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lunedì 15 febbraio 2021

Lettera aperta di Paolo Rausa ad Ahmet Altan

 

Caro Ahmet,

accolgo l’invito di qualche giorno fa pubblicato da Roberto Saviano sul Corriere della Sera. Scusami se prendo a prestito l’inizio di una canzone del grande cantautore italiano Lucio Dalla. E’ del 2002, un po’ vecchiotta, ma sempre significativa. Peccato che tu non ne possa ascoltare il ritmo:  https://www.youtube.com/watch?v=mg7-vncTcpQ (se mai ti sarà possibile questo è il link di YouTube). Comincia così: “Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po' e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò. Da quando sei partito c'è una grossa novità, l'anno vecchio è finito ormai ma qualcosa ancora qui non va...” L’anno che verrà è il suo titolo. Ed è di buon auspicio, secondo i nostri desideri, quelli più intimi e riposti, ma anche quelli collettivi, sociali, politici, e i diritti. Nessuno più di te ha assaporato il sale e l’amarezza della loro negazione da parte di un Regime che si è fatto Stato. La dichiarazione dei diritti dell’Uomo sancisce i nostri diritti inalienabili, quello alla salute, all’istruzione, al lavoro, al pensiero, all’azione e soprattutto come loro condizione l’esercizio della libertà, certo all’interno delle norme in vigore. Ma quelle norme non possono confliggere con la Dichiarazione Universale, non vale il diritto di lesa maestà che pure era largamente usato da alcuni imperatori romani quando sentivano l’impulso a liberarsi degli oppositori politici definiti nemici dello Stato. Si allestivano dei processi farsa, a volte neanche quelli. Accuse mai provate, ma quando il potere traballa tutto è lecito. Solo che sono passati più di 2.000 anni e ancora aspettiamo l’anno che verrà, come canta Lucio Dalla… E’ complicato, immagino, vivere segregato, lontano dalla propria famiglia, dai propri affetti, dagli amici e dai luoghi più cari che si vedono, descritti in trasparenza, nei tuoi romanzi d’amore per il tuo Paese, ambientati in anni lontani che trasudano di attualità. È sempre terribile pagare il fio di una colpa non commessa, solo per aver espresso liberamente il proprio pensiero, aver denunciato le nefandezze di un sistema politico che appare democratico e invece è autocratico, tirannico, ammantato da forme persuasive e apparentemente legali, che si fondano su principi religiosi. Tutto viene chiamato per sostenere un regime traballante. Ci spiace che tu sia recluso e molti altri come te, giovani dalle belle speranze che si sono lasciati morire per affermare il diritto alla vita piena. Sembra un paradosso, ma non lo è. Noi siamo animali che non possono vivere in gabbia per un ordine che nega i principi umani. Rappresenteremo il dissidio fra la legge umana e quella naturale nella figura di Antigone, che si ribella alle disposizioni del re e seppellisce suo fratello Polinice, condannato anche da morto per aver preso le armi contro la propria città, contravvenendo alle norme in vigore. Sogniamo con te, Ahmet, un Paese libero, dove ognuno possa esprimere liberamente il proprio dissenso e possa lottare per affermare i principi del proprio pensiero, secondo le forme previste nel sistema democratico. Per questo la tua persona ci è doppiamente cara, per la tua ansia di libertà e per la tua testimonianza: che non bisogna mai abbassare la guardia e lottare contro chi vuole imporre la propria volontà con l’esercizio del potere, che va beffeggiato come sapeva fare un grande teatrante italiano, Dario Fo, Premio Nobel per la letteratura. Un grande istrione, che giocava con le parole e con il suo corpo, ma esprimeva il desiderio insopprimibile di deridere i potenti e di stare dalla parte del popolo, che deve essere allegro per compiacere il re. Lo dice un’altra canzone, cantata da lui e da Jannacci. Ti abbraccio Ahmet, forte forte, e ti incoraggio ad essere forte, a resistere, a trovare il modo attraverso la tua umanità e cultura di tenere vivo il filo della speranza nel futuro, nel cambiamento. Termino, caro Ahmet, con le parole della canzone di Dalla: “Vedi caro amico cosa ti scrivo e ti dico, e come sono contento di essere qui in questo momento, vedi, vedi, vedi, vedi, vedi caro amico cosa si deve inventare per poterci ridere sopra, per continuare a sperare.

A presto, Ahmet, un caro abbraccio, Paolo Rausa.

San Giuliano Milanese, (Milano, Italia), 11/02/2021



giovedì 11 febbraio 2021

Maison Ragosta Spazio Live n°2: intervista a Patrizia Chiriacò - di Mauro Ragosta

 


          Qui un altro pezzo della nuova rubrica, Maison Ragosta Spazio Live, condotta da Mauro Ragosta, spesso assieme ad attori privilegiati del mondo culturale leccese. Si tratta di uno spazio in video dedicato ad interviste, recensioni, conversazioni, considerazioni specifiche. Tutto sul Mondo dell'Arte e della Letteratura non solo leccese, ma anche nazionale ed internizionale. Questa seconda parte è dedicata a Patrizia Chiriacò, pittrice gallipolina di origini leccesi tuttavias, che qui ci illustrerà alcuni tratti del suo modo di dipingere, dei suoi rapporti con la società che la circonda e col mondo culturale leccese

Di seguito il link della video intervista:

  https://youtu.be/zOYrYLWi2l4

lunedì 8 febbraio 2021

Recensione n°16 - “A Promise Land” (Una terra promessa), memorie di Barack Obama - di Paolo Rausa


