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giovedì 17 settembre 2020

Il Mondo del libro nel leccese verso nuovi orientamenti strategici: l’export culturale – di Mauro Ragosta

 

       Da più parti si conviene che la cultura leccese, intesa nell’accezione della produzione e della fruizione di opere narrative e poetiche, abbia registrato, intorno alla metà degli anni ’90, più di vent’anni fa, dunque, un passaggio da un assetto d’élite ad uno massificato. Nelle parole di Mauro Marino, la vita culturale leccese ebbe in quegli anni una “sfiammata” di vitalità. Un momento importante, questo, di trasformazione, che ha condotto lentamente ed in maniera costante al boom di questi anni, perché tale bisogna considerarlo. Dal 2010, infatti, i fattori di questo mondo, il mondo culturale appunto, hanno registrato un’amplificazione ed hanno portato a nuove dinamiche. In tale direzione, si sono avute un’espansione della domanda culturale e uno sviluppo dell’offerta di opere narrative e poetiche, e non solo. Circa la domanda, questa ha registrato un consistente allargamento dovuto a tre fattori: l’invecchiamento veloce della popolazione, che ha sempre più tempo libero e che insiste con frequenze incrementative in attività culturali e di intrattenimento; l’innalzamento del livello di istruzione, che ha portato allo sviluppo della sensibilità letteraria; la maggiore ricchezza: Lecce è il capoluogo col più alto reddito procapite di Puglia.

         Circa l’offerta culturale, dal 2010 è invalso negli scrittori leccesi l’aspetto seriale, a tal punto che si potrebbe parlare di fordismo intellettuale. Questi, infatti, si impegnano in tour, realizzando decine di presentazioni del proprio lavoro, e dall’altro, i più, producono con frequenza quasi annuale un testo, un lavoro da immettere nel circuito leccese.

         Tutti sono mossi in parte dal diletto letterario, in parte dalle gratificazioni sociali, dal successo e dalla fama. E tuttavia, sono pochi i casi di scrittori che sviluppano la loro attività al di fuori dei confini provinciali, ma sempre in maniera episodica. Ciò, in ogni caso, non è un dato assolutamente negativo. In un’ottica prospettica si può vedere il nostro territorio e la nostra società come un significativo laboratorio, che può in futuro dare soluzioni inusitate. Ad ogni modo, solo la forza sul mercato domestico dà la possibilità di un’attività espansiva all’esterno –export culturale, appunto- stabile e significativa.

         E il fenomeno culturale sin qui tracciato non mostra tendenze ad affievolirsi. Anzi, in un crescendo, quasi impetuoso, mostra soluzioni nuove e nuove dinamiche. In tale direzione, è certa la tendenza per cui gli scrittori da attività prevalentemente artistiche e di presentazioni delle loro opere, si stanno muovendo verso nuovi paradigmi, quali quello di presentatori di altri scrittori sino a giungere nei casi più evoluti ad organizzatori di eventi culturali di portata significativa, tutt’altro che ordinaria, fino a diventare per giunta editori e manager per il lancio di altri scrittori o poeti.

         In tutto ciò, il successo e la fama personale sono di sicuro i motori di tali dinamiche, ma dall’altro va considerato che tale incedere e dinamica pare che si giunga anche per altri motivi. E questi sembrano che siano ascrivibili a scopi prevalentemente sociali ed intellettuali, di un’intellettualità applicata. Attività che vengono poste in essere per portare avanti, infatti, in maniera più pregnante alcune idee personali, che il normale assetto seriale e fordista non consente.

         Esiste nel mondo culturale leccese di oggi, quindi, una carica ideologica autoctona, che fa ben sperare per il futuro, sul piano dell’espansione territoriale, attraverso proprio i suoi attori, anche se già in tale direzione, vi sono segnali importanti e numerosi. Numerose sono infatti le incursioni dei nostri operatori all’esterno della provincia, in maniera metodica e sistematica, superando anche la questioni legate al Covid-Affaire. Tra questi vanno sicuramente segnalati, Giovanna Politi, la veterana Maria Pia Romano, Rossella maggio e la pluripremiata Antonella Tamiano.

         Il tutto pare essere il risultato di una dinamica strettamente leccese, in senso lato, che favorisce l’export. Siamo così passati nell’ultimo lustro, soprattutto, da un incedere influenzato da modelli esterni, importati, a modelli originari e autopropulsivi, che porteranno il sistema all’espansione territoriale, a presidiare, con la nostra cultura, dunque, altri contesti. Questo, il futuro!

         Siamo in presenza, in definitiva, di uno sviluppo espansivo sul piano territoriale, almeno negli aspetti considerati, ovvero reale ed autonomo, e non imitativo e di seconda mano, non centrato su modelli imitati, prevalentemente settentrionali.

