso col termine salario e i “dipendenti” stessi, salariati. L’utilizzo del termine, oggi, è sempre più in disuso e sostituito da re-tribuzione, che presenta una sottostante filosofia economica diversa.

            Attenzione, però, che dal termine sale deriva anche la parola sapere, che si distingue dal lemma conoscere, in quanto essa indica l’esistenza del geniale nel proprio sistema culturale, ma anche dell’avere delle cognizioni sulle cose e sui fatti non solo derivante dalla lettura, dalle informazioni acquisita con vari strumenti, non solo dalle proprie attività riflessive e speculativa, ma anche esperienziali. L’esperienza produce una meta-conoscenza, in quanto permette di penetrare in maniera totale fatti, cose e circostanze, a differenza della conoscenza tout court che è una questione esclusivamente intellettiva, e per questo chiusa. Il sapere è, al contrario, aperto non solo al raziocinio e alla logica, ma anche alla percezione, all’intuizione, a tutte quelle procedure che sono al di là di un processo logico. Il sapere, dunque, come forma di conoscenza superiore, come meta-conoscenza. Diversi, quindi, sono il dotto, l’intellettuale, il colto, dal sapiente.

            Virando verso questioni più propriamente alimentari, il sale è un prodotto che assume varie caratteristiche chimiche e visive. Il sale infatti, non è solo di color bianco. Troviamo in commercio il sale rosso, il sale nero, il sale grigio, il sale marrone, il sale rosa (noto è quello dell’Himalaya, ma non è l’unico), ciascuno dei quali pare che sia particolarmente efficace a seconda delle pietanze, come ad esempio sul pesce o le patate fritte sovente è consigliato il sale nero. Con lo sviluppo della cultura culinaria si è definito l’ambito di utilizzo dei vari tipi di sale, dando luogo così a quella che potrebbe indicare come la cultura del sale. Va da sé che, ogni varietà di sale ha caratteristiche sue proprie, e così troviamo tipi più aggressivi, altri più leggeri, altri con aromi specifici.

            Circa la produzione del sale, questo si estrae in saline, facendo essiccare l’acqua marina, o in cave di salgemma. Al riguardo in Italia note sono le saline di Margherita di Savoia, in Puglia, forse le più importanti nel nostro Paese. Con riferimento al Salento, vanno ricordate le saline dei Monaci Basiliani, localizzate a metà strada tra Porto Cesareo e San Pietro in Bevagna, attualmente abbandonate e frequentate solo dai fenicotteri rosa, che qui nidificano.

            Il sale potrebbe essere considerato, ritornando su quanto si è accennato al principio, quell’elemento che dà corpo ai vari alimenti, e non solo, ma ha anche la capacità di legarli e armonizzarli. Proprio per questa caratteristica nei vangeli Gesù definisce i suoi seguaci, il “sale delle terra”, ovvero coloro che non solo danno un senso all’esistenza, ma permettono anche di aggregare gli uomini. Insomma, i cristiani vengono paragonati a coloro che permettono all’Uomo di attribuire un senso alla propria esistenza, ma anche di vivere in comunità.

            Un discorso a parte merita il poco noto “rito del sale” che si svolge in particolari circostanze, ovviamente nelle varie chiese cristiane, e che metaforicamente fa comprendere i valori e la funzione della croce di Cristo. Un rito nel quale vengono distribuite ai partecipanti dei grossi grani di sale, che devono essere sciolti in bocca. Ed ecco che, se in un primo tempo il grosso grano di sale dà delle sofferenze terribili, quando si è completamente sciolto rende dolcissima la bocca, segno tutto ciò della passione, della morte e della resurrezione…

            Molto altro si potrebbe dire sul sale, ma il nostro compito si esaurisce qui, in quanto orientato quasi unicamente a funzionare da stimolo per le ricerche e le riflessioni del nostro caro e tanto affezionato, lettore.

 

Mauro Ragosta


Nota: chi è interessato alla produzione di saggi di Mauro Ragosta, può cliccare qui di seguito per le principali delucidazioni:
https://youtu.be/lhdKGKUfH6Q 

 

mercoledì 26 maggio 2021

Saperi & Sapori (parte sesta): Il caffè – di Antonella Ventura

 

      E non poteva mancare in questa rubrica di Maison Ragosta, Saperi & Sapori per l’appunto, una breve dissertazione anche sul caffè, bevanda amatissima dagli italiani, e non solo. V’è subito da specificare, tuttavia, che i grandi consumatori di caffè sono i paesi del Nord Europa, mentre l’Italia si posiziona solo al 13° posto per consumo procapite. D’altra però, il caffè, nella fattispecie Espresso, diffusissimo in tutto il Mondo, è di invenzione-origine italiana. Al di là di ciò, i grandi consumatori di caffè sono gli europei, mentre in seconda battuta vengono i sudamericani, poi i nordamericani, di seguito tutto gli altri.