Il Presidente venuto da lontano, Barack Obama. Certo, per uno che cammina piano “con passo hawaiano”, come ripeteva Michelle, la strada compiuta è stata lunga. Di famiglia modesta, praticamente senza il padre di origini keniane, visto appena una volta, ma indirizzato dai nonni materni, progressisti per gli standard dell’epoca, a tenersi aggiornato. “Informarsi è compito di ogni buon cittadino.”, gli diceva la nonna. Mentre la madre gli ha insegnato con la sua vita a ribellarsi alle convenzioni. Da piccolo ascoltava volentieri i suoi discorsi, quando la sentiva parlare di marce per i diritti civili, della guerra in Vietnam, dei movimenti femministi e della lotta alla povertà.  Viene così introdotto ai grandi temi, che assillano gli Stati Uniti e il mondo. Da questa scuola parte la sua ascesa, il suo cursus honorum speditissimo. Innanzitutto comprende che l’unico modo per dare effettivamente una mano al prossimo è studiare studiare studiare, di tutto: Ralph Ellison e Langston Hughes, Robert Penn Warren e Fedor Dostoëvskij, D.H. Lawrence e Ralph Waldo Emerson. Per un certo periodo segue la madre in Indonesia trasferitasi lì con il suo patrigno. E poi il ritorno a Chicago. L’ascesa di Obama è irresistibile: le scuole superiori e la facoltà di legge all’Occidental College. Comincia a studiare le Suffragette e i primi sindacalisti, Gandhi, Lech Walesa e l’African National Congress, ma è anche ispirato dai movimenti per i diritti civili, Martin Luther King. “Noi riteniamo che sono per sé stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati uguali: questa era la mia America”, dice. Il Paese descritto da Tocqueville, di Whitman e Thoreau, di Thomas Edison e dei fratelli Wright. Di Chuck Berry e Bob Dylan. Era l’America di Lincoln con il suo discorso di Gettysburg, duecentosettantadue parole in tutto, conservato ancora in una copia autografata alla Casa Bianca, dei soldati stremati nello sbarco in Normandia sotto i cannoneggiamenti tedeschi, della Costituzione e del Bill of Rights. Laureatosi nel 1983, si mette al servizio delle organizzazioni di comunità ed entra così in contatto con le storie “fatte di stenti e di piccoli successi” della gente semplice che si aspetta la soluzione ai piccoli problemi della vita quotidiana. Anche questa una lezione di vita, soprattutto nel verificare “la dignità di fondo che anima uomini e donne”. Dopo il primo anno alla Law School incontra Michell LaVaughn Robinson, 25enne, che esercitava la professione forense presso lo Studio Legale di Chicago Sidley & Austin. Fu l’incontro della sua vita, la compagna fedele che lo accompagnerà in tutte le sue battaglie e a cui confiderà i crucci e le difficoltà di mettere in pratica tutti quei principi di eguaglianza, di pace e di collaborazione di cui si era imbevuto nel corso dei suoi studi. Michelle condurrà in proprio delle campagne contro l’obesità e per una alimentazione sana, trasformando parte dei giardini della Casa Bianca in orti, che lei stessa si metterà a coltivare come indicazione di ritorno alla terra e alle buone pratiche naturali. Hanno due figli, Malia e Sasha. La forte propensione alla generosità e al desiderio di contribuire al benessere degli altri, soprattutto dei ceti popolari, lo spingono a tentare l’avventura politica come senatore nel 1995.  Sceglie due veterani della politica e comincia a girare nei quartieri per la raccolta delle firme sotto le petizioni. Una delle caratteristiche salienti di Obama è il rapporto professionale e franco, confidenziale con i suoi collaboratori, scelti per l’umanità e per la competenza: questa sarà la modalità vincente che lo porterà a vincere il seggio in Illinois e poi a scendere in campo come candidato presidente degli Stati Uniti, prima nella competizione interna con i democratici, sfidando Hillary Clinton e poi esterna il repubblicano, John McCain. Non è stato semplice per un outsider, nero per giunta, sopportare i discorsi razzisti sul colore della sua pelle e sulle strumentalizzazioni riguardo a supposte convinzioni religiose islamiche a lui attribuite, sul suo nome molto simile al terrorista Osama Bin Laden e sulla sua provenienza dal Sud Est Asiatico: falsità brandite per denigrare. Non ultimo dallo stesso Donald Trump che blaterava pubblicamente e provocatoriamente nelle tv che la sua elezione a presidente dovesse considerarsi nulla, perché non risultava essere nato in America. In questo gli Stati Uniti hanno dimostrato di essere un paese amante della libertà e del coraggio nel sostenere un nero alla Casa Bianca, mai accaduto prima! Michelle lo rimproverava perché i suoi discorsi in pubblico erano lunghi e che dava risposte molto articolate anche nelle competizioni dirette. Temeva che la gente si annoiasse ad ascoltarlo e perdesse il filo dei suoi ragionamenti. Ma Obama voleva arrivare al cuore dei problemi analizzando tutti gli aspetti, inquadrando il retroterra storico, politico e sociale dei suoi interlocutori o delle situazioni in cui era coinvolto come presidente. Così nei rapporti con gli altri Stati, la Cina, la Russia l’Europa, ecc. Ne sono prova le descrizioni ampie e approfondite presenti nel libro, laddove vengono prima affrontati gli antefatti storici e culturali per poi arrivare a capire con chi aveva a che fare quando incontrava i primi ministri o i presidenti. Sempre attento alle ragioni degli altri e comprensivo della storia di popoli, diversi da quello americano, che affrontavano la dura realtà della crisi economica o la durezza della guerra. Nel novembre 2008 diventa il 44° presidente degli Stati Uniti. L’anno successivo gli viene conferito il premio Nobel per la pace. Ed è emozione e festa! Per il Paese innanzitutto che si mette alle spalle la politica discriminatoria del razzismo contro i neri. Il sogno di Martin  Luther King si è avverato e quel posto di Rosa Parks non è più occupato sul tram chiamato desiderio ma sullo scranno più alto del potere americano, la sedia curule. “Chi vi parla non è sempre e comunque contro la guerra, ma sono contrario ad una guerra stupida.”, dice in un convegno.  Come quella che si sarebbe combattuta contro Saddam Hussein in Iraq, quando Bush mosse la coalizione contro il dittatore che non nascondeva armi nucleari e che quindi non rappresentava una minaccia per gli Stati Uniti o per i suoi vicini.