Mauro Ragosta

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venerdì 11 settembre 2020

Cultura e mondanità nel leccese: di destra o di sinistra? - di Mauro Ragosta

            Sembrava che, sul piano strettamente culturale, la distinzione tra destra e sinistra, dopo Bobbio -sul piano filosofico-politico- e Gaber -sul piano popolare- fosse una questione superata e debitamente archiviata. Così però non è stato. Negli ultimi lustri è rifiorito il dibattito, infatti. Qui le posizioni degli intellettuali sono le più disparate, da quella più tradizionale, in cui si ribadisce l’inesistenza della storica contrapposizione, a chi invece si rifà, per sottolinearne la distinzione, ad Hegel o a Croce, a chi afferma persino che non esista una cultura di destra, a chi rimarca che la cultura non è politica, ma si pratica una politica culturale. Insomma, il dibattito è vivo, attivo e a parere di chi scrive la distinzione si presenta ancora utile per evidenziare alcune delle determinanti della cultura e della mondanità leccese, onde mettere in luce le sensibilità sottostanti. Una società, quella leccese, che sul piano delle idee e dei valori si bipartisce -nonostante marchi e simboli moderni- tra un socialismo-comunismo vecchio stampo e una destra sociale, forte e nostalgica. Un mondo, quello leccese accomunato da uno statalismo, rosso o nero, esasperante comunque, dal quale si distingue una componente residuale, minima, e quasi irrilevante, di matrice liberale. Tutto questo ovviamente, fatta esclusione della classe politica di piccolo cabotaggio, che si limita ad una sorta di pragmatismo, molto evidente nell’incetta dei voti, mentre sul piano intellettuale la loro attività è minima e si risolve nelle questioni di “tutti i giorni”, del quotidiano appunto.
         Certamente, chi ha valori, esistenziali e sociali, di sinistra si esprime diversamente da chi rimugina valori di destra. E di ciò l’azione e la produzione artistica non possono non risentirne. Ma quali sono le determinanti culturali dei due schieramenti? Naturalmente, come qualsiasi schematizzazione e generalizzazione, queste presentano dei limiti e delle eccezioni. Tuttavia, evidenziarle serve ad avere un’idea più articolata e aderente alla realtà e alla sua morfologia, rispetto a chi “fa di tutta l’erba un fascio”. Un’idea, dunque, meno “liquida” e più identitaria, dove oggi l’identità pare essere una chimera.
         I valori di sinistra partono da tutto ciò che gravita attorno al concetto di uguaglianza, o, usando un incedere alla Bobbio, tendente più o meno all’uguaglianza. In ogni caso, a sinistra, almeno sul piano della conversazione, si condanna la società che non la rispetta, esaltando così le vittime di questo principio violato: è il caso della poesia,  della narrativa degli ultimi, degli sfortunati. Ma c’è di più. I valori di sinistra prevedono un’ideale di società e di un’esistenza “giusta” con buona pace per tutti. Da qui, la poetica dei sofferenti, degli emarginati, degli sconfitti. Una sinistra, che si caratterizza per l’intenzione di sviluppare la coscienza delle masse, dove gli intellettuali -molto aggregati e tutti pedagoghi- si danno da fare, in un’ottica missionaria, per lo sviluppo culturale della società, in un’accezione che vede l’intelligenza come qualcosa che può essere incrementata e il soggetto appena nato come una tabula rasa da forgiare.
         Diversa la destra, più spirituale e meno pedagogica, tesa ai valori eroici, al mito e alle sfide esistenziali e dei tempi, dove “il segno” è origine del raziocinio. Intellettuali tutti individualisti e solitari, che accettano la realtà per quella che è, dove il fato gioca un ruolo determinante: non vogliono cambiare il mondo, insomma! Sono visionari e utopisti, all’interno di valori quali la libertà, la forza, spesso vicini alle religioni, nella prospettiva esoterica e non popolare.
         E veniamo al dunque! Come è noto, il processo di massificazione della cultura leccese, intesa nell’accezione delle produzioni poetiche e narrative, ebbe i suoi primi impulsi significativi durante la metà degli anni ’90. Qui, il contributo decisivo venne da uomini di cultura della sinistra, che per certi aspetti fecero propri gli ideali di alcuni militanti, che avevano auspicato una rivoluzione sociale, partendo proprio dalla cultura e dal rinnovamento delle coscienze del popolo, come Antonio Verri.
         Per quindici anni tale processo si mosse in maniera coerente e indisturbata, mostrando un gruppo coeso di intellettuali non accademici, determinati e attivissimi, senza tuttavia andare al di là di piccoli eventi, che però erano numerosissimi. Di tutto ciò, ovviamente, va escluso il “fenomeno” Premio Barocco e il “fenomeno-business” della Notte della Taranta. Insomma, tutto ciò si inarca  sino al 2010, quando alla componente di sinistra si sommò quella di destra, che, fino ad allora per lo più silente, fece l’ingresso nello scenario locale, sconvolgendone le dinamiche. Dal 2010 si assiste ad una sorta di fordismo intellettuale, alla serialità, alle cavalcate letterarie sino ad arrivare ai nostri giorni in cui si è approdati alla spettacolarizzazione della cultura.
         Tuttavia, mentre la sinistra ha mantenuto i suoi vecchi schemi, i suoi “capannelli”, la destra, partita in una prospettiva corale, pare abbia perso, oggi, la sua unità iniziale e sia approdata ad una competizione interna violenta e spietata, che ne ha ridotto il suo potenziale.
         Che dire dunque per il futuro? L’auspicio di tutti è che il mondo della cultura e della mondanità leccese evolva, individuando i suoi leader intellettuali, che al momento paiono solo proporsi nella sinistra. Condizione questa non sufficiente -monopolistica infatti- perché inefficace per un positivo dialogo, dibattito, confronto culturale, di fatto necessari ad un reale sviluppo, forieri di iniziative innovative ed altre...
                                                                                            Mauro Ragosta       
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sabato 5 settembre 2020

Post Evento n°13: Scena Muta, intima ed esclusiva, lo scorso lunedì – di Mauro Ragosta