            Nella storia del caffè lo snodo decisivo pare collocarsi nel XV secolo, in connessione con lo sviluppo del suo consumo, che destò l’attenzione dei poteri religiosi sia cristiani sia musulmani. Ora, pare che la scoperta del caffè, quale bevanda energizzante, risalga ai primi secoli dell’Era Cristiana. Le leggende circa le origini del caffé, al riguardo, sono molte. Sia il Mondo Cristiano sia il Mondo Musulmano se ne contendono il primato, ma l’unica cosa certa è che il fenomeno della coltivazione della pianta di caffè divenne un fenomeno rilevante nel XV secolo tra l’Etiopia e lo Yemen. Testimonianze ancora più certe ci dicono che la pianta del caffè veniva coltivata a metà Quattrocento dai monaci Sufi yemeniti.

            Ad ogni modo, nel ‘500 la scura bevanda era conosciuta in molta parte del Mondo Musulmano e cominciava ad essere introdotta anche in Europa, grazie ai mercanti veneziani. La progressiva diffusione trovò, tuttavia, notevoli ostacoli nei dissensi del potere religioso, che, per le sue qualità, la considerava la “Bevanda del Diavolo”. Vari furono i tentativi di vietarne il consumo, ma alla fine ogni sforzo fu vano, dal momento che il consumo di caffè muoveva affari economici e finanziari sempre più rilevanti. Nel Mondo Cristiano, le attività di contrasto cessarono, quando Clemente VIII, qualche anno prima della fine del suo pontificato, ovvero nel 1605, la giudicò un’ottima bevanda. Da qui il caffè, in Europa, venne consumato in maniera vieppiù crescente ed esponenziale, mentre il Mondo Arabo protrasse la querelle sostanzialmente per tutto il XVII secolo. Alla fine, anche qui il Vino dei Musulmani, così veniva definito il caffè, fu liberalizzato completamente.

            E così, nel ‘600 in Europa, nel giro di pochi decenni ogni centro abitato ebbe almeno una sua caffetteria. Agli inizi del ‘700 a Venezia se ne contavano più di 200. E qui va segnalato che, nel 1720 apre il famosissimo Caffè Florian, tutt’ora attivo, in Piazza S.Marco. La caffetteria lentamente, poi diventa luogo d’incontro, dove la degustazione del caffè è soprattutto la scusa per rimediare un incontro d’amore, d’affari o amicale. Da qui, poi, questi spazi di degustazione della famosa bevanda diventano luoghi frequentati da artisti, intellettuali, poeti: nascono così i Caffè Letterari. In ogni caso, fino a metà Novecento il caffè, nei luoghi pubblici, quali appunto i Caffè, si degustava al tavolo e seduti. Negli anni ’50, con l’americanizzazione della cultura europea e, dunque anche italiana, tale costume subisce delle vistose variazioni: comparvero i Bar, dove il caffè viene degustato al banco e in piedi.

            Sino a vent’anni fa, sembrava, almeno in Italia, che i Caffè dovessero scomparire o essere luoghi destinati solo ad una ristretta élite. Ed invece, no. Oggi, le due strutture, il Bar ed il Caffè, sono fortemente diffuse e vengono frequentate in base alle circostanze. La più usuale, ovviamente, tra le due soluzioni, attualmente è quella che garantisce ambedue le modalità di consumo, indipendentemente dalla dicitura che si usa per il locale.

            Va da sé che, con lo sviluppo economico e culturale, la bevanda ha registrato composizioni sempre più articolate, variegate e complesse. E così, con riferimento al frutto, alle tradizionali qualità, quali la Robusta e l’Arabica, se ne sono aggiunte molte altre, specifiche. Del pari anche le miscele sono diventate le più disparate, sino al punto in cui i gestori delle caffetterie fanno uso di varianti fortemente personalizzate. Non pochi, in ogni caso sono coloro che gradiscono soluzioni monorigine o pure. In tale direzione, anche le modalità e la ritualità legata al consumo del caffè sono innumerevoli: c’è chi gradisce il caffè in tazza fredda, chi in tazza calda, chi in tazza sottile, chi in quella spessa, chi in tazza larga, chi in tazza alta, c’è, poi, chi vi aggiunge un po’ di latte, altri delle soluzioni alcoliche (il cosiddetto caffè corretto). E non finisce qui. C’è chi lo desidera ristretto, chi lungo, chi all’americana, chi amaro. D’estate poi, l’uso è quello di prendere del caffè freddo, mentre a Lecce, si usa il caffè in ghiaccio, edulcorato a volte con latte di mandorla.