 

La posizione di Barack Obama contro le guerre imperialiste era molto decisa, anche se per limitare l’offensiva dei talebani in Afghanistan fu costretto ad inviare lì un nuovo contingente di soldati. E ripeteva il suo mantra: “Quasi tutte le persone, a prescindere da dove provengano e da come siano fatte, nutrono le stesse aspirazioni. Non vogliono diventare ricche sfondate, ma si aspettano di trovare un lavoro, di non andare in rovina, che i loro figli ricevano una buona istruzione e che possano permettersi l’università, se si mettono d’impegno. Il governo potrebbe aiutarli…” “Yes we can”, è possibile, possiamo farcela. Il suo slogan riempiva i cuori degli americani e dava una spinta per migliorare le condizioni delle proprie famiglie e del Paese. Possibilità e speranza, la sua audacia: sperare non è illudersi ma è impegno a raggiungere non “la”, ma “una terra promessa”, dove ognuno può realizzare le sue aspirazioni. Con l’aiuto del governo, che deve occuparsi della sanità pubblica, dell’ambiente, dei diritti, della pace nel mondo, dell’economia in un periodo di grave crisi e soprattutto di considerare i temi non divisivi. L’idea della collaborazione tra democratici e repubblicani ma anche fuori dalle frontiere non è mai venuto meno nei pensieri di Obama che ha sempre ricercato, come egli stesso documenta nella minutissima e approfondita descrizione di ogni avvenimento pubblico della storia politica americana e mondiale, durante il suo primo mandato presidenziale. Che ha visto il mondo in sommovimento. Il suo discorso agli studenti all’Università del Cairo è un esempio di visione universale che abbraccia fedi, uomini e vicende diverse di popoli lontani che non si avvantaggiano dai conflitti ma dalla collaborazione reciproca, innanzitutto rispettando la cultura e la religione di ognuno. E così durante le primavere arabe Obama non intende sostenere le posizioni dei monarchi, a cominciare dal faraone Mubarak, ma esprimere vicinanza all’afflato di libertà che i giovani esprimevano con le loro adunate oceaniche. Né è insensibile alla situazione israelo-palestinese, riconoscendo il diritto alla sicurezza di Israele ma compiangendo anche le condizioni derelitte del popolo palestinese. Non à la guerre comme à la guerre dunque, ma alla pace e alla comprensione di chi scende in piazza per richiedere libere elezioni e rivendicare la necessità di un cambiamento civile ed economico. Il sogno della libertà americano esteso a tutto il mondo: l’utopia di Barack Obama in questa lunga e dettagliata teoria di fatti interni e internazionali, una grande lezione di umanità, di comprensione e di conoscenza, di buona politica in fondo. Non quindi dei commentari alla maniera di Cesare o le Res Gestae di Augusto ma i ricordi alla Marco Aurelio. Un presidente/imperatore molto vicino ad Adriano nella felice e indimenticabile descrizione che ne ha fatto Marguerite Yourcenar nel libro biografico, anche lui un uomo che veniva da lontano, rispetto al centro del potere.

Garzanti editore, Milano, 2020.

San Giuliano Milanese, 03/02/2021

                                                                                              PAOLO RAUSA   


venerdì 5 febbraio 2021

La Grande Crisi del 2020 (parte sesta): Le evidenze cardine – di Mauro Ragosta

            Draghi, sì? Draghi, no? Il vero quesito di fondo, però, è se cambierà qualcosa! E se qualcosa cambierà, che cosa cambierà? Dopo un anno di crisi, questa Grande Crisi, una novità significativa e rilevante è emersa, e che forse nessuno s’aspettava, nessuno poteva immaginare, se non i pochi addetti alle Grandi Manovre. Ma procediamo con ordine.

            Sono più di trent’anni che ci si adopera per la creazione di uno Stato Snello, per lo smantellamento del socialismo all’italiana e del welfare state dunque. Come più volte si è messo in luce in questa rivista, affinché tale processo -avviatosi con la Seconda Repubblica attraverso lo smantellamento dell’IRI, dello Statuto dei Lavoratori e le dismissioni delle funzioni monetarie dello Stato- riuscisse a trovare un suo completamento o una sua compiutezza a partire dal 2005, si sono presentate necessarie lo smantellamento della Sanità di Stato e dell’Istruzione di Stato. Con riferimento alla prima area di intervento, molti sono stati i risultati raggiunti. A ciò basti pensare che oggi più del 50% degli ospedali in Italia non è pubblico. Vi è stato un avanzamento veloce del privato, dunque, e da qui un processo di efficentamento importante, il quale viene messo in luce dalla circostanza che il numero di medici e operatori sanitari impegnati nel settore si è ridotto, sebbene in misura non rilevante, a partire dal 2010. L’economia-Covid è stata necessaria, poi, affinché si accelerasse in maniera importante questo processo di smantellamento. Con le urgenze e le emergenze del covid-affaire, l’utenza, infatti, si è depistata, dirottata, riorientata verso strutture private, che hanno registrato, in questo anno, un grandissimo sviluppo. Una tendenza questa, qui appena tracciata, a cui di certo Draghi darà un ulteriore contributo, ovviamente nel solco delle politiche attuate negli ultimi vent’anni.

            Sul fronte dell’Istruzione di Stato, l’emergenza covid ne ha segnato la svolta finalmente significativa e forse definitiva, proprio con l’introduzione della didattica a distanza, preambolo questo necessario per lo sviluppo a venire. Lo step successivo porterà, infatti, alla maggiore efficienza di tutte le strutture e ad un rilevante aumento della produttività degli addetti, tramite l’abbattimento di molte voci di costo, sulle quali è qui inutile intrattenersi.

            In tutto questo, non verrà interrotto il necessario processo di indebitamento dello Stato!!! Ecco, anche qui non si modificherà alcunché, anzi si accentueranno le politiche passate.

Ma veniamo alla novità, quella vera. Come tutti potranno facilmente desumere, il processo di sviluppo socio-economico italiano, a partire dagli anni ’30 del Novecento e con l’accelerazione degli anni ‘50, ha visto trasformare il bracciante, prima in operaio, poi in impiegato e docente, poi in manager. In altre parole, negli ultimi novanta anni la popolazione si è spostata dai settori “meno evoluti” a quelli “più evoluti”. Il tutto attraverso un mix di piccole e grandi imprese nonché il contributo, importante, dello Stato, che si è centrato sulle politiche di welfare. Negli ultimi vent’anni, la popolazione progressivamente si è ulteriormente spostata in settori quali quello turistico e dell’accoglienza, dell’Arte, lo Spettacolo e la Cultura, della ristorazione e dei bar, delle produzioni luxury. Un flusso sempre più importante di addetti e di piccoli imprenditori sono entrati in questi comparti d’attività, che oggi risultano i più colpiti dal covid-affaire, con conseguenze a volte drammatiche.