            In serata, lo scorso lunedì, si era in pochi a Copertino, da Scena Muta, per le prove generali di Lustrini: solo intimi e addetti ai lavori. D’emblée va evidenziato che Lustrini è una briosa piece teatrale appassionante e, al tempo stesso, stimolante, su più piani e a più livelli, sia per l’intelletto e sia per gli intellettuali, la quale tuttavia mai ha mostrato tratti pesanti o noiosi, anzi….. Tra i tanti, Lustrini -interpretata dal patron di Scena Muta, Ivan Raganato e, dal milanese, Luca Toracca- ha il pregio, infatti, di essere una rappresentazione dal ritmo decisamente godibile, spumeggiante, effervescente. Senza difficoltà può essere accostata ad uno spartito che “si allinea” su i tre quarti. Insomma, Lustrini, a molti è riuscita ad alleggerire le “pesantezze” del lunedì, del primo lunedì, poi, che segna la fine dell’estate e delle ferie….il rientro al “lavoro”, insomma.
            Gli esiti felici della serata da Scena Muta, ed in definitiva di un lunedì che si mostrava difficile alle prime battute, si deve, tuttavia, ma non solo ovviamente, ad un copione estremamente attuale e assieme antico, che solo una sensibilità e una spiritualità di alto livello potevano concepire. E ci si riferisce ad Antonio Tarantino, noto e pluripremiato drammaturgo italiano, che nel 1996 scrisse appunto Lustrini, uno dei suoi primi lavori teatrali, dopo l’abbandono della pittura. Lustrini, un dialogo tra due barboni, che nonostante sia costituito da un linguaggio scurrile, bizzarro e rozzo, si risolve tuttavia in qualcosa di estremamente sottile, raffinata e che dà spazio a considerazioni sempre più profonde, quasi senza fine. Un copione che ha un raggio d’azione molto ampio, senza mai essere tangente il banale, il commerciale, il fast food teatrale. Un copione, Lustrini, che nasconde, in una prospettiva arcanica, verità a tratti sconcertanti. Insomma, una piece per tutti e per nessuno.
            In definitiva, Tarantino, che peraltro ci ha abbandonati quest’anno, in aprile, all’età di 82 anni, ha saputo abilmente mettere in luce e scontornare molte contraddizioni dell’individuo e da qui ribaltarle in maniera speculare nella relazione a due, e nelle relazioni poi, dove il tempo e il luogo hanno solo una rilevanza secondaria, accessoria. I suoi due barboni, il Cavagna e il Lustrini, appunto, sono solo accidentali, come accidentali sono il linguaggio e le formule letterarie. Ed in effetti se si sfoltisse il lavoro di Tarantini da questi espedienti, appare chiara la realtà dell’uomo in sé, quale combinazione alchemica di elementi contrapposti, dove al tempo stesso la vittima è anche il carnefice, dove l’egoismo e financo l’egotismo coincidono e si sovrappongono all’amore…. E qui è meglio fermarsi!
            Al di là di ciò, comunque, va rimarcato che Lustrini è una rappresentazione giunta nel Salento, perché fortemente voluta da Luca Toracca e dove il nostro Ivan Raganato, col suo Scena Muta, ha subito colto al volo, soprattutto perché un lavoro e una proposta poco politicizzate, e al fianco, invece, dell’uomo di ieri e di oggi, dei suoi diuturni interrogativi, dei suoi dubbi più assillanti. Un lavoro che offre, in definitiva, una visione dell’esistenza in una prospettiva possibile.
           Sul piano più strettamente tecnico-interpretativo, lunedì sera si è goduto della performance di due veri professionisti della re-citazione. E si è percepito subito, perché sia Ivan sia Luca nel loro incedere interpretativo “non puzzavano” di attorialità, di mestiere, di tecnica. Ivan Raganato e Luca Toracca sono riusciti a trascendere, infatti, con naturalezza la stessa tecnica teatrale, senza tuttavia voler riprodurre la Realtà, sic et simpliciter, ma offrirne, al contrario, una versione altra, forse, esemplare. Ad ogni modo, si era in presenza di un’ipotesi di teatro non ordinaria. Ciò possibile, ovviamente, solo per le loro grandi capacità professionali. Va qui messo in luce, infatti, che anche Luca Toracca è fondatore del Teatro dell’Elfo di Milano, ancora oggi perfettamente attivo.
Insomma, lunedì scorso si era in presenza di due attori “iniziatori” e, ça va sans dire, la loro forza e potenza teatrale si è percepita tutta.

Mauro Ragosta

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mercoledì 2 settembre 2020

Ritratto foto-letterario n°10: Paolo Vincenti - di Rossella Maggio

Poliedrico, funambolico, indignato, arguto e anche comico, appassionato, spassionato, ironico, frizzante, mordace, sferzante, tonico e ipertonico, dionisiaco, apollineo, epigrammatico, satirico, esametrico, simposiaste, spondaico – a volte trocaico – dattilico, di certo incisivo, nostalgico, futurista, postmoderno, pervasivo mai invadente, invasivo, molcente, pungente, brillante, a suo modo suadente, convincente, vincente …Paolo Vincenti. Lo conosciamo per la sua vena ironica, tratto saliente della sua attività di giornalista e scrittore di cui ricordiamo “Neronotte Romanza d’amore e di morte (Libellula Edizioni, 2013), “L’ombra della madre” (Kurumuny Edizioni, 2015), “L’una e due. DiscorDanze” (La Fornace Edizioni, 2015), “L‘osceno del villaggio” (Argomenti Edizioni, 2016), “Italieni” (Besa Editore,2017), “Avanti (o) pop” (Argomenti Edizioni,2018).
Un tutto tondo forgiato dalla cultura classica, ma aperto ad ogni possibilità o fonte di ispirazione, Paolo ha avviato una carriera parallela collaborando con l’Università del Salento ed è socio ordinario della Società di Storia Patria di Bari, affiliato a quella di Lecce. Nello specifico mi riferisco alla sua attività di saggista, che lo vede impegnato nella stesura di vari lavori, tra cui quello appena pubblicato dedicato a Sabatino De Ursis, gesuita, astronomo, scienziato e botanico, vissuto fra Cinquecento e Seicento, e molti volumi di studi a sua cura, fra i quali quello sulla Grande Guerra e il Salento. Questa esperienza, senza dubbio stimolante sotto il profilo del metodo storico- scientifico, potrebbe costituire  un‘arma a doppio taglio, perché in netta contraddizione con la sua irruente creatività, sicché ora Paolo, e non è il solo in questo sforzo che accomuna tanti artisti per il solo fatto di essere venuti al mondo e poi di essere stati ammessi all’universo della conoscenza, ha anche acquisito una forma di bilocazione del pensiero organizzato su più livelli strutturali tra loro interconnessi tale da suggerire la santità speculativa.
Come avrete capito, ho per Paolo una stima che si è trasformata in affettuosa condivisione dei suoi scritti e soprattutto della sua varietà di interessi, condizione a mio parere essenziale per la composizione di un affresco esistenziale e intellettuale degno di questa definizione. Fra i vari interessi, mi confida con la sua inarrestabile parlantina e due occhi accesi, la corsa, il popolare jogging, potente rimedio contro lo stress, e le amate collezioni di fumetti della Marvel con i supereroi importati dall’America, quali l’Uomo Ragno, I Fantastici Quattro, Thor, Capitan America, l’Incredibile Hulk, ecc. Attinge poi, come fonte di ispirazione, a tanta parte del cantautorato italiano da quello più noto al pubblico a quello meno famoso ma di assoluta qualità, fra i cui esponenti cita Stefano Rosso, Giorgio Lo Cascio, Pierangelo Bertoli, Edoardo De Angelis, Jimmy Villotti, Luigi Grechi, quest’ultimo autore del testo “Il bandito e il campione”, reso celebre dal suo più conosciuto fratello, Francesco De Gregori. 
Qualche sera fa abbiamo insieme condotto una piacevole chiacchierata intorno al suo “L’una e tre. DiscorDanze”. Di parola. Di idee, di intelligenza, di pensiero e di concetto, ma anche di senso e di sensi perché Paolo fonda sui sensi il suo ritmo giocoso della vita e, anche nella parola poetica, al suo arco non mancano frecce felicemente “Vincenti”.

