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giovedì 24 settembre 2020

Pensatori Contemporanei (parte sesta): Gianteresio Vattimo – di Grazia Renis e Mauro Ragosta

Da tempo, ormai, abbiamo introdotto la rubrica sui pensatori contemporanei, in uno scenario proteso ad avere una visione e una significativa comprensione del Relativismo, come negazione di verità assolute.  Ed oggi, dopo aver dissertato sul pensiero di Karl Popper, Ralf Dahrendorf, Norberto Bobbio e Zygmunt Bauman, prenderemo in esame il pensiero di uno dei più importanti filosofi italiani del nostro tempo, ovvero Gianteresio Vattimo, detto Gianni. Si tratta, quest’ultimo, di uno studioso che ha operato un’accelerazione e una sterzata decisa in senso cristiano-cattolica su orientamenti oramai secolari, con riferimento al relativismo, ovviamente. Vattimo, infatti, giunge ad affermare il “non essere e non esserci” come vera evoluzione dell’individuo, che tradotto in termini catechistici vede “l’amore al nemico” come un autentico atto di libertà e di liberazione, dove il perdono è lo strumento principe. E qui va subito sottolineato che per Vattimo il messaggio cristiano si innesta sul pensiero relativista, risultando ovviamente vicino a Bergoglio e distante, molto distante, da Ratzinger. Ma andiamo per ordine.

            Vattimo, secondo di due figli, nasce a Torino il 4 gennaio del 1936. Il padre è un poliziotto di origini calabresi, mentre la madre è una sarta. Durante il periodo giovanile studia al Classico presso il Vincenzo Gioberti ed è un attivista della Gioventù Studentesca di Azione cattolica. In un’intervista del 2016 si definì come un cattolico militante, che, influenzato dalla lettura di Jacques Maritain, Emmanuel Mounier e George Bernanos, è giunto alla Fede e ad un completo disinteresse per il razionalismo storico, l’Illuminismo e le filosofie di Hegel e Marx.

            Studioso di Friedrich Nietzsche e di Martin Heidegger, fu allievo di Luigi Pareyson, e assieme ad Umberto Eco, con cui ha condiviso l’amicizia e molti interessi, si è laureato in Filosofia nel 1959 a Torino. Già negli anni Cinquanta, appunto, lavora a diversi programmi culturali della RAI. Nel 1964 diventa Professore Incaricato e nel 1969 Ordinario di Estetica presso l’Università di Torino, nella quale è stato, negli anni ’70, Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia. Dal 2008 è Professore Emerito. Durante la sua carriera, poi, ha insegnato e tenuto seminari negli Stati Uniti e in diversi Paesi del Mondo.

            In ambito giornalistico, Vattimo è stato editorialista per La Stampa, La Repubblica e L’Espresso, mentre in ambito scientifico è stato direttore della Rivista di Estetica, nonché membro di comitati scientifici di non poche riviste italiane e straniere. In più è Socio Corrispondente dell’Accademia delle Scienza di Torino. Attualmente, dirige la rivista Tropos. Per le sue opere ha ricevuto honoris causa la laurea dalle Università di Palermo, Madrid, La Plata e Lima.

            Sotto il profilo più strettamente politico è stato attivista del Partito radicale e successivamente, dopo il 1999, dei Democratici di Sinistra. Da qui è entrato nel Partito dei Comunisti Italiani. E rivendicando proprio le sue origini comuniste, il 30 marzo del 2009 si è candidato al Parlamento Europeo nelle liste dell’Italia dei valori di Antonio Di Pietro, venendo eletto nella circoscrizione Nord-Ovest.

            Il suo ideale politico-religioso si riassume in una forma da lui definita “comunismo cristiano” e “comunismo ermeneutico”. Un ideale, quello di Vattimo, antidogmatico di “comunismo debole” nel pensiero e nell’essere, che si ispira alla vita comunitaria delle prime comunità cristiane. Esso rinnega e si oppone alla violenza dell’industrializzazione forzata e dello stalinismo in genere, così come non condivide le tesi di Lenin e del terrorismo, muovendo a favore di una sinistra improntata al dialogo, alla dialettica e alla tolleranza.

Gianni Vattimo è tra i massimi esponenti della corrente postmoderna, termine coniato da Jean-Francois Lyotard negli anni ’70, e ritiene che il passaggio dal moderno al postmoderno si configuri come un passaggio da un “pensiero forte” ad un “pensiero debole”. Questo mutamento, foriero dell’indebolimento dell’Essere, è legato in modo consustanziale al tempo in cui viviamo, ed è, secondo Vattimo, la cifra della modernità, il prezzo ultimo da pagare in termini esistenziali, dove si assiste a una frammentazione dell’identità e all’incapacità dell’individuo di interiorizzare norme etiche. In questo degrado esistenziale vi è la scomparsa del soggetto umano, che tuttavia ritrova paradossalmente la sua libertà.

In altra prospettiva, Vattimo ritiene che la nostra cultura considera l’ESSERE come oggettività, di conseguenza un involucro, una forma vuota. Ne consegue una carenza di progettualità e distacco dai valori dove, l’individuo è coinvolto in un’accelerazione senza direzione, manipolato dal pensiero tecno-indotto, che inibisce sempre di più la sua azione, la sua curiosità, la memoria e lo spirito critico, e da qui, si conclude in un senso di isolamento e solitudine nonché alla compulsione nell’utilizzo di mezzi tecnologici. Inoltre, il venir meno della Scuola come agente di socializzazione e orientamento di valori, ha fatto sì che i giovani non abbiano più né i grandi maestri del passato, né i punti di riferimento nel presente. “Un mondo”, scrive Vattimo, “che sfugge sempre di più alla nostra possibilità di controllo e comprensione”, dove i mass-media la fanno da padrone sul radicamento, l’esplosione e la moltiplicazione di Weltanschaungen, ovvero di visioni del mondo.

Ed ecco che il “pensiero debole” si presenta esplicitamente come una forma di nichilismo, in una società fatta di "mezze verità". La perdita di centro e l'erosione del principio di realtà pongono le premesse sia per un tipo di uomo che non ha più bisogno di recuperare nevroticamente le figure rassicuranti dell'infanzia, sia per quella liberazione delle differenze che è propria del post-moderno. Soprattutto nella raccolta di saggi "Nichilismo ed emancipazione" (2003), Vattimo mette così in luce che, proprio nella società postmoderna, l'emancipazione è resa possibile dal nichilismo, ovvero questa si realizza nella misura in cui il mondo vero diviene favola e gli assoluti vengono meno, dandosi quindi la possibilità di una reale emancipazione, quel salto verso la libertà e la liberazione, dunque, che né il marxismo né il cristianesimo dogmatico, sono stati in grado di realizzare.

 

 

Mauro Ragosta e Grazia Renis

 

Nota: chi fosse interessato alla produzione di saggi di Mauro Ragosta, può cliccare qui:https://youtu.be/lhdKGKUfH6Q 

 


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