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venerdì 5 agosto 2022

La Rivoluzione Informatica (parte settima): gli anni 2000 - di Andrea Tundo



     In un arco di tempo tutto sommato ristretto come quello che va dal 2000 a oggi si è consumata un'evoluzione tecnologica senza precedenti. Sono numerosissime infatti, le innovazioni che si sono susseguite nel corso degli anni 2000. Alcune si sono poste come alberi sempre verdi, traguardi senza tempo, capisaldi in grado di reggere a lungo anche alle innovazioni future, altre invece sono state solo come rapidi flash, apparecchiature transitorie. Per ragioni di organizzazione delle informazioni, in questo capitolo affronteremo unicamente la prima decade del nuovo millennio, ma si tratta di una divisione formale e anche piuttosto arbitraria in quanto, le scoperte tecnologiche che stanno guidando i nostri giorni verso la terza rivoluzione del web e una nuova visione dell’umano hanno avuto i loro fondamenti teorici e pratici prima degli anni ‘10’ del XXI secolo

    Ad ogni modo, ciò che bisogna comprendere è che d’ora in poi i computer e le macchine sono parte integrante e fondamentale nei processi di innovazione in qualsiasi campo del sapere umano, sia esso scientifico o umanistico, in altre parole non si parla più di rivoluzione informatica in sè, ma di rivoluzione informatica di altre discipline. Oltre a questo, le tecnologie sono anche sempre più piccole, sofisticate e collegate al corpo umano. Infatti, vicino all’alba dei 2000, tanto oramai l’Umanità dipendeva dai sistemi informatici che un’orda di tecnici in tutto il mondo si preoccupava dell’eventualità di un Millenium Bug, ovvero l’apocalisse informatica, che sembrava dovesse abbattersi su ogni PC. Il baco del millennio consisteva nell’impossibilità da parte della maggioranza dei sistemi informatici di allora di leggere l’anno ’00 come 2000: il rischio era di trovarsi improvvisamente al 1° gennaio 1900, con il mondo in preda a una specie di “rivolta delle macchine”. Così ovviamente, non fu.

     L’Umanità è ormai lanciata verso l’abbattimento di ogni confine, è possibile comunicare e lo sarà sempre di più con chiunque, in qualsiasi parte del mondo. Dunque, è anche possibile essere controllati ovunque, in qualsiasi parte del mondo. Una delle invenzioni più importanti di questo periodo, infatti, è proprio Google Maps che rivoluziona per sempre il modo di guardare una mappa, iniziando per primo quel processo ormai inesorabile che consegna la capacità decisionale degli individui agli algoritmi semplificatori. Non ci sarà bisogno di guardare la strada e memorizzare dei punti di riferimento, non ci sarà bisogno di sforzarsi.

     In una corsa senza pause dall’uscita dello storico Nokia 3310 fino al primo Iphone prodotto da Steve Jobs, quasi ogni persona sulla terra possiede un telefonino che, dal 2007 in poi, con l’invenzione del touch-screen e dell’applicazioni cellulari (che sostituiscono i sowftare per le apparecchiature mobili) divengono un prolungamento del sistema neuronale umano. Il cellulare collega il nostro cervello e prolunga le nostre capacità in qualsiasi momento in altre dimensioni, che non sono tangibili mentre operiamo, siamo collegati con altro che, se da un lato possiamo tentare di influenzare, dall’altro ci influenza potentemente. L’uomo come mai prima d’ora ha accesso ad un portale infinito di informazioni e nessuna educazione e contezza nel gestirle.

      È ora di parlare di ciò che è stata sicuramente l’innovazione del decennio: I Social Network, emblema dell’Era dell’informazione. Piattaforme, che danno avvio all’era del web 2.0, che forniscono servizi per la gestione dei rapporti e delle reti sociali. I social si sono imposti, soprattutto con Facebook, nel rivoluzionare quasi ogni paradigma del modo di fare le cose. In primis è iniziato a mutare il modo in cui gli esseri umani si relazionano e comunicano fra loro, non solo in termini di velocità, infatti, i messaggi e le condivisioni sui social permettono un’estrema rapidità di azione e reazione, ma soprattutto rendendo più complesse le cose.

     Se inizialmente la comunicazione sui social poteva apparire come una riproduzione pressochè simile delle dinamiche della vita reale, presto, come già accadeva nelle sette online e dei blog reconditi del primo internet, all’interno dei social si sono sviluppati un linguaggio, delle dinamiche comportamentali, dei ritmi e altri codici propri, diversi da quelli della vita “fisica”. Insomma una realtà che si sovrappone alla realtà.

     I social hanno inoltre cambiato per sempre il mondo dell’informazione in senso stretto, dando la stoccata definitiva ai media tradizionali (giornali e televisioni) che faticheranno sempre di più a competere con la comodità e rapidità dello scambio di contenuti su queste piattaforme, le quali oltretutto, attraverso l’accumolo massiccio di dati e informazioni personali degli utenti, sono in grado di indirizzare le volontà degli stessi verso una determinata tipologia di contenuto piuttosto che un’altra, con conseguenze politiche, sociali ed economiche enormi che si riveleranno nel decennio successivo (Cambridge Analitica). Ancora, terminando un processo che avuto inizio con la televisione, l’uomo sarà ormai sempre più schiavo dell’immagine, dei colori, dell’interazione video e della brevità delle tematiche. Un uomo medio non è più in grado di mantenere la concentrazione su un contenuto per più di 7 secondi netti prima di “scrollare” verso uno nuovo. Situazione paradossale se si pensa all’aumento della complessità del sociale che avrebbe dovuto richiedere un aumento proporzionale della capacità di approfondimento. Siamo sempre più collegati, ma non si sa bene con cosa.

     Umberto Eco aveva, in maniera lungimirante, compreso questa dinamica affermando che Internet avrebbe reso “i ricchi, ancora più ricchi e i poveri, ancora più poveri” riferendosi a povertà e ricchezza rispetto alla qualità delle informazioni in proprio possesso. La struttura stessa della rete con la sua vastità e ampiezza di contenuti, necessità di piattaforme e sistemi che facciano da filtro fra queste miriadi di informazioni, colui che ha i mezzi per discernere e selezionare le prelibatezze dall’immondizia si troverà in una condizione immensamente privilegiata, al contrario chi non è dotato di queste capacità continuerà a nutrirsi dall’immondizia dell’internet senza possibilità di rendersene conto, ormai fagocitato dalle dinamiche di rete. “Il colto del XXI secolo non sarà colui che avrà memorizzato il maggior numero di nozioni e conoscenze, ma colui che sarà in grado di trovare l’informazione migliore fra le miriadi disponibili.” Parallalamente, in questi anni viene alla luce Wikipedia, la più grande enciclopedia online al mondo, in grado di fornire nozioni generali e minime su (quasi) qualsiasi argomento esistente.