Rossella Maggio

domenica 30 agosto 2020

Punto Nave: agosto 2020 – di Mauro Ragosta

             E siamo al terzo Punto Nave di Maison Ragosta, dopo quelli di giugno e di luglio 2020. D’emblée va messo in luce che agosto ha mostrato i suoi veri caratteri nella seconda quindicina, quando l’estate è giunta nella sua piena maturità. A partire da oggi, si attendono i primi temporali estivi, che segneranno la fase declinante della bella stagione e assieme, il cambio delle problematiche rilevanti.
            Al di là di ciò, in qualche maniera la politica è stata una delle protagoniste di quest’estate 2020, anche se non in maniera assoluta. In verità, si sta assistendo ad una profonda crisi di questo Mondo, segnato da una decisa disaffezione dell’elettorato, che vive un drammatico disincanto, cosa che lascia intravedere che la partecipazione alla prossima tornata elettorale, del 21 e del 22 settembre, faccia registrare un tasso di partecipazione che continuerà a diminuire, scendendo in Puglia, al di sotto del 50%. E mentre da un lato, diminuisce l’interesse per l’esercizio del voto, forse reputato inutile, dall’altro si assiste ad un aumento dei candidati, con la cifra record, in Puglia, di 1300, alle Regionali, di cui 700 per il centrosinistra e 600 circa per il centrodestra. Troppi anche i candidati alla presidenza della Regione Puglia.
            La crisi politica, soprattutto pugliese, si marca profondamente per l’esercizio di un trasformismo esasperato, o meglio per il travaso di politici di destra verso partiti di sinistra. Una questione che ha preso avvio a Lecce, favorendo l’ascesa di Salvemini, e che ora dovrebbe favorire e sostenere Emiliano, nella speranza che questo possa rimanere saldo al Potere della Regione Puglia. Certamente, una sconfitta di Emiliano, nonostante il sostegno di numerosi alfieri della Destra, porrebbe serie questioni di governabilità del nostro territorio. Non che Fitto non farà la sua parte, ma la sua vittoria sarà devastante, poiché conseguita nonostante tutte le defezioni e tutti gli “sgambetti” dei “suoi”, che si nascondono dietro una finta crisi di identità della Destra, mentre in effetti si vuol “pompare” una sinistra, che in Puglia stenta a marciare.
            Crisi politica ancor più vistosa se si considerano le Comunali, dove qui è il vero trionfo delle liste civiche, un “fritto misto” che mette in evidenza in maniera chiarissima l’assenza di un pensiero strategico di fondo, di lungo periodo e di sistema, di un pensiero politico vero, insomma.
            Questo fine agosto è caratterizzato anche dalla bizzarria del Covid-affaire. La confusione, in questi ultimi dieci giorni, è pressoché totale! Da un lato, le mille voci e versioni dei Complottisti e dall’altro i Governativi con tutti i Media che si producono in un’informazione schizofrenica. Ed anche qui sta crescendo la disaffezione e la stanchezza del Gratta e Vinci del Covid. Molti trattano i dati sul Covid come si costuma in Borsa. Insomma, si spera che la questione venga trattata in maniera un po’ più seria dai grandi pensatori: o forse è questa la loro pensata!?
            In tale scenario, non del tutto rassicurante, il turismo, almeno in provincia di Lecce, procede a pieno ritmo e si paventa anche un allungamento della stagione e dei buoni mesi spalla. E così anche quest’anno il turismo darà la giusta velocità all’intera economia leccese, iniettando nel sistema denaro “straniero” e “fresco”.
            Per concludere, vanno messe in luce due note particolari. La prima è quella pertinente al turismo gallipolino, fatto per lo più di “selvaggeria giovanile” proveniente in prevalenza dalle regioni del Nord, e da una buona componente di persone di mezza età, che sovente in maniera vistosa cadono in vere e proprie crisi isteriche o ossessive “vacanziere”. Il turismo gallipolino non reggerà a lungo questo manage, e di sicuro va verso la chiusura di un ciclo, come lo fu per la costa idruntina vent’anni fa. Una chiusura che sarà il preludio alla riqualificazione dell’offerta, in una prospettiva più matura e non solo centrata sull’oscillazione della domanda in base ai costi e ai prezzi. Bisogna che gli operatori gallipolini ragionino in termini di sviluppo del valore aggiunto e di alta redditività. Certamente, tra di loro, molti sono gli avventurieri, che verranno scremati con una crisi di durata.
          Qualche parola va spesa anche per il Mondo del Libro e dell’Eventistica, che, pare a partire da ferragosto soprattutto, abbia preso un’accelerazione importante, dopo le incertezze dei mesi di giungo e di luglio. Nel Mondo del Libro, nel leccese, è stato vistoso l’incremento degli scrittori alla prima esperienza, alla prima pubblicazione, mentre per quelli storici, soprattutto nella componente femminile, si è registrato un netto rallentamento nelle loro esposizioni ed attività pubbliche. In tutto questo, bene anche il Mondo del Teatro, soprattutto di quello non finanziato dal Sovvenzionamento Pubblico, che sta mostrando una vivacità di sicuro interesse.
            Un discorso a parte meritano, invece, le giovani case editrici leccesi, che non hanno saputo interpretare il mutamento dei tempi, di questi tempi, e delle dinamiche sociali attinenti al Mondo del Libro nella nuova prospettiva, e che per questo, negli ultimi mesi, sono entrate in una crisi, che si spera non si trasformi in una crisi di struttura.
            E, da parte di Maison Ragosta, un arrivederci a settembre, quando saremo nel vivo di tutte le attività produttive e non.