            Anche sulle modalità con le quali viene prodotta la bevanda sono le più disparate. In Italia se ne conoscono tre: alla napoletana, espresso e con la moka. La prima è la più antica, mentre la seconda viene escogitata dall’ingegner Liugi Bezzera, nel 1902, la terza, invece, dall’imprenditore Alfonso Bialetti, nel 1933. Tre modalità che oggi possono essere esperite sia nelle caffetterie pubbliche, siano esse bar o caffè dove predomina la modalità espresso, sia presso le abitazioni private.

            Un mondo complesso quello legato alla produzione -che oggi supera le 12 milioni di tonnellate- e al consumo del caffè, una bevanda di sicuro successo, che, fatta esclusione di una normale quota di detrattori, accompagna la vita dell’Uomo Occidentale, da quando si sveglia, al mattino, fino a sera, con i consumatori più accaniti e refrattari alla caffeina, ma non al meraviglioso gusto…

 

Antonella Ventura

venerdì 14 maggio 2021

Saper Comunicare (parte undicesima): Sulla chiacchiera, il dialogo e la conversazione – di Mauro Ragosta

 

           È solo dopo aver affrontato i principali temi della comunicazione che si può trattare di alcuni modelli interpersonali in cui essa si realizza. Per i lettori di Maison Ragosta abbiamo scelto quelli di base, ovvero “la chiacchiera”, il dialogo e la conversazione, i quali si dispongono tutti su un unico asse ideologico. Nello specifico, il filo conduttore a cui si farà riferimento nell’analizzare questi modelli è costituito dalla razionalità, dalla coerenza interna e dalle capacità intellettive di realizzarle.

            E proprio con riferimento a quest’ultimo, “l’arte della chiacchiera” non tiene conto dell’elemento razionale nella concatenazione degli argomenti e delle proposizioni in cui si articola. Si potrebbe al riguardo utilizzare l’espressione “a pioggia” molto cara a politici ed economisti per comprendere cosa sia. Nella chiacchiera, infatti, non vi è un’organicità delle proposizioni degli interlocutori: si salta di qui e di lì senza avere un obiettivo specifico, dove ad un’asserzione non deve seguirne un’altra pertinente e concatenata. È l’interlocuzione del relax, del disimpegno, del piacere conviviale e amicale nei tempi dedicati alla rigenerazione e al riposo.

            Diverso, invece è il caso del dialogo, più impegnativo, che richiede attenzione crescente. Qui infatti, l’interlocuzione è finalizzata ad ottenere un risultato, che, tra i tanti, ad esempio, può essere la chiarificazione di un argomento o un problema, ma anche un confronto volto a stabilire la leadership. Nel dialogo decisiva si presenta la concatenazione logica delle proposizioni degli interlocutori, che diventa vieppiù soddisfacente in relazione alla robustezza intellettuale ed intellettiva dei “partecipanti”. Robustezza che deve essere sempre tenuta in considerazione, perché è a carico del singolo interlocutore comprendere quando chi ha di fronte non è più capace di mantenere la linea logica del discorso. In tal caso, deve ritirarsi o ritrarsi dal dialogo, che non è più tale. Non sempre, infatti, chi non regge l’interlocuzione capisce che è incapace di relazionarsi ulteriormente sul piano razionale e delle conoscenze, e se dovesse accorgersene non sempre è onesto intellettualmente e tale da avere il coraggio di dichiarare la propria incapacità.

            Può essere che nessuno degli interlocutori si accorga che l’interlocuzione sia ad un certo punto priva di orientamento, direzione e visione dell’obiettivo finale. In tal caso, di fatto, il dialogo sfocia inconsapevolmente nella chiacchiera, che ovviamente non consente di approdare ad alcunché di concreto.

            Simile al dialogo è la conversazione, con la differenza che qui siamo nel campo della ricercatezza oratoria, della scelta della parola giusta, che non sempre è quella per la quale bisogna fare una ricerca sul vocabolario, della capacità di concatenare le parole in maniera elegante o innovativa, o addirittura di essere capace di formule letterarie inedite.

            Al contrario del dialogo, che ha delle finalità specifiche e concrete, la conversazione non ha un obiettivo specifico, è una sorta di esercizio al buon gusto e di buon gusto. Tuttavia, si differenzia anche dalla “chiacchiera”, perché qui si ha un perimetro relazionale.  Nella conversazione generalmente si stabilisce, infatti, un tema attorno al quale ruotare, che si presenta strumentale all’esercizio oratorio. Infine, specifico della conversazione sono le capacità degli interlocutori di non giungere mai a posizioni di principio, a esposizioni razionalmente stringenti e del pari dovranno aver cura di non essere troppo irrazionali o di “precipitare” in volgarità di sorta. Insomma, negli interlocutori dovrà prevalere quell’atteggiamento che li fa convergere sempre in una posizione media, dove far privilegiare il bello, l’originale, l’elegante, scopi ultimi della conversazione.

            Anche in questo caso, la robustezza intellettiva ed intellettuale, oltre che culturale, si presenta decisiva, dove proprio la capacità di parlare nei tempi giusti e tali da lasciare spazio al proprio referente, si presenta decisiva, anzi, imprescindibile.