    In conclusione, è bene ritornare sui passi iniziali e fornire un breve approfondimento su quanto l’informatica si sia staccata da sé per fornire rivoluzioni in ogni ambito dello scibile umano, segnando scoperte e rivoluzioni epocali.

In biologia nuove macchine di calcolo hanno permesso la mappatura di tutto il genoma umano e la creazione di cellule sintetiche, trasportandoci nell’era dell’eugenetica, oggi l’uomo è in grado di operare come un “Dio”: clonare essere viventi, perfezionarsi geneticamente (e non solo esteticamente), far partorire uomini... e tutto questo è il frutto della rivoluzione informatica.

Nell’ambito dell’ingeneria questi anni ci regalano la stampante 3D grazie alla quale è stato possibile operare importanti rivoluzioni in ambito medico. In fisica, macchine come l’accelleratore di particelle ha reso possibile la scoperta del Bosone di Higgs, dei buchi neri e delle onde gravitazionali, dando concretezza esemplare alle teorie di Einstein.

La sintesi qui riportata ci mostra, come già detto, l’entrata in una nuova Era dell’umano: sempre più dipendente dalle macchine e sempre più desideroso di assomigliarli. Se in questo capitolo si sono affrontati concetti, bene o male assorbiti e resi consapevoli in un lettore erudito, prestando maggiormente attenzione alle dinamiche sociali piuttosto che ai tecnicismi informatici, nel prossimo dovremmo nuovamente affrontare astrazioni e idee più complesse, scendendo sovente nel tecnico e toccando con mano il prossimo futuro dell’Umanità che sembrava fino a poco fa fantascienza. Si parlerà di computer quantistici, di microchip, di intelligenze artificiali, di realtà virtuali... della Nuova Era dell’internet

Andrea Tundo

mercoledì 27 luglio 2022

La Rivoluzione Informatica (parte sesta): gli anni '90 - di Andrea Tundo

 

         Seguendo gli sviluppi di ciò che è stato introdotto la parte precedente, la seconda metà degli anni '80 e i primi anni '90 sono stati caratterizzati dai personal computer: i pc si diffondono nella gran parte delle case, con un crollo dei prezzi e un’ulteriore miniaturizzazione delle componenti, essi si avviano a diventare un oggetto imprescindibile della vita quotidiana. Ma sono solo  lo sviluppo e la diffusione di Internet che, alla fine degli anni Novanta, ne ampliano notevolmente le funzione e l'ambito di utilità.

       Dunque negli anni 90’ siamo nella fase di sviluppo della rete, dell’internet, che segna l’era dell'informatica distribuita, con il sogno di portare tutto il potenziale della tecnologia sulle scrivanie degli utenti. Il modello organizzativo va di pari passo con la mondo della tecnologia, e infatti questo è stato il periodo del decentramento. Da qui, non ci interessa sapere dove sono le applicazioni o dove risiedono i dati. L'importante è avere accesso a ciò che ci serve nel modo e nel momento giusto. In un certo senso, tutte le risorse informatiche possono essere in rete.

      Inizia ad emergere così un modello informatico veramente nuovo, simile a quello che caratterizza, per esempio, la distribuzione dell'energia. Nessuno si preoccupa di chi ci eroga la corrente elettrica: basta che sia disponibile quando serve. Quindi in maniera analoga a come giriamo la manovella del gas o premiamo l’interruttore della luce, digitiamo una qualche cosa sulla trastiera con la speranza di trovarla in rete.

     Questa assoluta rivoluzione è resa possibile dalla nascita del Word Wide Web, ovvero il principale servizio di internet, quella “tela” sulla quale attraverso i protocolli di rete viaggiamo in sicurezza, messo a punto dall’informatico Tim Berners Lee al CERN di Ginevra, sviluppando le teorie sull’ Iper-testo di Vannevar Bush. Quello che bisogna comprendere è che il WWW è la prima rete aperta al pubblico, prima di essa internet era sia formalmente che praticamente accessibile solo a centri universitari e governativi, studenti e grandi società private.

     In breve tempo tutti comprendono le potenzialità di una rete internet aperta, e cominciano a svilupparsi vari terminali, i cosidetti Broswer o Motori di Ricerca, per accedervi. Presto nascerà Mosaic, motore di ricerca che venne creato presso il National Center for Supercomputing Applications (NCSA), nell’Università dell’Illinois Urbana-Champaign, dall’informatico Marc Andreessen. Si tratta del primo browser web popolare e il primo antenato di Mozilla Firefox.

     NCSA Mosaic girava su computer Windows, era facile da usare e forniva accesso alle prime pagine web a chiunque avesse un PC, chat room e raccolte di immagini. L’anno successivo (1994), Andreessen fondò Netscape e distribuì Netscape Navigator al pubblico. Ebbe un enorme successo e fu il primo browser per tutti. Ha inizio la Guerra dei Broswer:

      Nel 1995, Netscape Navigator non rappresentava l’unico modo per andare online. Il gigante del software per computer Microsoft ottenne la licenza del vecchio codice Mosaic e creò la propria finestra sul Web, Internet Explorer. Il suo rilascio scatenò una guerra. Netscape e Microsoft lavorarono febbrilmente per creare nuove versioni dei loro programmi, ciascuno cercando di superare l’altro con prodotti migliori e più veloci. Netscape creò e distribuì JavaScript, offrendo ai siti web potenti capacità di elaborazione che prima non avevano. (Crearono anche il famigerato < blink > tag.) Microsoft rilanciò con i fogli di stile, Cascading Style Sheets (CSS), che sono poi diventati lo standard di progettazione delle pagine web. In seguito Microsoft, si assicurò il dominio, iniziando a distribuire Internet Explorer con il proprio sistema operativo Windows. In 4 anni raggiunse il 75% del mercato e nel 1999 il 99%. Insomma internet è divenuto un successo mondiale ed ha velocizzato le connessioni fra gli umani, ma è molto lontano da ciò che conosciamo oggi, le connessioni avvenivano ancora su linee analogiche, ogni minuto di connessione aveva un costo, la maggior parte dei siti internet erano composti da solo testo e la stragrande maggioranza degli individui utilizzava internet solamente per scaricare la posta elettronica.