E proprio con riferimento a questo gruppo di attività, l’economia-covid ha innescato un significativo processo purgativo, che sta portando alla scrematura di tutte quelle iniziative più deboli, sia negli aspetti finanziari sia negli aspetti più strettamente economico-produttivi. Insomma, l’emergenza ha posto le basi per un efficentamento di queste attività, permettendo solo alle migliori di rimanere in vita. Condizione questa per un solido sviluppo futuro. Fino ad oggi, infatti, tali rami di attività sono stati oltremodo “traballanti”, hanno vissuto di troppe incertezze e troppo poca professionalità. Settori nei quali sovente ha regnato e regna ancora l’improvvisazione, la gestione d’avventura. Motivi per i quali questi non possono garantire una funzione sociale pregnante e fondante per l’Italia. Ed invece, l’economia-covid sta purificando tali settori affinché possano garantire uno sviluppo futuro soddisfacente, dovendo accogliere in esso tutta la popolazione espulsa dai settori più tradizionali, con una robotizzazione sempre più spinta. Settori che, secondo stime pessimistiche, dovrebbero raggruppare, nel breve volgere di un ventennio, più del 50% dei cittadini abili al lavoro, ovvero quelli espulsi dall’industria, dal sistema bancario e finanziario, dall’università e dalla scuola, dal commercio e dall’edilizia, dalla sanità.

Ed ancora ed al riguardo, molte imprese, proprio con riferimento a tali settori, ultimamente stanno cominciando a registrare livelli di indebitamento molto alti. Ciò ovviamente non è il preludio al loro fallimento, ma ad una condizione di maggior controllo ed orientamento da parte di Enti, che ne garantiranno la loro effettiva funzionalità sociale, sia negli aspetti individuali sia a livello sistemico.

In conclusione, la nostra società, proprio in questi ultimi mesi, sta registrando un mutamento radicale, forse epocale, e ci si chiede se la sua architettura, basata sulle logiche del consumismo, verrà smontata e messa da parte e da qui verrà abbattuta anche la classe media. Quesiti a cui cercheremo di dare prossimamente delle risposte.

 

Mauro Ragosta

 

Chi fosse interessato, invece, alla mia produzione di letteratura economica può cliccare sul seguente link:
https://youtu.be/t1mKnYGyVC8 

 


martedì 26 gennaio 2021

Saper comunicare (parte nona): La comunicazione negli strati sociali – di Mauro Ragosta

 

             In prima battuta va marcato con forza che, la nostra società non si articola più in classi. Un tempo, almeno fino agli anni ’80 del secolo scorso, la popolazione che insisteva su un territorio sotto l’egida di uno Stato si distingueva in classi sociali specificate in base al ruolo lavorativo, dove alla base si collocavano i braccianti e gli operai, mentre ad un gradino più alto si trovava la cosiddetta classe media, composta da impiegati, professionisti, docenti. C’è chi collocava ad un gradino più alto ancora il management e al vertice i detentori di capitali o dei fattori produttivi. Questo in estrema sintesi. E come si osserverà, perché va rimarcato più volte, la tassonomia qui proposta è stata costruita in base al tipo di lavoro degli individui. Una classificazione oggi del tutto inutile e fuorviante.

            Orbene, tale impostazione, ovvero questa visione sociale oltre a non essere più attuale, non vale per il futuro, in parte perché l’Umanità, se in un primo tempo si è affrancata dalla Natura e dunque dai suoi cicli e dalle carestie, dunque, e da molti eventi naturali, che riesce a gestire con una certa agilità, in un secondo momento si è affrancata anche dalle pene del lavoro, il quale sta per essere completamente sostituito dalle macchine e dai robot, in quasi tutti gli impieghi dell’Uomo. D’altra parte poi, non tarderà molto, ché anche la moneta verrà messa da parte. Questa, nella prospettiva di strumento di controllo sociale, verrà sostituita da altri meccanismi, sicuramente informatici e informatizzati, di gestione delle risorse e del potere, capaci di garantire una forte centralizzazione ed una possibilità puntuale di controllo dell’individuo in tutti i suoi ambiti esistenziali.

            Ma veniamo all’oggi. Qui, in estrema sintesi, pare che l’unica possibilità di avere una visione della società in base ad un criterio, che l’articoli in qualche modo in maniera soddisfacente, è quella che si fonda sulla ricchezza finanziaria e immobiliare dell’individuo, mentre i titoli di cui egli gode, ovviamente sono distribuiti in base a questo criterio di classificazione, e dunque dipendono in gran parte dalla sua potenza economica. La ricchezza dunque come principale strumento di relazione e posizionamento sociale. Ma, attenzione, la ricchezza è un’arma a doppio taglio! E ciò in base alla concezione che se ne ha. Ovvero, la ricchezza può essere considerata un fine oppure un mezzo. Certamente, al di là di tale constatazione, la ricchezza è fondamento indispensabile per la formazione dell’individuo. Appare scontato far notare che chi dispone di grandi possibilità e disponibilità finanziarie presenta anche grandi possibilità di attività formative e dunque l’opportunità di farsi una ricchezza ed un bagaglio culturale, con significativi risvolti sul piano delle capacità comunicative, molto più consistenti di chi è in possesso di mezzi finanziari limitati. Da qui e dal tipo di modo di intendere la ricchezza, dipendono quindi la struttura culturale ed i saperi dell’individuo e di rimando le sue capacità e possibilità comunicative effettive. Ricchezza e comunicazione sono dunque correlate positivamente, dove ovviamente il fattore scatenante è soprattutto la ricchezza intesa in funzione strumentale.

