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venerdì 6 marzo 2020

“Festa della Donna”: riflessioni preliminari – di Mauro Ragosta

                                                    Ph Lucio De Salvatore
        
           Dopodomani, 8 marzo, ricorrerà la cosiddetta Festa della Donna. Nell’accezione ufficiale la dicitura della ricorrenza è Giornata Internazionale dei Diritti della Donna, e questo perché non è una giornata di “festa”, almeno non lo è stata fino a trent’anni fa, da quando cioè è prevalsa in maniera prepotente la cultura consumistica e festaiola, che ha tradotto anche i più importanti momenti politici e culturali in qualcosa di molto vicino allo spettacolo, all’intrattenimento. Di fatto, la “Festa della Donna” nasce come momento di riflessione sulla condizione della donna nella prospettiva moderna e di una società fortemente urbanizzata ed industrializzata. Venne istituita per la prima volta negli USA nel 1909, su iniziative delle donne socialiste americane e si diffuse lentamente in Europa a partire dal 1911. In Italia fu istituita nel 1922. La prassi, invece, che ne definisce la data, ovvero l’8 marzo, come giornata dunque destinata al momento di riflessione tipicamente politico, almeno così era in origine, si stabilisce lentamente a partire dal 1918 e corrisponde alla data d’avvio della prima fase della Rivoluzione Russa del 1917.
            La “Festa della Donna” è una festa tipicamente social-comunista, che poco riguarda il movimento femminista di destra, di stampo liberale. Ed in effetti il femminismo non è esclusivo del mondo di sinistra. In generale, esso si struttura e si sviluppa su tre componenti, ovvero quella socialista, quella liberale e quella anarchica, che è una variante di sinistra più integralista. E mentre il femminismo socialista è di stampo prettamente sindacale e riguarda il mondo operaio e partendo da questo mondo e in questo mondo cerca la parità e il suo riscatto; quello liberale, invece, è di stampo prettamente familiare e di riscatto dal ruolo tipico di madre e “regina della casa” nella prospettiva borghese. Il femminismo liberale si batte per rivedere il suo ruolo tradizionale sul piano dell’istruzione, della parità dei diritti, dell’amministrazione, dell’esercizio delle professioni e della politica.
            Tutti e tre i filoni, sui quali si sviluppa appunto il femminismo, si basano sul concetto di uguaglianza e, come s’è messo brevemente in luce, questo viene declinato in maniera diversa. Un’uguaglianza, tuttavia, che fino a qualche decennio fa si strutturava su modelli maschili, ovvero di appropriazione di ruoli e prerogative maschili. Il vero processo evolutivo, fino agli anni ’70 del Novecento estremamente elementare e poco elaborato, tipico ancora oggi delle fasce più popolari, si ha a partire dai contributi, che avranno una grande eco negli strati superiori della società, della bulgara, naturalizzata francese, Jiulia Kristeva. La Kristeva, negli anni ’80, infatti, sulla scorta del pensiero di Jacques Lacan, concepisce il riscatto della donna non più sull’imperante principio emulativo e di sostituzione, ma di sviluppo della diversità e dunque delle peculiarità tipiche delle donne, a partire dallo stesso linguaggio. In altre parole, l’emancipazione femminile avverrebbe secondo la studiosa bulgo-francese sullo sviluppo di modelli propri, endogeni al mondo femminile, a cui dare la stessa dignità di quelli del modello maschile imperante. Ed ecco che viene riformulato in toto il principio di uguaglianza e messi in discussione tutti i valori rivoluzionari e sessisti, pur anche quelli fondati sul lesbismo e l’omosessualità in genere.
            In tutto questo, tuttavia, va considerato che il femminismo, con tutta “La festa della Donna”, nasce da profonde modificazioni sociali che si ebbero a partire dalla fine del Settecento, ascrivibili all’industrializzazione, all’urbanizzazione, allo sviluppo progressivo della ricchezza materiale, all’affermazione della borghesia e, alla base di tutto, i progressi della scienza e della tecnologia. Un processo che oggi sembra entrato in crisi, per effetto dello sviluppo stesso, il quale, tra le altre, sta rendendo insignificante la distinzione maschio-femmina, e non certo per il dilagante fenomeno dell’omosessualità, del lesbismo e del mondo trans.
            L’ingegneria genetica, la quale prosegue i suoi studi ed esperimenti con risultati vieppiù significativi dopo il primo tentativo di clonazione, a metà degli anni ’90, legato alla nota Pecora Dolly, e lo sviluppo della robotica tendono a rendere insignificanti i rapporti di genere, ovvero i rapporti e le strutture di potere tra i due sessi, e da qui ogni possibile contrasto, contrapposizione o alternativa. Anzi, proprio dall’ingegneria genetica e della robotica sarà necessario riorientare le nostre aspettative e dunque il nostro presente e il nostro futuro, in prospettive nuove, inedite, che, sebbene conducano nel breve ad una profonda crisi, delinéeranno gli scenari futuri dell’umanità, e da qui le nuove gioie e i nuovi sensi dell’esistere, anche nei rapporti uomo-donna, posto che in futuro esisterà ancora una diversità di genere.
            Qui di seguito il link di un video relativamente recente e sorprendente che non potrà non portare ad una delicata quanto profonda riflessione e tale da affrontare questa “Festa della Donna” in maniera più consapevole, nella pienezza, dunque.

Mauro Ragosta

3 commenti:

  1. Tantissimi gli stimoli proposti, tutti molto interessanti. Davvero si impone una seria riflessione sull'oggi dei due sessi. Grazie per la ricchezza delle prospettive offerte, Monsieur Ragosta!

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  2. Ricco di riflessioni importanti. Mi pice

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