 

Mauro Ragosta

 

Nota: chi fosse interessato alla produzione di saggi di Mauro Ragosta, può cliccare qui di seguito per le principali delucidazioni:
https://youtu.be/lhdKGKUfH6Q 

 


sabato 8 maggio 2021

Punti, appunti e puntini (parte prima): Il Tempo e l’Eternità – di Mauro Ragosta

 

       Qui e così Maison Ragosta avvia una nuova rubrica, ovvero Punti, Appunti e Puntini, che rispetto alle precedenti avrà una specifica qualità con riferimento alla circolazione. Quest’ultima rubrica avrà infatti una circolazione limitata, ovvero solo ai lettori più affezionati, a coloro che in qualche modo pongono più attenzione a quello che in questa rivista va proponendosi da oltre due anni.

            Punti, Appunti e Puntini racchiuderà un complesso di speculazioni più spinte rispetto agli standard tradizionali di Maison Ragosta, in quanto da più parti si è rilevata la necessità di un prodotto letterario più evoluto, un qualcosa che sicuramente non si tradurrà nelle diverse “Tradizioni Orali” delle varie branche del sapere, ma ad esse sarà tangente in maniera significativa. Sicché con Punti, Appunti e Puntini si supera di fatto la cultura libresca tuot court, anche se non si accede in ambiti spiccatamente riservati. Idee e riflessioni che possono rimanere sul piano strettamente speculativo ed elucubrativo, della chiacchiera, del panegirico insomma, ma che talvolta ed in alcuni casi si presentano come quel passo che fa cadere in altre dimensioni.

            Si conclude questa breve premessa, precisando che il titolo della rubrica non è una novità assoluta né una Nostra invenzione letteraria. Esso è una replica di quanto venne proposto nel noto giornale leccese “Il Corriere Meridionale” nei primi anni del Novecento, per una rubrica portata avanti da Gaetano Della Noce, uno dei tanti intellettuali che costellavano il mondo culturale leccese tra Ottocento e Novecento.

            Il tema di questa prima parte, come s’è evidenziato, è Il Tempo e l’Eternità. Va da sé che qui si offriranno solo degli spunti, del materiale riflessivo, molto parziale e si lascia al lettore, se interessato, l’attività analitica e più esaustiva.

In prima battuta va subito evidenziato che, in linea generale, del Tempo se ne hanno due concezioni, ovvero il Tempo della Natura e il Tempo Cronologico. Molti tentano di separare queste due concezioni, affermando che ogni “cosa” ha il suo Tempo, che non è misurabile, alludendo anche al fatto che non vi sia la possibilità di prevedere. Ed in effetti nella Natura non esiste il principio dell’uguaglianza, che è solo un prodotto della mente umana, ma questo non significa che ogni cosa non possa essere misurata nella sua diversità, ed in qualche misura essere intercettata in termini temporali.  E proprio per questo, come si vedrà, il Tempo Cronologico va considerato come la “coscienza” del Tempo della Natura. Ma andiamo per ordine.

            Per giungere a quanto affermato, si deve concepire l’Uomo come elemento di rottura nelle principali dinamiche della Natura, e da qui come vettore di evoluzione della Natura stessa, essendone ovviamente una sua parte integrante e inscindibile. La comparsa dell’Uomo conduce dunque la Natura ad avere coscienza di sé. Anzi si potrebbe giungere a dire che l’Uomo è la coscienza della Natura e da qui il fuoco evolutivo del Creato.

            Ed in effetti, l’Uomo, dotato di intelletto e ragione, conosce la Natura e i suoi segreti, ed il Tempo è uno degli elementi della sua conoscenza. Sin da principio l’Uomo ha escogitato un sistema di misurazione del Tempo, che vieppiù è diventato sofisticato e applicabile per la misurazione della maggior parte delle manifestazioni della Natura. E così il Tempo cronologico misura i Tempi della Natura.

            Ma l’Uomo non si è fermato a prendere atto dei Tempi della Natura, ma ha usato la misurazione del Tempo per orientare se stesso e la Natura, con grande precisione. E l’uomo, che conosciuto i tempi della Natura, è riuscito a imporre a questa tempi diversi e da qui dinamiche dove la sua volontà è centrale.

            In conclusione, si potrebbe arguire che solo chi ha coscienza di sé può modificarsi e per giunta superarsi, e il Tempo cronologico è uno degli elementi alla base dell’evoluzione. Sicché chi non conosce i suoi tempi e i tempi di ciò che lo circonda non ha sostanzialmente coscienza di sé ed è vicino all’animale. Per rendersi conto di ciò, basta levarsi l’orologio…o non guardare mai il calendario

            Ora, il tempo è sempre connesso a ciò che ha un inizio e una fine, indispensabili questi perché sussista. Da qui è facile concludere che ciò che non ha queste caratteristiche è qualcosa di diverso e non a caso, si connota con il termine Eterno, il quale attiene al Divino, o a quei meccanismi che sono alla base della Vita, e per estensione, dello sviluppo delle Civiltà. Queste ultime, infatti, hanno al loro fondamento sempre gli stessi meccanismi, conosciuti i quali si entra nella dimensione Eterna.

