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mercoledì 16 ottobre 2019

Dalla Seconda alla Terza Repubblica (parte quindicesima): Alcuni aspetti del processo di smantellamento della rappresentanza – di Massimiliano Lorenzo


Dopo anni di tentativi, progetti e proposte, il Parlamento italiano ha raggiunto la quadra e un accordo per il taglio del numero di rappresentanti che siedono a Palazzo Madama e Montecitorio. E così dopo il Porcellum e varianti, ora poco conta di quanto siano stati ridotti i nostri rappresentanti nelle due camere, più significativo a questo punto è il passo compiuto per i più ampi ed importanti concetti di rappresentanza e democrazia, che vengono amputati ancora una volta, ed ancora con un colpo secco.
Il Novecento e le prime due fasi della Repubblica italiana hanno conosciuto un rapporto tra cittadino e rappresentante più stretto rispetto a quello che viviamo noi oggi. Le ragioni possono essere varie. Tra queste la presenza di partiti radicati sul territorio, una più spiccata vocazione alla partecipazione sociale e politica dei cittadini, e, finanche, una maggiore proporzione tra numero di rappresentanti e popolazione. Oggi, invece, tutto questo è mutato e non in meglio, anzi.
Sulla presenza e l’utilità di partiti radicati sul territorio se n’è già parlato e la loro importanza è palese, non fosse altro perché i territori avevano maggiore agibilità, possibilità nell’espressione dei propri rappresentanti e di incidere sulle decisioni della propria organizzazione. Oggi, invece, è assodato che il tesseramento è in calo per tutti i partiti, le loro sezioni e le loro sedi vengono chiuse, e che si è sviluppata una nuova modalità di pronunciamento degli iscritti, ma al momento solo per un movimento, ovvero i 5 Stelle guidati da Grillo e sotto l’alta direzione del Gruppo Casaleggio. Va detto al proposito, che passi significativi in tal senso li stanno facendo anche quelli del PD, che presto approderanno alla soluzione dei 5 Stelle. Ma ritornando ai “seguaci” del comico italiano, al potente esercito del gruppo Casaleggio, i membri della Piattaforma Rousseau, così si chiama il sito su cui i pentastellati di tutta Italia possono “votare”, sono soprattutto invitati ad esprimersi su quesiti proposti dai dirigenti, spesso anche scritti in maniera specifica e soprattutto orientata. Ed ecco che, la sinistra italiana è passata dallo sviluppo della coscienza di classe attraverso l’istruzione e lo studio della storia e quant’altro (fino agli anni ’80), all’abbattimento concettuale, poi, (negli anni ’90 e 2000) delle classi sociali e all’annullamento delle differenze politiche (Vedi per tutti Bobbio e il “grande” Gaber), e, alla fine (dal 2010 in poi) alla riduzione dell’istruzione, censurando quasi lo studio della storia, per giungere in conclusione al voto digitale con schede a risposta multipla, che vorrebbe fosse adottato per l’intero sistema elettorale. Una logica che progressivamente ha compromesso nettamente il senso di rappresentanza e rappresentatività.
Certamente, se ogni movimento o partito è libero di organizzarsi al suo interno come vuole, può darsi le regole che vuole e darsi lo statuto che vuole, quando, però, la logica prima esposta viene portata all’interno delle istituzioni, allora ad essere toccati sono tutti i cittadini. Se poi si agisce nel senso del voto elettronico e della riduzione del costo della politica, riducendo il numero dei parlamentari, allora la situazione si aggrava. Come si inizia ad innescare questa logica? Con il taglio dei parlamentari. Pensare che con il risparmio derivato da 600 rappresentanti anziché 945 (un risparmio che non equivale nemmeno ad un caffè a testa, quando poi con l’ultima manovra di bilancio, di ieri, ci sottraggono un bel po’ di risorse economiche) si possa, da una parte, creare un tesoretto utile al miglioramento di un qualche servizio, e, dall’altra, velocizzare l’iter legislativo e decisionale dell’organo supremo italiano, è pura propaganda. Anzi, viene da pensare che si voglia rendere il deputato o il senatore ancora più “schiavo” del partito o movimento con cui è stato eletto. Quasi che la democrazia e la politica non abbiano dei costi naturali ed insiti, per il loro buon funzionamento e la loro salvaguardia da qualsivoglia tentativo di trasformazione in altra forma organizzativa dello Stato, cosa che i potenti d’Italia ed Europa auspicano fortemente e si muovono con forza in tale direzione. Non è un caso forse che Luigi Di Maio, lo stuart (chissà chi è il reale comandante dell’aereo?), capo politico del Movimento 5 Stelle, abbia lanciato l’idea di legiferare sul vincolo di mandato per i parlamentari e pensato di inserire nel contratto (sic!) firmato dai candidati pentastellati, una multa nel caso questi dovessero cambiare gruppo parlamentare e/o partito. Oltre ad aver invitato a farlo anche gli altri partiti. E nel Partito Democratico qualcuno ha pure immaginato di raccogliere l’idea.
Si parlava del pericolo di distruggere il concetto di rappresentanza e rappresentatività. Non può che è essere così, se si porta avanti l’idea che meno teste possano elaborare leggi migliori e in modo più veloce. Non può che essere così se non si agisce per lo sviluppo della cultura in generale, ed in particolare storica, politica, sociale ed economica dei cittadini. Non può che essere così se ci si avvicina a forme oligarchiche, compiendo passi del genere. Non può essere altrimenti se un solo rappresentante deve raccogliere le istanze di un maggior numero di rappresentati, quando la loro distanza è già ampia.
Non si può pensare di sostituire il rapporto fisico, culturale, intellettuale, interpersonale tra elettori ed eletti con le dirette sulle piattaforme web. Soprattutto, non si può pensare di diminuire la loro distanza e incentivarne il legame, perché queste modalità attengono al mondo dello spettacolo, non a quello della politica. La politica, che è l’attività con la quale dovremmo scegliere come organizzarci e convivere, non deve essere show, non deve essere fiction, non deve essere rappresentata da star, anche se………
Massimiliano Lorenzo

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