     E’ inoltre importante ricordare che internet fino a questo momento è stato sostenuto finanziariamente dalla National Science Foundation e varie restrizioni ne impedivano ancora un suo uso commerciale. Ora L'informazione comincia a diventare sempre più un'attività economica, giacché industrie ed istituzioni sono coinvolte nella raccolta, elaborazione, produzione, trasmissione e distribuzione dell'informazione. Fra gli eventi più rilevanti, và menzionata la creazione di Napster, la prima applicazione web che permetteva di scaricare gratuitamente musica sul proprio computer (file-sharing). Napster avrà un impatto importante in termini di cosa si può fare con Internet, e l’idea di creare esperienze gratuite online plasmerà in seguito un ragazzino di nome Mark Zuckemberg che fonderà Facebook. Inoltre, la combinazione di motori di ricerca, browser grafici e provider di servizi web ha permesso la nascita degli e-commerce e l’inizio di quel processo che ad oggi ha portato a farci compiere la maggior parte dei nostri acquisti online, i più importanti fra tutti Amazon ed Ebay che vengono fondate proprio in questi anni.

     Nonostante i limiti ancora evidenti di internet, è chiaro, che tutto ciò pone le basi necessarie per gli sviluppi tecnologici ed informatici successivi: da un lato, dei decenni a venire, vedremo la saturazione degli sviluppi delle reti ipertestuali, fino ad arrivare ad oggi e alla concezione degli spazi virtuali composti da realtà ed esperienze interattive (metaverso, realtà aumentata), dall’altro, con effetti molto più visibili nel breve periodo, la nascita della rete aperta porta con sè la questione dell’'enorme quantità di dati messa a disposizione di tutti. Di questo ci occuperemo subito.

    Come forse nel corso delle righe precedenti il lettore più acuto avrà potuto immaginare, parallelamente alla massificazione dell’utilizzo di internet e all’accumolo crescente di dati e contenuti nella rete, nascono i cosidetti Supercomputer, definizone con la quale si allude sia ai marchingegni atti a raccogliere e a sintetizzare un numero enrome di informazioni sia centri di ricerca organizzati a tale scopo. E’ chiaro che solo grandi aziende come IBM o grossi poli universitari potevano portare avanti azioni di questo tipo; sebbene ogni istituzione perseguisse fini diversi con lo studio dei dati della rete: dalle previsioni metereologiche, alla biologia, chimica e fisica computazionale, fino al data management, la maggior parte degli sforzi da qui a poco verrà focalizzata sulla difesa interna e la sicurezza dei sistemi informatici, due cose che vanno di pari passo con la digitalizzazione degli apparati di potere, da qui a poco infatti vi sarà l’attentato alle Torri Gemelle, evento che scuoterà nelle fondamenta il mondo occidentale. Riportando in seguito le parole dell’ex presidente di IBM Italia, Elio Catania:

“Il punto è nella nostra capacità di leggere attraverso tutti i dati disponibili in Internet quello che sta avvenendo. Non è certamente facile aggregare e disaggregare le enormi quantità di dati digitali presenti in rete per scoprire, per così dire trasversalmente, qualche tendenza o qualche stranezza nei campi più disparati, dalla biologia all'economia, dalla fisica alla medicina...

      Pensiamo a quante informazioni dovevano essere certamente annidate nella rete nei giorni che hanno preceduto l'attentato alle Torri Gemelle.
Se fossimo stati in grado di correlare in maniera intelligente le tantissime informazioni disponibili forse avremmo potuto prevenire un atto così barbaro.
Ecco, se io vedo una tendenza tra le più innovative in campo informatico è proprio nella capacità di sapere leggere con intelligenza le crescenti quantità di dati che la rete mette ogni giorno in linea.
      E non è solo una sicurezza militare, politica, sociale, economica, ma perfino biologica. Potremo capire meglio come si evolvono le diverse aree agricole, quali sono i rischi, dove può colpire il maltempo, o anche un'epidemia. Forse non è lontano il giorno in cui tutte queste informazioni ci consentiranno di combattere meglio malattie, non solo infettive ma soprattutto degenerative. Il confronto tra gli innumerevoli dati di ospedali, ricercatori, medici consentirà di leggere quello che oggi ancora ci sfugge.“

        Lo sviluppo di questa tipologia di pensiero, porterà alla nascita di applicazioni, software e sistemi capitanati da algoritmi intelligenti in grado di saper scindere e selezionare le informazioni e fornire l’output più adeguato agli stimoli ricevuti, la macchina assomiglia sempre più spaventosamente al cervello umano. Non solo, ma la macchina deve essere anche sempre più vicina e collegata all’uomo, essa deve essere un prolungamento delle sue reti neuronali, una prolungazione del corpo e della mente. Proprio in questi anni infatti, nascono i primi telefoni cellulari, fieri figli dei telefoni fissi, ma antenati degli Smartphone che nel prossimo capitolo (gli anni 2000) verranno messia punto e perfezionati, ancora una volta, da Steve Jobs, i quali faranno entrare gli umani nell’Era dell’iperconnessione. 

Andrea Tundo

giovedì 7 luglio 2022

La Rivoluzione Informatica (parte quinta): gli anni '80 - di Andrea Tundo

 

    Dopo una lunga pausa, eccoci ritrovati con un nuovo appuntamento della nostra rubrica sulla rivoluzione informatica, in cui andremo a seguire gli importanti sviluppi del computer e di internet negli 80’, cogliendo in particolare quelle dinamiche che hanno influenzato, più di tutte, il modo in cui queste due tecnologie si sono propagate nel mondo nei decenni successivi sino ad oggi.

    È neccesario a questo punto fare un breve rimando a quanto sottolineato nell’articolo precedente, quindi nel decennio attinente agli anni '70: solo allora venne alla luce il microprocessore, che permetterà, come vedremo, la creazione dei primi veri e propri personal computer, ovvero un device di dimensioni piccole e a basso costo, adatto dunque ad una diffusione capillare negli uffici, nelle università e tra la popolazione, in quanto, come già evidenziato, i computer fino agli anni 60’ erano solo di ausilio degli alti apparati burocrati e militari dello Stato, anzi è proprio grazie all’ organismo militare americano “ARPA” che dobbiamo la creazione dei primi collegamenti fra computer e cioè alla nascita del primordiale internet.

    Dunque, cosa è avvenuto negli anni 80’, sono stati questi gli anni della prima grande diffusione dell’informatica personale. Le basi teoriche c’erano tutte. Quello che avvenne fu semplicemente la popolarizzazione a prezzi accessibili dei primi «personal computer» o «home computer» e lo sviluppo di programmi generici che ne rendevano l’uso attraente, anche appunto alla singola persona nel lavoro quotidiano o nello svago. Il tipico computer di quell’epoca aveva quindi normalmente un interprete (cioè un programma che traduce in linguaggio macchina istruzioni formulate in linguaggio simbolico) per un linguaggio di programmazione e veniva completato a seconda delle necessità, con programmi applicativi: videoscrittura, foglio di calcolo, database. In ogni caso era impossibile cominciare ad usare un computer se prima non se ne studiavano i manuali: in parte perché per qualsiasi impiego più specializzato usare un computer significava programmarlo, in parte perché non esisteva alcuno standard e ogni programma già pronto era una storia a sé, in parte ancora perché nozioni oggi imparate spontaneamente nella culla erano novità inaudite («posso tornare indietro e correggere ciò che ho scritto? davvero?»), in parte, per chiudere, perché venivano fatti pochissimi sforzi per rendere «intuitivo» l’uso di un programma.