Interessante notare, infine, che il simbolo dell’Eterno è il numero 8, in tutte le posizioni consentite, ma anche lo Zero o il Cerchio.

 

Mauro Ragosta

 

giovedì 6 maggio 2021

La Salvezza? Genialità e Creatività! – di Mauro Ragosta


       Tutto cambierà nel giro di pochissimi anni. Le crisi sotto il profilo socio-economico hanno l’effetto –e ciò è comprovato dalla Storia- di spostare la popolazione dai settori meno evoluti a quelli più evoluti, ovvero da quelli più semplici e meccanici a quelli più complessi e problematici, ed ancora da livelli elementari ad altamente articolati. E la popolazione in cammino in questo percorso non sempre si presenta all’altezza dei nuovi scenari e del cambiamento, talché molti sono quelli che escono dal mercato del lavoro. Sicché la crisi, sicuramente è il preludio a nuovi e rinnovati scenari produttivi e sociali, in un processo che offre maggiori benefici e benessere, ma è anche il momento in cui il sistema si libera di risorse incapaci di percorrere le strade che lo sviluppo impone, e che preferisce sostenere gratuitamente, anziché impiegarle nei processi produttivi e sociali.

            Le crisi che si sono sviluppate negli ultimi duecento anni, infatti, hanno fatto transitare il sistema produttivo da un uso intensivo della meccanica, a quello poi dell’informatica e, con la crisi del 2020, si passerà nell’Era della robotica, che verrà impiegata in ogni ambito delle attività umane. Il robot farà persino da badante, da autista e da giornalista, da cantante e da musicista, da medico, da docente, da avvocato, da ingegnere.

            Lasciando stare i meccanismi che portano ad un’applicazione sempre più spinta della tecnologia dopo una crisi, di certo sappiamo che nei prossimi anni molti processi produttivi verranno portati avanti dai robot. Ne consegue che non poche risorse umane dovranno collocarsi in settori più evoluti, ed in ogni caso, dove il robot non potrà essere impiegato, richiedendosi, dunque, al “lavoratore” qualità superiori e non raggiungibili o riproducibili dall’intelligenza artificiale.

            Ed ecco che l’istruzione e lo sviluppo costante delle competenze produttive saranno indispensabili, ma non sufficienti per rimanere nel mercato del lavoro in posizione attiva. Certamente, si svilupperà tutta un’economia attorno a chi non riesce ad integrarsi nei nuovi processi produttivi, e ciò in termini di supporto psicologico, esistenziale o riabilitativo ai nuovi scenari. Da qui, ad esempio, uno dei tantissimi focalizzati sull’assistenza, può essere quello che vedrà sorgere migliaia i corsi tesi a gestire lo stress, sviluppare l’arte oratoria, l’arte di gestire un’impresa, l’arte di mantenere la calma e la freddezza nelle decisioni, l’arte di effettuare le scelte e via dicendo.

            Per altro verso, sul piano sostanziale e pragmatico, i titoli avranno sempre meno valore, non escludendosi tuttavia la necessità di conseguire almeno una laurea, nella prospettiva formativa ed informativa. Ma come si sottolineava, le competenze non rappresenteranno la discriminante, il valore aggiunto. In altre parole, se si hanno competente sviluppate, anche in maniera importante, si avrà solo la possibilità di “entrare in campo” e non vedersi relegato alla “panchina”. E la cosiddetta raccomandazione, sarà prerogativa di pichissimi e sempre meno legata a questioni di casta. Avendo rilevanti competenze, dunque, non si entrerà nel mercato del lavoro, ma ci si potrà candidare, mentre in passato il possesso di queste era una delle garanzie per lavorare e magari anche arricchirsi.

            Nella società del domani, di quest’immediato domani, il lavoro sarà riservato solo a chi ha genialità, creatività, una giusta follia. E questo perché tutti i processi codificabili e le informazioni possono essere gestite da robot e dall'intelligenza artificiale. Insomma, saper fare una operazione ripetibile non rientrerà più nel concetto di lavoro, ma oggetto di processi informatici e robottizzati. All’uomo resta, dunque, il guizzo intuitivo, l’estro folle ed efficace, che prescindono da un’azione manualistica e prevedibile, che tuttavia bisogna conoscere per trascendere, appunto. Il lavoro del domani sarà per persone altamente intuitive, altamente in-telligenti, capaci di “sbandate controllate” come nel rally, per il resto tutto sarà devoluto al robot, anche il taxi.