Mauro Ragosta
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mercoledì 26 agosto 2020

Pensatori Contemporanei (parte quinta): Zygmunt Bauman – di Grazia Renis e Mauro Ragosta


È con la breve disanima del pensiero di Zygmunt Bauman, che termina la prima sezione della rubrica i Pensatori Contemporanei di Maison Ragosta, la quale ha avuto come file ruoge il relativismo. Questa prima fase termina proprio con Zygmunt Bauman, il quale, in buona sostanza, prende atto degli effetti dell’affermarsi del conglomerato di proposizioni legate a questo tipo di costruzione filosofica, alla quale si sono connesse quelle sociologica, economica, storica, ma anche psicologica, fino a quelle matematiche e fisiche, del pensiero legato al “…fate, pensate e dite quello che volete…” in cui si sostanzia il relativismo. Zygmunt Bauman, sociologo polacco, in effetti, ha lavorato il pensiero imperante, quello relativo appunto, scattando una fotografia della nostra società, risultato di tale pensiero e coniando il concetto “società liquida”. Con Bauman si aprono così scenari, anche di consapevolezza, importanti, disquisendo proprio sulle modalità in cui l’uomo oggi si pone rispetto ai rapporti umani e al benessere materiale.
Ma, prima di focalizzarci sulle osservazioni di Zygmunt Bauman,  vale la pena soffermarsi sui tratti salenti della sua esistenza. Nato da genitori ebrei non praticanti, a Poznan (Polonia) nel 1925. Giovanissimo scelse come fede politica il comunismo. Sicché, appena diciottenne si mise a sevizio di un’unità militare sovietica, per la precisione il KBW, che aveva lo scopo di combattere l’anticomunismo. Dopo la guerra, iniziò a studiare sociologia all’Università di Varsavia, ove, dopo una breve permanenza di studio in Inghilterra, presso la London School of Economics, rimase fino al 1968.  Maxisiano convinto, successivamente si avvicinò al pensiero di Gramsci e Simmel.
Proprio nel 1968, nel marzo infatti, il ministro Mieczyslaw Moczar scatenò una dura campagna antisemita, culminata in una vera e propria “purga” dagli ebrei, che non consentì a Bauman di candidarsi a leader del Partito polacco dei Lavoratori Uniti e fece perdere al contempo la sua cattedra all’Università di Varsavia.
Colpito dall’epurazione, Bauman riparò in Israele, dove ottenne di insegnare presso l’università di Tel Aviv, in seguito, si traferì in Inghilterra, presso l’università di Leeds, fino alla sua morte, avvenuta nel 2017.


Bauman è stato, forse, il pensatore che meglio ha interpretato il caos che ci circonda e il disorientamento in cui viviamo. Il suo pensiero si inerpica esperendo quelle ambiguità, contraddizioni e inquietudine in cui è immerso l’uomo post-moderno ed individua un esercito di consumatori di feticci, che fanno di tutto per “assomigliare l’uno con l’altro”. Risultato ultimo, questo, del cosiddetto “pensiero debole”, il relativismo appunto, che ha condotto a quella che lui definisce Società Liquida per indicare uno stato di cose che sfugge all'uomo contemporaneo, il quale conduce ad una vistosa perdita di identità.  Una società che vuole quest'uomo-consumatore avvezzo, infatti, al consumo e non alla ricerca di sé stesso: “consumo ergo sum” è il diktat che ne proviene da questa analisi. Un consumo che si sviluppa in tutti gli aspetti della vita dell’Uomo. E così si consumano rapporti umani, si dissipano patrimoni, in una prospettiva dell’effimero, dove la centralità non è più l'uomo in quanto tale, ma l’essere ingranaggio di un sistema dove la produzione è fine a se stessa, la quale necessita di un corrispettivo consumo, che non ha un senso ben preciso, risolvendosi, quasi esclusivamente, in un evento emotivo. Da qui, un individuo incapace di costruire e che viene trasformato o si trasforma in un ente Liquido, se non proprio “aeriforme”
In altre parole, quando si lascia l’uomo in uno spazio non definito, dove può fare quello che vuole, può pensare quello che vuole, andare dove vuole, dire quello che vuole, dove il tutto si basa sulle emozioni, si ha una perdita di identità, che può essere ricercata, ma vanamente e disperatamente, solo col consumo del bene-feticcio.
In questa perdita di identità l’uomo diventa autistico e non riesce più a comunicare. Da qui il disagio, l’inafferrabilità di tutti i rapporti, che diventano fonte più di stress ed ansia, che di vero piacere e momento di aggregazione. Il relativismo, in tale prospettiva ed in buona sostanza, ha condotto al paradosso della libertà, sortendo effetti contrari alla libertà stessa. 

Bauman, così, punta i riflettori su una società che si basa esclusivamente sul profitto, fine a se stesso e senza senso appunto, che si traduce, poi, in questo concetto di umanità liquidità, incapace di stabilire dei confini per sé stesso e per gli altri. Tutto, dunque, viene lasciato al discernimento dell’emozione, dove l'uomo post-moderno si liquidifica, perché in balia di un oceano emotivo appunto, che prima o poi lo travolgerà drammaticamente. 