     Sembrerà strano, ma di fronte alla difficoltà di questo nuovo ingresso c’era chi cantava vittoria: per esempio Neil Postman, che nel suo celebre The Disappearance of Childhood vedeva nell’informatica il ritorno nella storia dell’Umanità di una competenza difficile che (per dirla in due parole) avrebbe ridato senso alle istituzioni educative e restituito alla minore età il suo carattere di periodo di apprendimento e crescita. Insomma l’accesso a tecnologie così intriganti avrebbe costretto tutti ad impegnarsi di più ed uscire fuori dalla trappola di una società tayloristica, sistema che abbiamo già analizzato, qui in Maison Ragosta negli articoli precedenti. Le cose non sono andate così. La fine degli anni ‘80 vede la rapida diffusione delle interfacce grafiche, che in un sol colpo annullano tutti i motivi detti prima: ora ogni cosa assomiglia alla vita reale, si impone lo standard WIMP (window, icon, menu, pointer), diventa un imperativo la discoverability, cioè la possibilità di «scoprire» autonomamente tutte le funzioni esistenti, e tutto viene progettato in modo da rendere superflui i manuali, mentre la programmazione, irriducibile com’è a manipolazioni grafiche, viene sempre più percepita come qualcosa di esoterico. Mentre prima la preoccupazione era soprattutto che un programma fosse veloce da usare una volta imparato, ora si vuole che esso possa essere usato senza bisogno di impararlo: una cosa completamente diversa.   

Interpretazione esagerata? Niente affatto! Ecco che arriva Steve Jobs! Su questo erano esattamente basati i messaggi pubblicitari del primo Macintosh nel 1984, uno straordinario e meritato successo basato sullo slogan: non dovrai imparare come funziona il computer, perché noi abbiamo insegnato al computer come funzioni tu. Gli anni in cui si afferma l’informatica personale sono poi anche quelli in cui si diffonde Internet, cosa che merita un discorso a sé. Basti però dire che avviene qualcosa di paragonabile: un canale dapprima pensato per poche élites diventa improvvisamente ubiquitario e facile.

     Inizia in questo periodo a svilupparsi Internet in senso stretto, inizia proprio ad essere utilizzata la parola Internet, con il significato dello spazio nella rete in cui i computer comunicano tra loro trasferendosi dati. Per intenderci, in questo periodo nascono i protocolli che ancora reggono i controlli di trasmissione dati fra computer, ma nascono anche i domini, nascono i primi software di gestione delle mail. Non siamo ancora nell’era del World Wild Web (il www.), ma siamo molto vicini; nascono reti di computer autonome anche in tutta Europa; in Francia in particolare si sviluppa il Minitel, che diventa la più grande rete di computer fuori dagli USA. Per quanto concerne l’Italia, il nostro primo collegamento ad internet avviene nel 1986 dai centri di ricerca della Normale di Pisa. Insomma, collegarsi a Internet è ancora qualcosa di complesso, ma il dado è tratto e la crescita di questa tecnologia procede ormai in maniera esponenziale, le tante basi teoriche e visioni utopiche messa a punto sin dagli anni 30’ da matematici, fisici e qualche letterato stanno divenendo realtà. Nel 1989, Internet conta ben 100.000 computer connessi in grado di collegarsi alla rete.

     Nel prossimo appuntamento, nell’evoluzione informatica del decennio 90’, si farà un viaggio su due binari da un lato la massificazione di internet e l’introduzione di quelle invenzioni che ne hanno permesso lo sviluppo come lo conosciamo oggi, e dall’altro all’utilizzo dei computer come potenti macchine di calcolo e controllo, al servizio delle funzioni del Potere e della Scienza.

Andrea Tundo

lunedì 27 giugno 2022

Collaborare con Maison Ragosta 2022

 

     Con la presente comunicazione si informa, a chi fosse interessato, che Maison Ragosta -rivista on line bisettimanale, di cultura e intrattenimento, attiva da gennaio 2019- valuta candidature per la selezione di un collaboratore da inserire nel suo attuale gruppo di lavoro, a partire dal 1° settembre 2022.

 

       Si precisa che, per i candidati saranno indispensabili una buona conoscenza della lingua italiana, una soddisfacente cultura interdisciplinare e una significativa propensione alla ricerca, nell’ambito delle scienze “molli”. Per la selezione non avranno valore determinante né i titoli di studio né i titoli accademici e neppure il curriculum, attinente agli studi e ai pregressi professionali, di lavoro e letterari. Particolarmente graditi saranno i candidati di età compresa tra 20 e massimo 30 anni o tra 50 e massimo 65 anni, residenti in provincia di Lecce o in provincia di Brindisi.

       I candidati, inoltre, dovranno essere disponibili a frequentare, con precisione e puntualità, un corso specializzato e personalizzato, che insisterà su temi di stile e politica della comunicazione, attraverso alcune full immersion (minimo 2, massimo 4) le quali verranno sviluppate nell’arco di 50 giorni e che, ad ogni modo, non si protrarranno oltre il 30 ottobre 2022.

       A tal proposito, gli interessati possono utilizzare il canale comunicativo che reputano più adeguato ed opportuno per le procedure di primo contatto, tenendo in considerazione anche dell’opportunità di poter ricorrere ad un approccio telefonico, utilizzando -preferibilmente dalle ore 10:00 alle ore 12:00 e dal lunedì al venerdì- il seguente recapito: 340-5230725.

 

Mauro Ragosta

giovedì 23 giugno 2022

Saper Fotografare (parte decima): La fotografia naturalistica e di architettura – di Mauro Ragosta

 

         Può apparire banale intrattenersi sulla cosiddetta fotografia naturalistica e di architetture, soprattutto oggi, in presenza della disponibilità di una tecnologia che con poche mosse e poche conoscenze dell’Arte consente di raggiungere risultati insperati non appena trent’anni fa, ma così ovviamente non è. È vero che negli anni della fotografia analogica si avevano grandi problemi circa la latitudine di posa, la gestione delle dominanti, le cosiddette linee cadenti, la capacità di trovare i giusti equilibri tra microcontrasti e contrasto generale, senza entrare nelle problematiche del B&N, ma oggi come allora, in merito alla fotografia oggetto della nostra attenzione, le categorie di pensiero rimangono solo due.