Mauro Ragosta

Nota: chi fosse interessato alla produzione di saggi di Mauro Ragosta, può cliccare qui di seguito per le principali delucidazioni:
https://youtu.be/lhdKGKUfH6Q 

 

mercoledì 28 aprile 2021

Stile & Buongusto (parte decima): il bigliettino da visita – di Mauro Ragosta

         E siamo così arrivati al decimo appuntamento della rubrica di Maison Ragosta, Stile e Buongusto, nel quale si faranno alcune considerazioni sul bigliettino da visita, soprattutto circa l’uso e l’impostazione grafica.

            Al riguardo, non ci pare inopportuno sottolineare che il bigliettino da visita è metaforicamente figlio del bigliettino di visita, in uso dai primi decenni del Settecento e fino alla fine dell’Ottocento, quando cominciò a diffondersi l’uso del telefono. In effetti, il bigliettino di visita si affermò per la prima volta a Parigi e serviva a lasciare una traccia di chi rendeva visita, ma aveva la sfortuna di non trovare presso il suo recapito la persona di proprio interesse. E così, il lacchè consegnava al maggiordomo della persona visitata il bigliettino del visitatore, il quale con tale prassi segnalava la circostanza del suo tentativo di rendere visita. Ovviamente, il destinatario del bigliettino di visita una volta entrato in possesso, sapeva chi l’avesse cercato presso il proprio recapito, e aveva così modo e l’opportunità di provvedere a ricambiare.

            Il bigliettino di visita era composto in maniera semplice ed essenziale: nome e cognome, al centro, in basso a sinistra la via di residenza e, in basso a destra, eventualmente, il club di appartenenza. Questa la forma canonica e classica, ma v’era chi aggiungeva disegni, motti, titoli.

            Con la diffusione dell’uso del telefono il ricorso al bigliettino di visita fu sempre meno frequente, sino a non esser più considerato come forma comunicativa, ma il piccolo cartoncino con le proprie coordinate continuò ad essere utilizzato, con funzioni tuttavia diverse e da qui il cambio del nome, ovvero bigliettino da visita, in quanto la sua funzione principale fu ed è quella di essere strumento di “apertura” di relazione.

            Oggi, bigliettini da visita se ne distinguono principalmente tre, ovvero quello commerciale, quello professionale e quello personale. Il primo di fatto si sostanzia nell’offerta commerciale di beni e servizi dell’intestatario, mentre il secondo mette in evidenzia il proprio ruolo socio-lavorativo.

            E proprio in riferimento a quest’ultimo sarebbe auspicabile usare alcune raffinatezze, che di rimando definiscono il proprio status culturale e il background sociale. Così, è sicuramente significativo eliminare dal bigliettino da visita il titolo universitario, fatta eccezione per i medici. È questa una prassi che si usa in tutta Europa. Sul bigliettino da visita professionale, in effetti, andrebbero segnalate soltanto la funzione aziendale o il ruolo professionale o ancora il tipo di lavoro che si svolge. E tuttavia si può dare una traccia sul proprio tipo di formazione, indicando in alto a destra l’università frequentata, che definisce meglio soprattutto lo status sociale e la qualità dei propri studi. Ora, se proprio non si volesse rinunziare allla menzione del titolo universitario, bisognerebbe indicarlo nella lingua italiana con le abbreviazioni “dott. per gli uomini e dott.ssa per le donne”; se invece si dovesse scegliere la lingua inglese, qui l’abbreviazione è soltanto “dr.”, e sta per doctor, che vale sia per gli uomini sia per le donne. Gravissimo errore, al riguardo, sarebbe quello di trasformare l’abbreviazione inglese al femminile italiano, ovvero “dr.ssa”, prendendo così l’abbreviazione una parte in inglese e l’altra in italiano.

            Sin qui si sono trattati i bigliettini da visita più diffusi ed utilizzati. Ed in effetti pochissimi ricorrono al bigliettino da visita personale, il quale ha la funzione di rendere più discreto il trasferimento dei propri recapiti privati. In tale ambito va subito segnalato che si presenta decisamente poco elegante chiedere al proprio interlocutore i suoi recapiti telefonici o di residenza, soprattutto se con formule dirette. Ottenere ciò deve essere considerato una concessione. Una persona ben educata, solo in casi eccezionali chiederà il recapito telefonico o dell’abitazione del proprio interlocutore, il quale deve essere lasciato assolutamente libero di dare queste che sono informazioni riservate. Motivo per il quale se qualcuno volesse essere contattato da voi, vi darà le necessarie informazioni, e nella fattispecie vi lascerà il proprio bigliettino da visita, sul quale verranno indicati solo il nome ed il cognome, la via di residenza ed un recapito telefonico. Assolutamente fuori dal buon gusto è segnalare sul bigliettino da visita personale il titolo universitario, l’azienda per la quale si lavora o altra indicazione attinente al mondo del lavoro e professionale, anche nel caso si abbiano riferimenti accademici. Peraltro è totalmente privo di qualsiasi grazia comunicare a voce il proprio numero di telefono, mentre il destinatario compie tutte le operazioni di memorizzazione sul proprio palmare o su un taccuino o addirittura su un foglio di carta “volante”….