Grazia Renis-Mauro Ragosta
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venerdì 21 agosto 2020

Avvio all’esoterismo (parte ottava/BIS): …ritornando sul concetto di esoterismo – di Italo Zanchi



                Da più parti, con riferimento alla nostra rubrica “Avvio all’Esoterismo”, sono stati richiesti da alcuni lettori di Maison Ragosta, la ripubblicazione dei "pezzi" del Nostro carissimo Italo Zanchi, che qui doverosamente riproponiamo, senza alcuna aggiunta o correzione di sorta da parte dell'autore, che ringrazia quanti hanno apprezzato e apprezzeranno il suo sforzo letterario ed esoterico, che quindi ha conferito e conferirà ancora alla Rivista una certa ed ulteriore "visibilità".
                                                                                           Mauro Ragosta 



          Esoterismo” è concetto sfuggente; difficile darne una definizione soddisfacente, perfettamente perimetrata. Pertanto, il parlarne porta ad un livello di approfondimento del concetto e del significato di esoterico che può avvicinarsi all’essenza del suo significato, ma senza mai esplicitarla completamente. La definizione di esoterismo, in altri termini, è un po’ come l’arcobaleno: esso appare chiaro se visto da lontano, ma, a mano a mano che ci si avvicina, si dissolve e la sua vista si perde. Distacco, distanza dunque, ma non troppo…!
E così, la prima domanda da porsi è se Esoterico è un oggetto o un contenuto preciso? In linea di massima, non è né l’uno né l’altro, come si specificherà tra poco. Ed ancora, d’obbligo è il chiedersi se sia qualcosa di comunicabile o incomunicabile? Se potrebbe essere, infine, qualcosa che si nasconde o è nascosto?
Al riguardo, si presenta utile, per l’economia di questo breve lavoro, aprire una parentesi con riferimento ai processi di chiarificazione della Conoscenza, fulcro, esplicito o implicito, di gran parte delle attività umane e le cui dimensioni più essenziali coinvolgono la Realtà, la Verità, l’Essere, l’Ente. La sua indagine, della Conoscenza appunto, può svolgersi su diversi piani, e le qualificazioni che se ne ottengono possono essere diverse. In linea generale, una Conoscenza si muove dal piano divulgativo, a quello del segreto (cioè, può essere di comprensione comune, ma che viene tenuta riservata), dell’arcano (quando è comprensibile in particolari stati di coscienza), sino a quello del mistero (inconoscibile, ma contemplabile). Ed ancora, il percorso sul piano esplicativo di una conoscenza può andare dal comunicabile tramite concetti, al comunicabile tramite simboli, allegorie e metafore, all’incomunicabile. Sempre su tale scia e sul piano degli strumenti intellettivi, il sentiero di accesso alla Conoscenza va dall’uso della ragione, all’intuizione, alla visione, alla percezione o esperienza. Ciò detto e fissato, torniamo alle nostre domande iniziali.
Per esoterismo, in senso stretto, si dovrebbe intendere l’ontologicamente nascosto. E ciò perché si è dell’avviso che esso è un fenomeno mentale inesprimibile, in parte perché si tratta di uno stato di coscienza non comune, in parte perché, assieme a questo, si tratta di un metodo non replicabile e, dunque, non valido per tutti. Né i contenuti ai quali tramite esso si accede, a mano a mano che ci si addentra nella Conoscenza, d’altro canto e come si è messo in luce, sono esprimibili con l’uso di parole o espressioni che possano descriverli. Da qui, particolari pratiche, quali ad esempio la Kabballah -per introdurre la mente in questa dimensione particolare- e la simbologia, come espressione intermedia di contenuti esoterici.
In altri termini, così inteso, l’Esoterismo non è costituito, di per sé, da tematiche specifiche, piuttosto costituisce uno stato di coscienza abbinato ad un metodo personale che consente visioni sempre più elevate del Mondo, dei fenomeni, dell’Uomo, della Storia, e da qui processi di espansione e penetrazione della Conoscenza tout court sempre più spinti. Mediante questo stato si possono fare esperienze, dunque, della Realtà, della trama che sottende al tutto, naturale e storico, e, in tale direzione, si può assottigliare il velo di mistero nel quale siamo avvolti.
Pertanto, l’Esoterismo non ha leggi canoniche. Si compone di tante ricerche personali quanti sono i ricercatori, ciascuno, attraverso il proprio sentiero, alla scoperta della visione Reale (dal latino Rex-regis, propria del Re). Ecco perché non ne può esistere una definizione contenutistica, essendo i contenuti solo l’oggetto del metodo, l’esoterismo appunto. In definitiva, vale la pena sottolineare ancora una volta che si tratta di un percorso e di uno stato ontologicamente nascosti nell’intimo di ciascuno, incomunicabili, rispetto ai quali non può esistere una teoria.
A tal riguardo va specificato che, all’estero (a Parigi, ad Amsterdam ad esempio) sono state istituite cattedre universitarie di esoterismo. Si tratta, tuttavia, di insegnamenti più che altro “positivi”, ovvero riguardanti fenomeni storici di particolare classificazione e interpretazione, quali, ad esempio, quelli riferiti ad antiche religioni, scuole filosofiche, egittologia, ebraismo, Esseni, ermetismo, fino ai Templari, i Rosacroce, le Massonerie varie, la magia politica (De Mitri, “Comunismo magico”, Castelvecchi, 2004) e via discorrendo. In Italia l’istituzionalità di questi studi è assente. A tal proposito, l’impedimento viene attribuito soprattutto all’idealismo filosofico dominante: dapprima, quello crociano, in seguito, quello marxista. Tuttavia, va specificato che, studiosi italiani definiscono l’esoterismo come la “prisca theologia, una verità che si pone all’origine della storia umana, al di là delle forme religiose e filosofiche, capace come tale di accomunare Oriente e Occidente“(Cazzaniga, Storia d’Italia, in Annali 25 “Esoterismo”, Einaudi, 2013). Ed è in ciò e qui, rispetto a quanto innanzi detto, che si intercetta la distinzione tra lo studioso di esoterismo ed il praticante.
            Ma tornando al focus della nostra dissertazione, v’è da concludere, dunque, che i metodi per accedere alla Conoscenza sono i più vari, e tra questi troviamo l’esoterismo appunto, nell’accezione appena tracciata. Va da sé che, i conseguimenti della Conoscenza esoterica sono particolari rispetto a quelli dei metodi, ad esempio, logico-discorsivi o generalmente culturali. E tal proposito, va aggiunto che, anche gli scienziati contemporanei comprendono l’importanza dello stato mentale del ricercatore rispetto all’indagine, approcciando così alla ricerca spesso con una prospettiva esoterica. Così, la stessa ricerca matematica avanzata, ad esempio ed in questa direzione, si apre in una dimensione intellettuale inconsueta e diversa dai processi di tradizione illuministica. Ecco che, da tale angolazione, deve constatarsi falso il dogma moderno secondo cui la realtà sia costituita soltanto da oggetti sperimentabili e dalle relazioni tra essi. Pertanto, liberati da questi paradigmi materialistici, alla mente indagante si presenta un Mondo animato, dotato di anima appunto, avente una direzione e una teleologia, in relazione alle quali il Mondo si è formato ed evolve. La scienza modernista ed illuministica, infatti, offre la visione del “rovescio” del Mondo, quella fenomenica e meccanica, mentre l’indagine a-dogmatica -nella quale rientra quella esoterica- offre quella, invece, dello spettacolo naturale che evidenzia, quindi, un “diritto” costituito da un progetto la cui realizzazione informa e guida l’Evoluzione (Ruyer, “La gnosi di Princeton”, Mimesis, 2011): un esempio, quindi, di metodo esoterico e di contenuti così con esso conseguibili.
Italo Zanchi