Ma andiamo per gradi e osserviamo ora come lo sviluppo in ambito comunicativo segue la legge universale, che vuole che esso vada dal semplice al complesso. Una prima e quasi scontata caratteristica attiene il lessico. E così i gradi dello sviluppo vanno da individui che non usano più 500-1.000 vocaboli per esprimersi sino a coloro che riescono a gestire ed utilizzare con agilità, più di 35.000 termini. Una seconda caratteristica della comunicazione è la capacità di astrazione. Qui, nelle fasce base della popolazione, il linguaggio è decisamente concreto, mentre a mano a mano che si incontrano individui evoluti, sempre più ricco diventa l’uso di concetti e vocaboli con contenuti astratti. Ed ancora, circa la componente fisica della comunicazione stricto sensu, il linguaggio si presenta evoluto quando le gesta, i gesti, il contatto sono quasi assenti e comunque ridotti all’essenziale, all’indispensabile. In altre parole, quando in maniera sempre più frequente il gesto viene tradotto in parole. Circa la retorica, poi, va da sé che solo chi ha una cultura molto sviluppata si avvale di allegorie e metafore, climax, metonimie, ossimori, iperboli e via dicendo, essendo tali caratteristiche della comunicazione legate in qualche maniera alle capacità di astrazioni. Inoltre, il linguaggio popolare è quasi sempre esplicito, mentre quello evoluto ricorre all’implicito, dove la reticenza è di uso frequente. In tutto questo escludiamo i contenuti, sottolineando solo che con gli sviluppi della cultura e delle capacità comunicative si utilizzano frequentemente le retoriche delle diverse discipline scientifiche ed umanistiche in una prospettiva indiretta, metaforica, allusiva.

E per concludere, va sottolineato che se all’interno dei range sociali esiste tra soggetti una buona simmetria comunicativa, nelle relazioni tra livelli diversi la struttura comunicativa si presenta, invece, fortemente asimmetrica, nel senso che essa, nella quasi totalità dei casi, va prevalentemente dall’alto verso il basso e non viceversa.

 

Mauro Ragosta

 

Nota: chi fosse interessato alla mia produzione di saggi, può cliccare qui di seguito:
https://youtu.be/lhdKGKUfH6Q 

 


giovedì 21 gennaio 2021

Saperi & Sapori (parte seconda): L’Olio d’Oliva – di Antonella Ventura

 

         Questa giovane rubrica di Maison Ragosta, Saperi e Sapori per l’appunto, si arricchisce, a partire da oggi, anche dei contributi di Antonella Ventura, esperta cuoca salentina, che ha condiviso il nostro modo di argomentare sugli alimenti, offrendone di fatto un taglio che supera gli aspetti esclusivamente culinari, per approdare a visioni più specificatamente culturali ad ampio spettro. E così, il primo argomento che la nostra Ventura ha voluto affrontare è quello focalizzato sull’Olio d’Oliva, produzione centrale per l’economia della provincia di Lecce, sino ai primi anni del XX secolo, quando ancora tutto il mondo della produzione e scambio di questo territorio si animava per effetto proprio del commercio dell’olio, che così costituiva in maniera quasi esclusiva la nostra vera ricchezza. Ma al di là di quest’appunto, l’Olio d’Oliva è molto di più…..un più che la Nostra Antonella in qualche modo ne specificherà i vari addendi più significativi.

 

Mauro Ragosta

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È giusto parlare, oggi, di un ritorno all’Olio d’Oliva? Magari per tentare di riqualificarne le valenze? Sicuramente l’attuale congiuntura economica, politica e sanitaria ci dà l’opportunità di riflettere sulle possibili ed alternative interpretazioni, e magari di impiego, dell’Olio d’Oliva, cercando di sganciarlo da una prospettiva strettamente e specificatamente consumistica, per reinserirlo, infatti, in un circuito di sviluppo tra economia ed ecosistema, più armonico ed in una proiezione globale.

Va subito marcato che, l’Olio d’Oliva dovrebbe essere riportato alla sua grande valenza originaria, antica, e considerato ed osservato, dunque, non solo come prodotto alimentare tout court, ma anche come collettore di momenti e prospettive etiche, religiose, politiche, e in tutto questo, non ultime quelle legate al benessere inteso in senso largo. Va da sé che proprio ripartendo dalle origini, dalle tradizioni si può arrivare, “legando e riannodando” presente e passato, a un nuovo “Modus Vivendi” anche di questo prodotto, così prezioso sotto varie angolazioni.

Storicamente, parlare di Olio d’Oliva, in prima battuta non è sottolinearne solamente il grande ruolo alimentare, di lubrificante e agente illuminante, a tal punto che fu definito l’Oro Liquido, ma anche la grande valenza quale simbolo esoterico di sapienza, conoscenza e abbondanza in tutte le religioni monoteiste ed anche nel linguaggio politico. Citato addirittura più volte nella Bibbia, si adduce all’olio versato sul capo, come segno e simbolo dello Spirito Santo, il potere di conferire forza e sapienza agli Uomini, come ad esempio durante il sacramento della Cresima e l’elezione di grandi capi. L’Olio d’Oliva sacralizzato è segno del cambio di stato dell’Unto. Inoltre, nella Genesi è proprio grazie ad un rametto d’ulivo che Noè capisce che il diluvio universale era cessato. Olio quindi come simbolo di dono di Dio al suo popolo, tant’è che nella nostra tradizione ancora oggi persiste l’idea che l’olio versato accidentalmente porti disgrazia.

Ma un ritorno all’Olio d’Oliva anche come ritorno ad un sapore dall’estrema semplicità, in grado di arricchire ogni altra pietanza, esaltandone immediatamente il sapore originario con intensità accattivante e apportando ad essa, proprietà organolettiche benefiche all’uomo in tutto il suo sistema digestivo e cardiocircolatorio. Olio così carico di benefici, da essere inserito nella dieta del neonato al fine di garantirne una crescita armonica. Inoltre, le proprietà dell’Olio d’Oliva, semplici ed efficaci, sono sfruttate largamente anche in dermatologia e cosmesi per la sua peculiare caratteristica protettiva ed emolliente. Un ritorno alla semplicità, all’essenzialità, dunque, che deve essere segnato dalla diversa visione dell’Olio d’Oliva in tutti gli ambiti, per recuperare quello che la nostra “liquida” società ha sottratto ad ognuno di noi.