         Prima di addentrarci nella disamina di questo ambito dell’Arte fotografica, va evidenziato che quasi sempre il percorso di sviluppo del fotografo presenta sovente le stesse caratteristiche nelle varie fasi, avendo ognuna di queste, tempi di maturazione ed elaborazione connessi solo al soggetto fotografante.

         In linea generale, le prime inquadrature del fotografo principiante sono il sole e da qui il tramonto, via via poi tutto quello che la Natura, sia essa selvaggia sia essa modificata, propone. Nella foto d’architettura, spesso, poi, il contesto ritratto è privo dell’elemento antropomorfo, molto vicino alla cartolina postale classica. In definitiva, si tratta di una mera riproduzione della realtà visibile, priva tuttavia di quella carica “sanguigna”, emotiva e, si potrebbe giungere ad arguire, erotica. Molti si sforzano di conferire una certa vibrazione alle proprie immagini, utilizzando gli obiettivi più disparati, dai fisheye ai tele più spinti. Tuttavia, queste immagini spesso “mancano del fotografo”.

Ad ogni modo qui interviene il grande problema o la grande bipartizione della fotografia naturalistica e di architettura.

         Va da sé che al nostro sistema capitalistico basato sul consumismo, interessa il consumo in sé e solo in maniera marginale il cosa si consuma. E anche per la fotografia a pochi interessa il come si fotografa. Qui quello che è decisivo attiene al quantitativo di “scatti”, che si “scatti” ad ogni piè sospinto, insomma. Pratica questa ovviamente necessaria per alimentare il consumo, e da qui sostenere il reddito e l’occupazione. Il tutto, ovviamente, come è facile arguire, sovente sfocia nella fotografia compulsiva, che spesso si manifesta nella ripetizione ossessiva di un oggetto fotografato.

         Al di là di questi aspetti socio-economici, e ritornando sulla via maestra tracciata, è possibile affermare che esiste, in ambito naturalistico e di architettura, una fotografia che descrive e induce al ricordo delle fattezze materiali e immanenti delle circostanze oggetto d’attenzione. È la tipica fotografia dei cataloghi di ogni specie, volti a documentare agli interessati, spesso i turisti, ma non solo, anche studiosi e curiosi, sulle fattezze di strutture architettoniche e paesaggistiche.

         Esiste tuttavia un’altra fotografia, naturalistica e architettonica, che ugualmente descrive, ma induce ad evocare le atmosfere, i respiri, le energie di un luogo. È una fotografia che tende ad esaltare gli elementi immateriali della circostanza, le situazioni trascendenti delle architetture e degli scenari.

         Nel primo caso è sufficiente fotocopiare ciò che si vede, ed oggi la tecnologia rende piuttosto agevole tale tipo di fotografia. Nel secondo caso, ovvero quello che tende a produrre un’immagine evocativa, il contesto va interpretato. Ma non basta, va sentito, vissuto, respirato… Qui l’odierna tecnologia aiuta sul piano della rapidità di esecuzione di certi processi, sia in fase di scatto sia nella postproduzione, senza tuttavia essere decisiva. In assenza di una capacità di leggersi in profondità, nei recessi più oscuri della propria anima e del proprio sentire, i risultati il più delle volte sono magri. Ovvio che, in questo caso, tra soggetto fotografante e oggetto fotografato si deve realizzare, attraverso un processo osmotico, una piena fusione sino alla confusione, in un tutt’uno che deve trasparire dall’immagine realizzata.

Ed ecco che, alcune immagine instillano distacco e un certo mentalismo, mentre altre, prendendo a prestito le parole di Rossella Maggio, sono più “erotiche”, sanguigne… contundenti! Da qui, le prime replicabili, le seconde uniche!

 

Mauro Ragosta

 

venerdì 17 giugno 2022

Avvio all'esoterismo (tredicesima parte): appunti su Angeli e Demoni - di Grazia Piscopo

 

La narrazione sulla nascita degli angeli è pressoché oscura e confusa e si perde nella notte dei tempi. Di certo nella letteratura biblica, Dio sovrano fece emergere la Luce dal “Tohu ve Bohu”, in una parola, da tutto ciò che è oscuro e intellegibile. Il buio, le ombre, avendo la possibilità di diventare il Male, perché contrario alla Luce, erano necessariamente antecedenti alla Creazione. Rabbi Shemuel bar Nachman, ritiene che ogni Parola che esce dalla bocca dell’Eterno si trasformi in ogni istante in un Angelo, dandogli così la possibilità di sfuggire al destino “di cenere e polvere” a cui sono destinate le creature della Terra. Pertanto nonostante l’amaro e temporaneo destino umano, agli uomini però Dio aveva dato il potere di una superiorità ontologica e morale, ovverossia, nella volontà gioiosa di crearli, aveva donato loro un bene impagabile: il libero arbitrio, potere questo negato agli angeli.

Nel Corano, sura 2 versetto 28, e nel Talmud, collezioni scritte di tutta la Legge ebraica, si racconta che gli Angeli maggiori indissero serie proteste di dissenso con limitati tafferugli, perché prevedendo la fallacità e le fragilità umane, avevano già chiara la visione di uomini che nella Storia sarebbero stati dediti a guerre e crudeltà di ogni genere, mentre loro sarebbero stati inermi e impediti a bloccarli perché dissennatamente impegnati a cerimoniali celebrativi ieratici.

La Tradizione narra che dopo questa protesta, si formarono due schiere di angeli, quelli fedeli a Dio e quelli rancorosi e invidiosi degli uomini che a torto avevano avuto troppo potere. Gli uomini quindi divennero il bersaglio preferito di ogni sorta di malefatta da parte di una folta e oscura schiera angelica a formazione piramidale che prevedeva in cima alla gerarchia un capo supremo e poi via

via in basso fino alla moltitudine soldatesca.

La fede nell’invisibile, pur non avendo una origine cronologicamente assegnabile, ha radici profonde nelle religioni babilonesi e assire, derivate a loro volta da quelle accadiche e sumere. La moltitudine ieratica era composta essenzialmente da spiriti maligni, eterni rancorosi stolker di impauriti e indifesi uomini, abbandonati in certe fasi della storia anche da Dio, probabilmente pentito del suo cattivo creativo operato. Nella cultura sumerica gli spiriti maligni o angeli del male potevano essere di due tipologie: spiriti di esseri umani defunti che potevano essere controllati e addomesticati proprio per la qualità della loro vita passata; e spiriti mai incarnati responsabili verso gli uomini di qualsiasi azione malvagia, tortura e tragedia atmosferica. Scendendo dalle montagne o trasudando dalle rovine delle tombe con sembianze animalesche, vagavano per le città ed entrando nelle abitazioni attraverso le serrature, depredavano tutto, fisicamente e psichicamente.