lunedì 17 agosto 2020

Collaborare con Maison Ragosta

           Con la presente comunicazione si informa, a chi fosse interessato, che Maison Ragosta -rivista on line bisettimanale, di cultura e intrattenimento, attiva da gennaio 2019- valuta candidature per la selezione di un collaboratore da inserire nel suo attuale gruppo di lavoro, a partire dal 1°settembre 2020.
            Si precisa che, per i candidati sono indispensabili una buona conoscenza della lingua italiana, una soddisfacente cultura interdisciplinare e una significativa propensione alla ricerca, nell’ambito delle scienze molli. Per la selezione non hanno valore né i titoli di studio né i titoli accademici e neppure il curriculum, attinente agli studi e ai pregressi professionali, di lavoro e letterari. Particolarmente graditi saranno i candidati di età compresa tra 20 e massimo 30 anni o tra 50 e massimo 65 anni, residenti in provincia di Lecce o in provincia di Brindisi.
            I candidati, inoltre, dovranno essere disponibili a frequentare, con precisione e puntualità, un corso specializzato e personalizzato, che insisterà su temi di stile e politica della comunicazione, attraverso alcune full immersion (minimo 2, massimo 4) le quali verranno sviluppate nell’arco di 50 giorni e che, ad ogni modo, non si protrarranno oltre il 30 ottobre 2020.
            A tal proposito, gli interessati possono utilizzare il canale comunicativo che reputano più adeguato ed opportuno per le procedure di primo contatto, tenendo in considerazione anche dell’opportunità di poter ricorrere ad un approccio telefonico, utilizzando -preferibilmente dalle ore 10:00 alle ore 12:00 e dal lunedì al venerdì- il seguente numero: 340-5230725.

Mauro Ragosta
           

martedì 11 agosto 2020

Recensione n°13 - Anna Troso: esordio letterario giusto o giusto esordio letterario? – di Mauro Ragosta