            Va da sé che, altro ancora si può dire sull’argomento, ma qui s’è solo lasciata una traccia tesa a chi ama il dettaglio ed il particolare, per speculare o informarsi meglio circa tutte le specifiche del caso.

 

Mauro Ragosta

 

Nota: chi fosse interessato alla produzione di saggi di Mauro Ragosta, può cliccare qui di seguito per le principali delucidazioni:
https://youtu.be/lhdKGKUfH6Q 

 

venerdì 23 aprile 2021

Maison Ragosta Spazio Live n°3 : Intervista a Pompea Vergaro - di Mauro Ragosta

 

 

    Qui un altro pezzo della nuova rubrica, Maison Ragosta Spazio Live, condotta da Mauro Ragosta, spesso assieme ad attori privilegiati del mondo culturale leccese. Si tratta di uno spazio in video dedicato ad interviste, recensioni, conversazioni, considerazioni specifiche. Tutto sul Mondo dell'Arte e della Letteratura non solo leccese, ma anche nazionale ed internazionale. Questa Terza Parte è dedicata a Pompea Vergaro, critica d'arte e direttore responsabile del quotidiano on line Venti di Ponente, che qui ci illustrerà alcuni tratti del suo modo di fare giornalismo, dei suoi rapporti con la società che la circonda e col mondo culturale leccese.

Di seguito il link della video intervista:

https://youtu.be/_24Ib38nXlQ

 

 

 

martedì 20 aprile 2021

Saperi & Sapori (parte quinta): Le erbe selvatiche – di Antonella Ventura

          E siamo alla quinta puntata della Nostra rubrica Saperi & Sapori, dove, dopo aver offerto ai lettori di Maison Ragosta le principali chiavi di lettura con le quali si affrontano la trattazione di cibi e alimenti, abbiamo reputato addentrarci in argomentazioni un po’ più pregnanti sul piano dei principi, sia su quelli che governano il nostro/vostro Mondo Occidentale sia su quelli che potrebbero costituire un nuovo modo di concepire l’esistenza sia su quelli che sono stati fondanti nel passato. E così si è scelto di argomentare sulle erbe selvatiche…….

C’era una volta in un prato ricco di colori e odori selvatici una strega un po’ fata buona, inseguita da giudici cattivi, e c’erano villaggi fatti di casine con camini accesi, sui quali ardevano paioli di ottima minestra… così si potrebbe cominciare ad argomentare di erbe selvatiche e i protagonisti ci sarebbero tutti, perché dire erbe selvatiche è raccontare di un’antica cucina e di sane medicine, toccando, qui e lì e per completezza, anche brutte situazioni, tradizioni oscure, pregiudizi e morte.

Le erbe selvatiche, chiamate anche “piante alimurgiche”, sono state per secoli l’alimentazione delle necessità. Infatti, queste piante -conosciute il più delle volte con i propri nomi dialettali, che variano da regione a regione- sono a disposizione dell’Uomo in ogni mese dell’anno e non hanno bisogno di alcuna cura particolare: sono dono spontaneo di Madre Natura, sin dalla notte dei tempi.

È con un afflato fiabesco che sovente si vanno a raccogliere i fiori di campo e le erbette selvatiche, muniti di sacchetto e taglierino, necessario quest’ultimo per non sradicare l’intera pianta e permettere la rinascita successiva. In simile attività potremmo imbatterci nei simpatici fiori gialli dell’Iperico, nel Finocchietto Selvatico, dal sapore dolce e intenso, nell’Insalatina di Plantago Lanceolato e Sangina, e ancora nella vellutata Salvia, dai fiori viola, nel Timo, nell’elegante Aglio, nella Ruchetta, nel Fiore di Cappero, con i suoi frutti dal sapore deciso e penetrante, nella Mentuccia, nella Malva o nelle oltre 800 varietà di piante commestibili e terapeutiche esistenti in natura.

Molte delle erbe e dei fiori selvatici sono stati rivalutati da grandi chef, che li hanno inseriti in preziosi piatti di alta ristorazione, contribuendo a esaltare sapori antichi, di secoli passati. Si riscopre cosi, l’orto classico di una volta, quello che non mancava mai dietro la casa, con le sue verdure vive, perché prive di concimi chimici. Un’agricoltura che, dunque, non punta alla quantità ma alla qualità, alle tradizioni, ai sapori antichi, originari di una cultura contadina. E così si è ritornati alle preziose Minestrelle di Erbe, zuppe mai una volta uguali all’altra, perché prive di ricetta scritta che ne indichi dosi ed ingredienti, tramandate oralmente per secoli. Ed ancora, la Minestrella di Galligano, la Zuppa di Cascio, oggi molto apprezzate, sono due dei tanti validi esempi che si potrebbero fare.