La divinità malvagia più temibile nei culti assiro-babilonese era Pazuzu con il suo entourage, dio dei venti di sud-ovest proveniente dall’Arabia, portatore di tempesta, siccità, carestia e malattia. Lilu e Lilitu erano una spaventosa coppia che, nella mitologia giudaica seguente, divennero Samael e Lilith, quest’ultima signora della notte, infanticida e adescatrice di ingenui uomini, compreso Adamo.

Questa narrazione è andata avanti per tutto il medioevo in un tessuto sociale più informato e smaliziato che vedeva wikke, esorcisti e sacerdoti studiosi impegnati in ogni tipo di incantesimo e di formule di scongiuro (inquisizione permettendo) per allontanare ogni tipo di male e di malattie.

Qualcuno si aspetterebbe, visto che siamo figli di Dio, il trionfo del Bene sul male, ma questa come ogni storia a finale aperto vede le schiere demoniache perennemente gelose, tuttavia molto spesso rese impotenti, e le schiere umane “l’un contro le altre armate”, che per una sorta di tregua salvifica nel XVI sec. trovano una sorta di compromesso.

 

Grazia Piscopo

lunedì 13 giugno 2022

Post Evento n°14 - Libera interpretazione fotografica del vernissage di Claudio Rizzo - di Mauro Ragosta

    Ieri sera, 12 giugno 2022, a Lecce presso la Fondazione Palmieri, si è tenuto il vernissage della personale dello scultore leccese Claudio Rizzo. Un momento particolare della cultura del capoluogo salentino, che in qualche modo si è rispecchiata nelle sculture di Rizzo, cariche di significati esistenziali attraverso la fissità delle sue metafore di pietra (...e sangue) che richiamano "cose" antiche e antichi quesiti, assolutamente attuali anche oggi, sebbene infarciti di tecnologia e modernità spinta fino allo stordimento.

   Qui, di seguito, un'iterpretazione fotografica che, sebbene parziale, tenta di riprodurre assieme le atmosfere di Claudio, del suo vernissage, il suo pubblico ...i nostri leccesi. 









 Mauro Ragosta

 

sabato 28 maggio 2022

Saper Fotografare (parte nona): Le fasi per la costruzione di un’immagine – di Mauro Ragosta

 

            D’emblée va specificato che questa rubrica, ovvero Saper Fotografare, viene fatta girare solo presso un’utenza qualificata, ovvero viene fatta pervenire telematicamente sia a fotografi professionisti sia ad appassionati a vario titolo e con vari gradi di esperienza, spesso avanzata, sovente tuttavia vengono resi partecipi anche alcuni principianti che desiderano migliorare l’attività del proprio diletto. Fino ad oggi, i risultati delle prime otto parti pubblicate paiono essere quelli legati alle sollecitazioni speculative, che la lettura ha offerto. Questione di non poco conto, in quanto questa rubrica ha dato un colpo, più o meno robusto, alla crescita e allo sviluppo della coscienza fotografica del lettore, e da qui ha posto le basi per il possibile miglioramento del proprio incedere artistico e professionale.

Ciò messo in luce, dopo aver raccontato, guardando dall’Alto, quali possono essere le problematiche nella vita di un fotografo, attraverso un excursus temporale di quaranta anni, e che pertanto vanno dalla gioventù alla maturità, avendo analizzato sia le fasi d’avvio all’Arte sia quelle che via via portano ad una visione e ad una pratica più evolute, è giusto ora focalizzare l’attenzione su alcuni snodi specifici e fondanti dell’attività fotografica.

            Sicché, in prima battuta, si argomenterà sulle fasi attraverso le quali si realizza un’immagine. Molti credono che il momento del fatidico “click” sostanzi e coaguli tutta l’Arte, ovvero la capacità di cogliere “l’attimo giusto”, ma ovviamente così non è. Vi sono delle fasi prima e dopo il “click”, forse anche più importanti del “click” stesso.

            La prima fra queste, legata alla costruzione di un’immagine fotografica, è definita dall’obiettivo che si vuole cogliere e dalla strategia scelta. E così, consapevolmente, per un professionista, e spesso e vieppiù inconsapevolmente scendendo verso i principianti, la prima operazione fondamentale è sapere cosa si vuol trasmettere con una fotografia, dove il fruitore può essere sé stessi o gli altri. Eh sì, perché non sono i pochi fotografi che “scattano” solo per sé e non per altri.

            Il lasso di tempo che richiede la creazione dell’idea può variare da un secondo a diversi anni. Spesso si esce a fare una tornata fotografica per “catturare” delle situazioni accattivanti, ma non è sempre così. Anzi, più si innalza il livello di conoscenza dell’arte fotografica, più le attività estemporanee si riducono, tuttavia senza mai azzerarsi, essendo sovente non solo piacevoli, ma soprattutto anche necessarie.

            Una volta prodotta l’idea, o visualizzato nella mente il risultato fotografico che si vuol ottenere si passa alla costruzione o alla scelta della scenografia. Anche qui, si va da pochi secondi di attività a ciò dedicata a tempi lunghissimi. Abbandonandosi l’ipotesi della tornata fotografica estemporanea, la scenografia, costruita o scelta, crea tutto il “discorso di contorno” alla costruzione dell’immagine, e spesso dà la forza decisiva a questa. Pertanto richiede massima attenzione e impegno.

            Ma, attenzione, una volta avuta l’idea e trovata o prodotta la scenografia, non si passa immediatamente allo scatto, se non ancora una volta nelle attività fotografiche estemporanee. Quando un fotografo è maturo, ovvero nel tempo in cui le impellenze dello “scatto” si allentano in favore di un’azione più totale, integrale, avvolgente, di grande ricongiunzione di sé stesso, egli procede ad una preliminare preparazione animica, spirituale: ci si libera del superfluo, che spesso adombra “l’occhio della mente”, consentendo ciò la possibilità di avventurarsi in pienezza in un’azione “pura”.

            In questo frangente, direi assolutamente speciale, ognuno intercetta un metodo che gli consenta di essere in asse nel momento dell’atteso “click”. Sono tutte attività che spesso si apprendono da sé stessi, anche se a volte può essere efficace la guida di un Maestro. Ovviamente il tempo da dedicare alla preparazione varia da pochi momenti fino a giungere ad un paio di giorni. I grandi fotografi, durante i loro workshop, non mancano di far sperimentare ai propri allievi quest’attività.