Esaltare l’Olio d’Oliva, in una produzione che ne garantisse veramente l’eccellenza, pertanto significherebbe da un lato anche ridare splendore ad un prodotto scoperto nel 4000 a.C. in Armenia, in Palestina e contemporaneamente in India e dall’altro recuperare l’essenza della Natura e dell’Uomo. E qui vale la pena ricordare che esso inizialmente fu usato per l’accensione delle lampade nelle più importanti funzioni religiose e laiche, e attraverso una lunga storia è riuscito ad arrivare, miracolosamente, quasi integro ai nostri giorni, passando, come ovvio e normale, da periodi di grande fulgore, che lo ha visto protagonista dello sviluppo economico dei Paesi intorno al Mediterraneo, come anche della Puglia, anche nei periodi più bui. Con riferimento al nostro Salento va ricordato che fino a pochi decenni fa l’Olio d’Oliva, nella versione cosiddetta “lampante”, era sostenitore, assieme alle produzioni di vino e di tabacco, del nostro sistema economico, che vedeva la Puglia, ed in particolare la provincia di Lecce, non solo tra i primi territori esportatori mondiali di Olio, ma anche i più produttivi. Così nel mondo si è potuto conoscere il magnifico gusto dell’olio estratto da olive leccine, fasanesi, ogliarole, celline.

A tal riguardo, va specificato che, è la tipologia dell’oliva che dona il suo tipico retrogusto, che va dal fruttato all’amarognolo con l’oliva garganese, al delicato e dolce con la cellina e l’ogliarola leccese. Sapore legato, non solo all’origine della pianta ma anche alla modalità e al tempo di raccolta del frutto. Sapori tanto particolari ed unici che sono sorti dei veri e propri corsi per assaggiatori e premi internazionali, che mettono l’olio pugliese nella classifica delle eccellenze internazionali a pari importanza di altri beni culturali patrimonio Unesco. Oggi, purtroppo la produzione di olive ha subito un forte calo a causa del grande e noto problema legato alla “Xylella”.

            Ritorno all’olio d’oliva, dunque, per migliorare le condizioni di vita del nostro Paese, attraverso lo sviluppo di una nuova concezione di cibo, più ampia e consapevole, volta a riconsiderare il nutrimento come cultura e linguaggio vero e proprio, attraverso il quale esprimere esperienze non solo tradizionali, ma anche associate al benessere. E da qui, l’Olio d’Oliva va concepito come dono d’amore della natura, all’uomo, in una ideologia che vede l’umanità integrata nell’armonia del pianeta. Un ecosistema nel quale ogni esistenza è in sé sacrificio protratto alla vita stessa, immolazione che permette la mistica trasformazione, dal concreto e oggettivo all’invisibile e sacro, in forma di energia e calorie. Un rito nel quale, dunque, l’Uomo, attraverso l’atto del nutrirsi, è sacerdote, poiché ufficiante e, nel contempo, colui al quale il sacrificio è dedicato, in un perfetto e maestoso flusso d’amore.

Olio d’Oliva, dunque, come culturale e naturalistica proposta per un futuro che appare sempre più incerto e sbiadito, e che nella prospettiva tracciata potrebbe ridare slancio ad un’esistenza che in questi giorni pare che sia avara di sensi e significati.

 

Antonella Ventura

 


venerdì 15 gennaio 2021

Recensione n°15: a spasso per il passato con Anna Troso – di Mauro Ragosta

            Si sa, ogni libro ha le sue peculiarità sia esso quello di un grande autore sia esso quello di uno scrittore esordiente. Ma non tutti i lettori sono in grado di coglierne le valenze: tutto dipende dalla loro sensibilità. Vi è infatti un pubblico di lettori resistente, per il quale l’autore deve sforzarsi di produrre le grandi frasi ad effetto, i colpi di scena eclatanti, individuare le parole in qualche modo contundenti, per smuoverlo un po’, mentre dall’altra vi è un pubblico più permeabile, molto più attento, percettivo, al quale bastano pochi indizi, certi “squarci”, certi segni dello spirito per fargli aprire i grandi scenari dell’animo e della cultura. Ecco, è proprio a questo che si addice l’ultimo volume Anna Troso, pubblicato poche settimane fa, dal titolo “Dialogo Con Me Stessa: Ricordi, Pensieri, Osservazioni, Riflessioni”.

            In questo volume della nostra cara signora Anna il lettore che sa andare dentro e dietro le parole, che sa andare dentro e dietro l’autore, troverà spunti utili non solo per sé stessi, ma anche per la propria vita. Un volume che porta con sé molte valenze, non foss’altro che l’autrice ha molto vissuto e dunque pone tra le righe un’esperienza importante, e non solo perché donna della upper class, ma soprattutto perché persona effervescente e ricca di interessi ed entusiasmi, che coltiva sin dalla più tenera infanzia. In questo mondo del libro e della spettacolarizzazione dove anche le implumi ventenni, con qualche poesiola, creano clamori nazionali, qui la nostra Troso in maniera più silenziosa e riservata pone al lettore, al suo lettore, questioni di vera portata esistenziale, culturale, e perché no!?...anche politica.

 

 

            Dialogo Con Me Stessa è un brogliaccio in cui sono annotate una serie di riflessioni, ricordi, appunti inerenti la vita dell’autrice, Anna Troso appunto. Insomma, un pot purri letterario dove vengono annotati gli aromi e gli entusiasmi d’infanzia nelle estati durante la permanenza nei casini di campagna della famiglia d’origine e dei parenti, nei dintorni di Lecce, in occasione del momento di maggior fervore delle attività agricole, la vita universitaria, poi, sino alle permanenze sulla Costa Azzurra e a Parigi. Il tutto arricchito di varie considerazioni e riflessioni sulla vita moderna, vista sempre con un certo distacco. La signora Anna, infatti, è scevra dagli eccessi delle mode e coglie il vivere in una sorta di equilibrio alchemico, tra le necessità materiali e quelle spirituali.

            In questo volume, denso di appunti e riflessioni, si coglie la necessità da parte della Troso di una sintesi sulla propria vita e sul proprio pensiero, che sempre più impellente diventa non solo per lei, ma per tutti a mano a mano che l’età avanza. Una sintesi, ambita, ma solo appena sfiorata. Siamo per fortuna lontani dalla quadratura del cerchio da parte di Anna. E questo si pone come dato che darà a noi l’opportunità di godere ancora delle sue pubblicazioni nella diuturna ricerca della cosiddetta Pietra Filosofale.