Riscoprire le piante selvatiche è riappropriarsi di una sorta di grammatica propria del territorio, di una vocazione tramandata per secoli ed oggi fortemente compromessa. Infatti non tutti vedono le piante come suggestioni di bellezza della terra, saggezza e intelligenza di comunità, perché non è facile legare una economia consumistica, basata sulla produttività, al destino della terra e alla ciclicità delle stagioni, dove nulla si può avere di più del necessario. Ecco che, amare le erbe selvatiche significa appunto, ridare valore all’ambiente naturale e ai suoi percorsi spontanei. Anzi, pare che lo spontaneo non ci interessi più, non ci interessa più uno sviluppo assieme alla Natura, all’ordine naturale delle cose, ma si vuole forse un altro Uomo e un’altra Terra, reinventati non si sa sulla base di quali principii.

Per altro verso, molte sono le proprietà terapeutiche delle erbe selvatiche, delle quali l’uomo si è avvalso sin dall’ origine dei tempi, e i guaritori naturali, rappresentano un pezzo importante della medicina dei semplici. Essere curati attraverso le piante vale a dire staccarsi da una medicina allopatica, basata sulla sintomatologia e sull’ assunzione di principi attivi chimici, atti ad eliminare tali sintomi, per prendere in considerazione una prevenzione più ampia, basata su un apporto costante di elementi, che si attivano a proteggersi, attraverso una naturale complementarietà con le piante, le quali sintetizzano, per la loro protezione, le stesse sostanze che proteggono noi.

Già nella medicina antica la malattia era vista come una mancanza di sintonia del corpo con la natura e ricorrendo, a volte ad aspetti ritenuti magici, si cercava di restaurare la comunicazione. Qui, le erbe selvatiche erano un mezzo importante per ritornare in questa “simpatheia”, dal greco sentirsi insieme, all’unisono, concordi cioè in armonia con gli elementi attraverso gli elementi stessi.

In tale prospettiva, originariamente erano le donne le depositarie della scienza delle erbe; conoscevano i tempi di raccolta, che di solito combaciavano, ad esempio, con la notte di San Giovanni, tra il 24 e il 25 giugno, o seguivano le fasi lunari, perché era pensiero comune che vi fossero momenti in cui le piante avessero maggiori poteri. In passato, infatti sarebbe stato facile, girando in queste notti particolari per selve e boscaglie, imbattersi in cerimonie con fuochi accesi, intorno ai quali si consumavano riti legati alla fertilità, con danze sfrenate e benedizioni di donne guaritrici, anche poco o per niente vestite, poiché la nudità delle raccoglitrici, si riteneva, aumentasse il potere della raccolta. E tutto era chiesto agli Dei, nulla poteva l’Uomo senza il loro benestare. Ogni forma di vita presa in sacrificio per l’uomo andava benedetta con gratitudine e rispetto, perché rappresentava un dono.

Questa bella fiaba fu per secoli quotidianitá, fino alla comparsa del cristianesimo che relegò un Dio in un cielo lontano e il rito divenne una prerogativa solo maschile e di pochi eletti. Il popolo perse così, il potere della comunione diretta con il divino e alla donna si tolse il simulacro della religiosità e l’idea della Dea Madre Terra. Tutto ciò per riempire monasteri prima e conventi dopo, di questa scienza, quella appunto delle erbe officinali. Da quel momento in poi saranno i monaci e i frati a detenere questa sapienza, e le donne che tentavano ancora di tramandare questa antica saggezza venivano arse vive sui roghi, accesi appositamente per sconfiggere questo retaggio ancestrale. Nasce la caccia alle streghe, alle quali vengono fatti confessare, attraverso inverosimili torture, poteri demoniaci impossibili e impensabili. Di fatto, dietro vi era un processo di trasferimento di saperi e poteri legati alle erbe selvatiche.

      Ma chi erano in realtà le streghe? Oggi lo sappiamo: erboriste, levatrici, guaritrici, specializzate in quelle affezioni tipiche del mondo femminile, quali mestruazioni, gravidanze, parti e aborti. Donne preparate in rimedi tratti dalla conoscenza, molto approfondita di erbe e fiori, che per questo, al bisogno, sapevano diventare anche assassine. Perché pensare che la magia come l’erboristeria fosse solo votata a pratiche pacifiche sarebbe sbagliato, poiché le pratiche magiche sono da sempre uno strumento utilizzato sia nella difesa quanto nell’attacco e le piante possono guarire quanto uccidere. Ma questo è un altro grande capitolo legato alle erbe selvatiche…..

 

Antonella Ventura