            Quando si è pronti si entra finalmente nel momento del “click”, che non potrà che essere performante. A volte questa fase è centrale, spesso tuttavia serve per avere una buona base da cui partire per le ulteriori fasi della costruzione dell’immagine, che sono sostanzialmente due e legate alla postproduzione. In ogni caso il “momento dell’azione” permette, se realizzato con la giusta “purezza”, di intercettare soluzioni inedite o non “viste prima”, ma anche di trovare la giusta forza espressiva.

            Nella postproduzione, una volta scelte le immagini da lavorare, centrali sono le attività legate al taglio della foto e alla gestione delle linee. Infatti, una fotografia cambia di significato modificando il taglio. Associata a questa fase sono l’elaborazione dei colori o dei grigi, la gestione dei contrasti, l’esposizione e tutte le applicazioni che la moderna tecnologia consente. Qui di norma si realizzano diverse versioni della stessa immagine. In genere se ne realizzano almeno un paio, ma poi, qui ognuno si regola come meglio crede.

            L’ultima fase è dedicata alla scelta delle diverse alternative prodotte nella “camera oscura” che oggi si denomina “camera chiara”. In genere, dalla fase precedente, si lascia passare del tempo, che va da poche ore a giorni e mesi, prima di procedere alla scelta dell’immagine definitiva da archiviare o da presentare ai committenti o agli amici. Errore gravissimo è lasciare a questi ultimi la scelta, che deve essere solo tra le diverse immagini proposte, mai fra le diverse versioni di ciascuna di queste.

Ecco che la costruzione di un’immagine diventa una vera e propria avventura, a volte anche molto faticosa e dolorosa, ma che in nessun caso porterà alla riproduzione perfetta dell’idea originaria. L’immagine finale è una sorta di figliolanza, una vera e propria creazione, i cui esiti nessuno può conoscere in precedenza, neanche Dio in persona, sia esso positivo o naturale.

In tale direzione, si sposa l’idea di Gorgia, il quale affermò che l’Essere è inesprimibile… e neanche l’idea originaria della nostra fotografia, essendo totalmente impregnata dell’Essere, può trovare un riscontro materiale e visibile. Di questa idea originaria si avrà solamente una proiezione… la figlia o il figlio, e come tutti i figli alcuni saranno belli altri brutti, orribili, alcuni di successo altri dei perfetti falliti, ma questo, in definitiva solo in minima parte dipenderà da noi… Non demoralizzatevi mai, dunque, né abbiate vergogna!!! Del pari, non vantatevi troppo…solo quel che basta!!!

 

Mauro Ragosta

mercoledì 18 maggio 2022

Maison Ragosta Spazio Live (parte quarta): Intervista ad Anna Troso - di Mauro Ragosta

 

          Qui un altro pezzo della nuova rubrica, Maison Ragosta Spazio Live, condotta da Mauro Ragosta, spesso assieme ad attori privilegiati del mondo culturale leccese. Si tratta di uno spazio in video dedicato ad interviste, recensioni, conversazioni, considerazioni specifiche. Tutto sul Mondo dell'Arte e della Letteratura non solo leccese, ma anche nazionale ed internazionale. Questa Quarta Parte è dedicata a Anna Troso, scrittrice leccese che illustrerà la sua ultima produzione, ed in particolare del suo ultimo saggio su Coco Chanel ed Elsa Sciaparelli.

Di seguito il link della video intervista:  

https://youtu.be/TwMupGpl0P0

sabato 14 maggio 2022

Punti Appunti e Puntini (parte terza): I tre Mondi nei quali viviamo – di Mauro Ragosta

 

         Appare difficile oggi, per l’uomo comune, presidiare una coscienza e una consapevolezza robuste e da qui un’identità forte. Viviamo in un Mondo in cui troppe sono le esperienze e le informazioni da elaborare e metabolizzare, in una prospettiva che si tramuti in azione matura e saggia. E ciò a tal punto che per molti la vita si trasforma in una baraonda indistinta e indistinguibile. La nostra sovente si disvela, infatti, come un’esistenza simile ad un treno in corsa, incapace di arrestare il suo moto, mentre dal finestrino non si osserva più il paesaggio, che a causa della velocità giunge come una serie di strisce tutte uguali.

            Sicché, non appare fuor di luogo intrattenersi su una riflessione che tenta di dare un contributo ad una visione un po’ più chiara della nostra esistenza e del Mondo nel quale essa è calata e di esso si nutre. In genere, si ha una visione unitaria e indistinta del Mondo, del nostro Mondo, ma di fatto non è così, talché il nostro agire sovente si presenta inadeguato, generando ansie di varia natura.

            Qui ci si soffermerà su una possibile grande partizione del nostro Mondo, che può e forse deve essere visto come l’intersezione di tre Mondi tecnicamente distinti, i quali tuttavia reciprocamente si influenzano. E questo perché si devono distinguere le relative Realtà, tutte differenti tra loro, dove ciascuna richiede un atteggiamento sostanzialmente diverso, nonché un adeguato pensiero e uno specifico adattamento. Va da sé che è indispensabile precisare che i tre Mondi, nella visione qui proposta,  sono tra loro “geneticamente” collegati, sebbene abbiano dei distinguo di primo livello ed esistenze autonome in maniera significativa.

            Il Primo Mondo, il “mondo padre” o per chi preferisce il “mondo madre”, è quello fisico, la cui percezione dipende dall’elaborazione dei cinque sensi. È il Mondo originario.

            Il Secondo Mondo, il “mondo figlio o figlia”, è quello derivante dalla scrittura e dalla pittura. Nasce con i graffiti e le pitture preistoriche, prima, e con la scrittura cuneiforme, poi. In sostanza ha origine tra il 30.000 e il 4.000 a.c. E’ un Mondo che privilegia solo due sensi: la vista e il tatto, a volte l’olfatto. Esso è principalmente una rappresentazione possibile del Primo Mondo, che include ovviamente anche il Mondo Onirico. Quello che il Secondo Mondo illustra in effetti attiene ad una Realtà derivata, perché la Realtà Prima riguarda sempre e solo il Primo Mondo, quello dei cinque sensi.

            Sicché abbiamo una Realtà, che va definita “Prima”, e una Realtà Derivata, che va definita “Seconda”.

            Con le recenti invenzioni del Cinema, della Radio, della Televisione e del Computer si entra nel Terzo Mondo. È un Mondo ancora a due sensi: la vista, l’udito e, a differenza del Secondo, permette tuttavia, quando previsto e consentito, l’interazione tramite la parola, scritta e orale. Il Terzo Mondo narra oggi prevalentemente del Primo e del Secondo Mondo.

            In tutto questo, deve apparire chiaro che quelle del Secondo e Terzo Mondo sono Realtà derivate, sono delle narrazioni possibili del Primo Mondo. Sicché la Realtà stricto sensu, rimane solo quella legata ai cinque sensi, essendo le altre sempre parziali e provvisorie.