            Le considerazioni della signora Anna fanno riflettere soprattutto a chi ha una formazione storica. Le sue considerazioni danno importanti tracce sulla vita dell’upper class leccese dal secondo dopoguerra ad oggi. Ed ecco che l’immagine del meridione costruita dagli anni ’50 ad oggi in ambito nazionale collide con quella da lei tracciata, che si pone in una prospettiva estremamente evoluta e lontanissima dall’immaginario collettivo comune. D’altro canto le consapevolezze del Salento e dei Leccesi sono diverse, ciascuna secondo la propria prospettiva e angolazione. E qui dunque va marcato e rimarcato che la signora Anna col suo volume mette in luce una delle parti più nobili ed evolute della nostra terra. In tale direzione, va notato ancora il suo coraggio, spinto, a parere di chi scrive, dalla ricerca di riannodare il passato col presente nonché il suo universo intellettuale all’interno di un pensiero in qualche modo coerente, a tal punto da inglobare anche le stesse incoerenze dell’esistenza.

            Insomma un libro dai molti spunti intellettuali, in generale, e dai molti indizi sulla nostra identità, quella leccese appunto, che va pertanto esperito con attenzione, che va maneggiato con massima destrezza, sebbene gli intenti della nostra Troso siano più sobri. Tuttavia, come si afferma nei vangeli, “non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa”. E così, il volume della signora Anna si pone come un ricco caleidoscopio in cui ritrovare e ritrovarsi.

 

Mauro Ragosta

 

           

           


sabato 9 gennaio 2021

Ritratto foto-letterario n°12: Filomena D’Ambrosio – di Mauro Ragosta

 

          Nella galleria di Maison Ragosta non poteva mancare Filomena D’Ambrosio, pittrice tanto raffinata quanto misteriosa. Eh sì, perché le sue opere si pongono con forza all’attenzione dell’osservatore tanto sul piano meramente estetico, cromatico e tecnico, quanto su quello simbolico, dei significati ultimi o possibili dell’esistenza. Gianteresio Vattimo direbbe della D’Ambrosio che i suoi quadri esprimono una persona perfettamente realizzata, in quanto scomparsa a sé e agli altri. In tale direzione, la pittura di Filomena sono solo tracce, anche avare, e che per questo affascinanti, che stimolano l’osservazione e visiva e intellettiva, in un gioco dove si può a volte intravedere lei, a volte se stessi. Insomma, la pittura della nostra D’Ambrosio non si pone solo sul piano emotivo, ma assieme anche su quello intellettivo, in un rapporto di circolarità.

 

 

        Non è leccese! Filomena viene da quella regione che Franco Fontana, arcinoto fotografo di caratura nazionale ed internazionale, definì negli anni ’70 come quella più sensuale d’Italia: la Basilicata! Ma la nostra D’Ambrosio è una leccese part-time. E se da un lato non ha ancora deciso di stabilirsi definitivamente nel capoluogo salentino, dall’altro lo considera il suo campo base, da dove prendono vita tutti i suoi viaggi artistici e culturali per l’Italia e per l’Europa, con scopi sia di interscambio con altri artisti sia per esporre le sue opere. Tutte avventure ed esperienze che puntualmente si chiudono e la riportano a Lecce, dove forse ri-posa e ri-genera la sua delicata anima, il suo acuto intelletto, il suo esile fisico.

 

         Lunghe dunque le sue permanenze a Lecce, dove per altro ha compiuto i suoi studi superiori, presso l’Accademia delle Belle Arti. Qui, è ben nota, anche se la vecchia nobildonna, Lecce appunto, non ha ancora deciso su di lei. Non che Lecce sia provinciale, ma di sicuro esclusiva e, forse, la Nostra D’Ambrosio “deve” avventurarsi in discorso più profondo con Lei, questa città così severa e capricciosa assieme.


          Gli scatti che ho realizzato per Filomena, in linea generale illustrano i diversi aspetti della sua persona. M’è venuto spontaneo operare una certa scomposizione di ciò che invece si percepisce di lei in sua presenza. La nostra Filomena è una sorta di combinazione alchemica, il cui risultato finale è quello di una persona assolutamente gradevole, soprattutto a chi è autocentrato. In lei sono ben saldi, allo stesso tempo, il suo passato, le sue origini e il suo futuro con i suoi obiettivi, per cui nel rapporto interpersonale è sempre presente, diventando un’ottima interlocutrice, dove però la sua parte più profonda si enuclea in una sorta di presenza-assenza, “impalpabile” dunque, e per questo misteriosa ed affascinante. Peraltro con lei non si ha mai l’impressione di conversare per luoghi comuni o con un particolare autore letterario o filosofico. Tutto quello che proferisce, afferma, è frutto di un’elaborazione lunga e meditata, oltre che mediata dal suo intelletto, che filtra ogni informazione a lei presente e la attaglia con maestria da sarto d’alta moda, alla sua persona, al suo dire.

 

        Qui, insomma, cinque scatti realizzati negli scorsi giorni, di Filomena D’Ambrosio per i lettori di Maison Ragosta, sempre molto attenti ed esigenti, ai quali, questa volta, gli si vuol far apprezzare una giovane pittrice –ha quarant’anni- che opera tracce e lascerà tracce di sé.

 

Mauro Ragosta

venerdì 8 gennaio 2021

Giuseppe Colafati si è dimesso da Sindaco di Poggiardo - di Paolo Rausa

Quando la politica si mangia i suoi figli migliori, come Crono.

Costretto alle dimissioni Giuseppe Colafati, sindaco di Poggiardo (Le)

                  

Con una lettera di dimissioni datata 4 gennaio 2021, sette consiglieri del Comune di Poggiardo (Le) hanno decretato la fine della legislatura che è agli sgoccioli. Fra qualche mese si sarebbe giunti alla sua fine, ma tant’è. Assistiamo purtroppo ad un atteggiamento diffuso di “cupio dissolvi”. Senza entrare nel merito delle problematiche, nobili o meno, che pure avranno spinto i vari consiglieri, fra cui il vice sindaco e un’assessora, c’è da riflettere sulle modalità che portano le varie parti a chiudere un’esperienza prima ancora di discutere sui problemi e cercare di affrontarli, prima ancora di decidere la fine di un rapporto, una relazione, una storia sentimentale o amministrativa. Abbiamo perso la capacità di ascoltare le ragioni degli altri e di porvi attenzione, assumendole per risolverle. Invece si chiude con disprezzo una consigliatura che a pochi mesi avrebbe avuto la sua fine naturale. Giuseppe Colafati, al secondo mandato, è stato costretto a sua volta a dimettersi. Conosco il sindaco di Poggiardo e Vaste, come era solito aggiungere, da molto tempo: una persona per bene, ligia, comprensiva, tendente al fare, a volte senza il necessario coinvolgimento, ma molto appassionato e che nutre un grande amore per il suo paese che ha cercato di elevare, pur tra le mille difficoltà economiche e progettuali, visionarie, che vivono tutte le realtà soprattutto al Sud. Non pare che i problemi posti, o non posti, che comunque si agitavano in modo sotterraneo, siano stati portati all’attenzione pubblica o siano stati affrontati coinvolgendo i cittadini. Perciò azioni di questo tipo appaiono granguignolesche, più da Crono che progetta di mangiare i suoi figli che da Mattarella che nell’ultimo discorso agli italiani ha incoraggiato i costruttori di pace o di ponti, a seconda dei punti di vista. Ci si comporta come Achille che mentre ama Pentesilea e la bacia, nello stesso tempo la trafigge. Andrebbe recuperata a tutti i livelli la capacità di dialogo, altrimenti non c’è evoluzione nei nostri rapporti interpersonali e istituzionali, attingendo al pensiero di Machiavelli nei “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio”, secondo il quale Roma era diventata grande per la capacità di risolvere i conflitti sociali e politici fra la plebe e il senato trovando una sintesi al livello superiore. Una lezione che deve essere ripresa e praticata, per il bene di tutti!

 

Poggiardo, 07/01/2021

                                                                                            Paolo Rausa

lunedì 4 gennaio 2021

Dov’è la politica in Italia? Ha abdigato… - di Paolo Rausa

 

Tutti i politici d’accordo, tutti fanno a gara nel sottolineare i passaggi significativi del messaggio di fine anno 2020 del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella! Soprattutto quando egli richiama alla concordia i protagonisti della vita pubblica italiana e quando li sferza, senza durezza, invitandoli ad essere “costruttori” di nuove speranze, della ripresa economica e civile perché “i prossimi mesi rappresentano un passaggio decisivo per uscire dall’emergenza e per porre le basi di una stagione nuova, – aggiunge – durante la quale “non sono ammesse distrazioni e non si deve perdere tempo, né vanno sprecate energie e opportunità per inseguire illusori vantaggi di parte”. Il Presidente della Repubblica parla a tutti coloro i quali pure si sono detti d’accordo con queste considerazioni e incitamenti. Guardando invece il quadro politico non sembra che poi vengano messi in pratica quei consigli. E queste valutazioni riguardano tutti i partiti, di maggioranza e opposizione. Il Governo Conte ha preparato un Recovery Plan senza consultarsi con le forze politiche che lo sostengono, le quali chi più chi meno, soprattutto Italia Viva, hanno contestato il metodo e i contenuti. Una situazione di precrisi che non trova soluzione politica. Da una parte il piano del Governo, dall’altra le proposte di Italia Viva in un documento con 62 osservazioni. Non si riesce a trovare una sintesi, ognuno resta sulle proprie posizioni. Ma i 4 partiti della coalizione (M5S, PD, IV e Leu) non sentono il bisogno di incontrarsi e discutere sulle varie proposte e trovare una sintesi? In fondo sono loro che reggono il governo. Perché lasciare tutto in mano alla mediazione del Governo e del Presidente del Consiglio? E se questo non è in grado di proporre una visione, un orizzonte per l’Italia da realizzare attraverso l’utilizzo dei fondi europei perché non prendono loro in mano la questione? Siamo di fronte ad una incapacità di fondo. Lo stesso vale per la cosiddetta minoranza (Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia). Ognuna persegue una propria strategia, con avvicinamento ora dell’una ora dell’altra alla compagine di Governo. Prima Forza Italia si dice pronta a votare insieme per il bene dell’Italia, poi in aula cambia idea. Subito dopo è la volta della Lega che si dichiara disponibile a sostenere un Governo di larghe intese per poi rimangiarsi la proposta. Ora è Fratelli d’Italia a invocare le elezioni, ma allo stesso tempo dichiarandosi pronta ad un governo più largo però senza i partiti dell’attuale maggioranza, cosa impossibile a farsi. Siamo di fronte ad una Babele: ogni forza politica ha la sua ricetta e non c’è modo di mettersi a ragionare insieme per far fronte alla situazione drammatica che sta vivendo l’Italia. Da ultimo l’incapacità ad organizzare la distribuzione dei vaccini, finanche nella efficientissima Lombardia, una volta. A fronte di questa situazione servirebbe un santo taumaturgo: compito che ha cercato di svolgere l’ultimo dell’anno il Capo dello Stato con il suo discorso. Perché i partiti di maggioranza non si incontrano e stilano una proposta di utilizzo dei fondi europei, il Recovery Plan? E se non riescono a mettersi d’accordo, spiegando ai cittadini quali sono i punti dirimenti, perché non gettano la spugna e si dimettono dal governo, lasciando spazio ad un altro o a nuove elezioni, senza insultarsi l’un l’altro o attribuendosi vicendevolmente la responsabilità? Non possono lasciare al Presidente del Consiglio, che fra l’altro non è stato neppure eletto, questo compito. Ovviamente la crisi della politica si riverbera sull’inefficienza della macchina amministrativa con una ricaduta negativa sull’erogazione dei servizi. E’ possibile sperare che prima di arrivare ad un voto risolutivo in Parlamento i partiti si incontrino e discutano sui vari problemi in campo: Mes sì o no; i servizi segreti in capo al Presidente del Consiglio o ad un suo nominato; come spendere i fondi europei della Next Generation Eu e con quale struttura, coinvolgendo i Ministeri ed eventualmente delle figure esterne, ecc. Tutti compiti della Politica che deve indicare i punti di accordo per poter governare questo Paese che rischia di decadere rovinosamente, lasciandosi dietro rovine a danno delle generazioni future.

 

San Giuliano Milanese, 03/01/2020

                                                                                                                  Paolo Rausa