            Qui si avverte che con riferimento alla musica, si procederà ad una dissertazione a parte, e ciò anche per quanto riguarda le attività scientifiche, eminentemente deputate a trasformare la Realtà Prima e l’Uomo stesso, le quali si avvalgono dei due Mondi derivati, quali agenzie della propria attività: è lo stesso rapporto che corre tra lo scrittore e la carta su cui scrive, la quale è solo mezzo per specchiarsi e consentire la propria trasformazione.

            Quanto evidenziato deve essere molto chiaro soprattutto quando si affronta il mondo delle relazioni. Un conto è una relazione fisica, in presenza, un conto sono le relazioni mediate dal telefono o sui social, ad esempio. Va compreso, infatti, che la realtà dei social è qualcosa che ha dinamiche e morfologia differenti rispetto alla realtà in presenza. Stessa considerazione vale nel caso contrario.

            In conclusione, bisogna avere sempre presente in quale Mondo si sta interagendo e vivendo e quali sono le caratteristiche di ciascun Mondo, avendo sempre presente che ognuno di essi ha obiettivi e strategie proprie, le quali, in linea di massima, non sono trasportabili se non in via episodica ed eccezionale. Insomma, un bel libro, magari un ottimo romanzo, un bel film, come una chat sono qualcosa che difficilmente potranno trasferirsi e realizzarsi nel Primo Mondo, rimanendo infatti, accessibile solo fisicamente e in presenza, secondo le sue leggi. E da qui, a voi i necessari corollari per quanto attiene la politica, l’economia e la cronaca, come sta a voi decidere quanta parte della vostra vita dedicare a ciascun Mondo, conservando tutti e tre una dignità e presentando ciascuno di essi, non solo particolari pericoli, ma anche specifici piaceri, tutti ovviamente diversi e distinti.

 

Mauro Ragosta

giovedì 5 maggio 2022

Saper fotografare (parte ottava): storia di un fotografo …per concludere!!! – di Mauro Ragosta

 


       E così come l’amore ha varie fasi di vita, anche l’Arte Fotografica si snoda attraverso vari tempi, ambienti, cicli. Ma c’è di più. Come per l’amore, in cui nelle fasi più mature vede l’incontro di due entità distinte, separate, che tendono a marcare con forza la propria diversità e autonomia, dove l’intersezione sino alla copulazione non sono mai totali e condizionanti, anche per la relazione con l’Arte Fotografica si instaura una sorta di complicità, dove assente si presenta la commistione tra chi fotografa e l’attrezzo fotografico con il suo mondo. Il tutto avviene in un perfetto legame di scambio, possibile solo in virtù di una sostanziale “compatibilità”, che raramente si trasforma in passionalità. Ci si trasforma un po’ come ad un solitone, ovvero un’energia che rimane sempre integra nella sua sostanziale essenza, sebbene a tratti si mischi con altre energie, dalle quali, infatti, ad un certo punto, si allontana, ritornando nella sua struttura iniziale, originaria, eterna… ritornando uguale solo a sé stessa.

            A partire dal 2000, l’Arte Fotografica fu per me un’ottima occasione non solo per prendere appunti sul mio animo, sulle mie elucubrazioni, ma mi diede l’opportunità anche di fare chiarezza con me stesso e di trovare, allo stesso tempo, pure il mio ordine. Questione di assoluta rilevanza, quest’ultima, in quanto il proprio ordine quando viene in chiaro dà una consapevolezza decisamente spinta e da qui una possibilità importante di potersi risolvere. Ecco, in questo l’Arte Fotografia ha avuto ed ha un ruolo nella mia vita sicuramente centrale e fondante. Non a caso la sua permanenza nello spettro delle mie attività è fissa da quarant’anni circa….

            Con sempre più forza la mia fotografia è andata caratterizzandosi, e tutt’oggi si caratterizza ancora, per l’uso spinto della retorica tout court, dove quindi tutti gli oggetti, le situazioni e le persone fotografate rimandano ad altro, ad un significato nascosto e, a tratti, arcano, qualche volta anche misterioso.

            In tutto questo, la tecnologia mi ha aiutato poco. Non si trattava, infatti, di riprodurre la realtà visibile, nella maniera più veritiera possibile, ma l’obiettivo era perlappunto esprimere una realtà invisibile: la mia anima, le mie atmosfere, i respiri del mio pensiero. Certamente, la tecnologia, nella fase di post produzione, mi ha molto sostenuto, ma mai in maniera determinante.

            Ed ecco che, negli ultimi venti anni, i miei filoni di ricerca, che hanno visto non solo il coinvolgimento dell’Arte Fotografica, ma anche quello dell’Arte dello Scrivere, sono stati centrati sul riuscire primariamente a capire ed esprimere le conformazioni della mia anima, del mio “cuore”, ma anche le leggi universali all’interno delle quali essi si muovono.  Inoltre, di ugual intensità è stata la ricerca focalizzata sulle atmosfere della mia città, Lecce, che per me non è fatta solo di monumenti, barocco, ma anche di persone, luci, energie, aria, spesso leggera, in un tutto che io trovo letteralmente magico. Sì, Lecce è magìa. Una ricerca che solo negli ultimi cinque anni ha condotto a risultati di sicuro interesse, in cui ciò che percepivo e “vedevo” era ben rappresentato. Ovviamente, qui i miei lunghi e corposi studi hanno dato uno spread decisivo.

Una lunga strada, insomma, che mi ha permesso di giungere a realizzare una serie di prodotti fotografici tutti rigorosamente esclusivi e destinati a coloro, amici parenti e conoscenti, che erano sulla mia stessa lunghezza d’onda, lontani dalle logiche di mercato e commerciali. Prodotti destinati ad essere momenti di riflessione, introspezione, memoria, speculazione. Sicché le mie fotografie si sono trasformate da strutture dell’illusione, dove mi illudevo e illudevo, a strumenti dialogici, alla stregua di lettere con destinatari precisi, capaci di contribuire a costruire e a vivere le diverse relazioni, che caratterizzano la mia esistenza.

Certamente, non sono mancate le consuete e canoniche mostre, tutte personali, ma il canale che ho sempre privilegiato con forza e convinzione è stato quello ad personam, all’interno di relazioni specifiche.

E così il mio amore con l’Arte Fotografica, si è trasformato da passione e passionale a strumentale, regalandola così un ruolo di pregiato vettore di idee nelle relazioni intime, confidenziali, esclusive. Ruolo che questa avrà forse nel futuro in maniera più pregnante, liberandola finalmente da esclusivo strumento di semplice e illusoria riproduzione della realtà nonché di propaganda commerciale e politica, anche se di buona qualità.

 

Mauro Ragosta