          Da qualche settimana circolano, soprattutto da noi, in provincia di Lecce, i primi due “libriccini” prodotti e realizzati da Anna Troso, donna pienamente matura -moglie del noto magistrato Francesco Cosentino e madre di Salvatore Cosentino, anch'egli magistrato e performer teatrale- la quale ha sfruttato il periodo del lockdown per mettere ordine alla sua produzione letteraria mai pubblicata, e per questo rimasta intima, riservata, “privata”, quasi un tesoro nascosto, al quale ha voluto dare tuttavia “un cominciamento”. Quei momenti lenti di marzo e di aprile hanno, infatti, favorito nella Troso un’attività ordinatoria delle sue elaborazioni, letterarie per l’appunto, che le ha consentito di giungere ad una soddisfacente compiutezza e, entro certi limiti, ad un’appagante chiarezza, tali da stimolare nella Nostra l’azione pubblicatoria, quale momento superiore, o forse inevitabile passo per approdare ad un ordine ulteriore delle sue riflessioni, delle sue ricerche.
            I due volumetti autoprodotti, il primo dal titolo Frammenti e Suggestioni d’Arte, ed il secondo dal titolo Quando l’Arte è Donna, raccolgono alcune informazioni e brevi riflessioni su certi artisti o personaggi centrali del mondo dell’arte, che hanno vissuto il momento del loro massimo splendore nei decenni centrali del Novecento. In particolare, la nostra Troso in questi volumetti offre alcuni dettagli e alcune informazioni circa la loro vita, il loro pensiero, la loro pittura o scultura, a seconda dei casi, o ancora con riferimento al loro ruolo in questo magico ed affascinante ambiente. I bei “quadretti letterari” sono poi accompagnati da alcune immagini della produzione artistica dei soggetti trattati o dei momenti salienti della loro esistenza.
Il lavoro letterario della signora Anna, peraltro docente di matematica, ora in pensione, indurrebbe, di primo acchito, a definirlo un prodotto semplicistico, essendo questo la sua prima pubblicazione, la sua prima esperienza come autrice e non possedendo, al riguardo, una specifica formazione. In effetti, i libretti della Troso sono semplici, ma tutt’altro che banali, tuttavia, essendo tali solo per le sensibilità poco sviluppate o cresciute all’interno di una specializzazione troppo spinta e per questo foriera solo di sterilità e folli certezze, perché prive di dubbi e dunque dispotiche ed incapaci di com-prendere la complessità. E mi fermo qui, aprendosi questioni decisive e delicate di metodo su come intendere l’Uomo, e da qui le sue dinamiche artistico-letterarie, se come meccanismi avulsi dalla Realtà o parte di qualcosa di più complesso col quale interagisce. Insomma, se adottare una visione delle cose “allopatica o olistica”.
Ad ogni modo, il primo libriccino della Troso, ovvero Frammenti e suggestioni d’Arte, inquadra la vita e le opere di due pittori ed uno scultore, ovvero Mario Sironi, Eduar Hopper e Alberto Giacometti, mentre nel secondo, Quando l’Arte è Donna, appunto, descrive l’esistenza, il pensiero e l’azione della direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Palma Buccarelli, delle artiste Niki de Saint-Phalle, Gisetta Fioroni, Georgi O’Keeffe e della gallerista e collezionista Peggy Guggenheim.
Al riguardo, va subito sottolineato che la scelta dei personaggi, operata dalla nostra Troso non è dettata da una logica concatenata in una prospettiva storica ed ideologica, tipico tale incedere di chi è oramai fuori tempo, perché facente parte di una mentalità dominante fino alla fine agli anni ’80 del secolo scorso e che oggi si presenta assolutamente senza senso, in un mondo che procede nella conoscenza in maniera asintotica.
Ora, i personaggi della Troso sono quasi tutti appartenenti all’upper class, che ha caratterizzato la metà del Novecento; quell’upper class che non ha confini nazionali, anzi non ha, forse, una Patria e non si identifica col territorio; un’upper class che non ha impellenze economiche e non presenta quelle catene del bigottismo piccolo borghese. Un’upper class dove la distinzione uomo-donna non si risolve nel confronto, ma indica due strade differenti di approcciare all’esistenza, a volte coincidenti, a volte tangenti, ma mai con-fuse. Ecco, sono soggetti il cui agire è dettato da scopi superiori, dove l’Arte è vissuta in una prospettiva totemica, ovvero sono tutti soggetti che gravitano attorno all’Arte e a tutto ciò che implica l’Arte. Un Arte mai vista come feticcio, ma come possibilità….
In tale quadro, la nostra Troso opera una formula letteraria tale che parole e pensieri personali non deformano la notizia, il dato, restituendo al lettore un’immagine degli artisti o personaggi del mondo artistico, che egli stesso può arricchire secondo la sua sensibilità, soprattutto culturale. La Troso traccia, in definitiva, una strada intermedia percorribile dallo storico dell’arte o da un artista, ma anche da un sociologo, uno storico, nelle sue varie declinazioni, uno psicologo, un antropologo, un esoterista o un religioso.
Ecco, la nostra Troso, in tale operazione è donna degli “accenti” anziché degli “aggettivi”; è donna che sollecita la deduzione anziché l’induzione; è donna delle reticenze, più che dei virtuosismi tecnici e letterari. Tutti questi, credo, attributi tipici e proprietà del femminile.
L’Arte per i personaggi della Troso è un modo d’essere, non braccato dalle esigenze del profitto e della produzione. A questo punto si può capire il valore delle operette della Troso, mettendo queste in evidenza una delle peculiarità dell’Uomo che sta per venire, quell’Uomo dell’intelligenza artificiale, della robotica, dell’ingegneria genetica, che liberato dalle impellenze della sopravvivenza coglie l’Arte come strumento possibile di vita, di elaborazione e rielaborazione della Realtà, alla ricerca di se stesso.
La nostra Troso, in definitiva, con i suoi due volumetti, descrive con raffinata sensibilità, una parte importante del mondo che ci aspetta, attraverso personaggi, che, di fatto, hanno anticipato i tempi, a volte indossando anche vesti profetiche. E ciò non solo con le loro opere, ma anche con la loro vita e con la concezione che di questa hanno avuto.

Mauro Ragosta

Nota: chi fosse interessato alla mia produzione di saggi, può cliccare qui:

mercoledì 5 agosto 2020

Ritratto Foto-Letterario n°9: Giuseppe Pascali - di Rossella Maggio

Ha un sorriso aperto, uno sguardo diretto e una vita intellettuale intensa. Si tratta di Giuseppe Pascali, giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno e autore, fra le altre cose, del “Sigillo del Marchese”,(Lupo Edizioni), “La Maledizione di Toledo”( Il Grifo Edizioni), “La Confraternita del Re” (Kimerik).  
E un cultore del romanzo storico, reso intrigante dalla sortita nel Thriller.  Ed è soprattutto un appassionato delle pieghe più nascoste dell’esistenza e cioè delle vicende dei piccoli, degli sconosciuti, degli esiliati dall’affresco della grande storia e dalla storia dei grandi e dei grandi avvenimenti. Cerca così di dare voce e volto a personaggi di cui si hanno tracce nei documenti ufficiali, ma di cui, come il galantuomo e grande musicista Carlo Cesi, si è persa la memoria. “Scrivo dove si ferma la penna - dice - e le storie che sono dentro di me, mi saturano ed escono fuori, andando ad animare la carta”. Quando si tratta di descrivere le proprie passioni, Giuseppe si trasforma in un torrente di parole con un entusiasmo e una foga che ne testimoniano l’autenticità e la genuinità. Si diverte, ma veramente tanto, a ricercare, indagare e poi a scrivere, ed è questa gioia profonda dello scrivere e per lo scrivere, che cerca di comunicare e trasmettere al lettore, ovvero il puro piacere dell’offrire a chi legge, e naturalmente a sé stesso, il gioco multiforme e infinito della parola. Se ne va, in questo modo, a braccetto con Umberto Eco di cui mi richiama la nota espressione: “Io vorrei che il lettore si divertisse a leggere almeno quanto io mi sono divertito a scrivere”.  


 E non sono difficili da indovinare la sua ammirazione per l’autore di un successo letterario come “Il nome della rosa” e la sua tensione, tutta positiva, a seguirne le orme. Cosa lo può spaventare? Ciò che non riesce a condurre a termine: che sia un articolo o un romanzo, o che sia qualcosa di più profondo, intimo ed esistenziale. Gli chiedo, a tale proposito, di farmi partecipe di un suo ricordo d’infanzia e allora mi parla dei pomeriggi all’imbrunire e dei tetti, dei terrazzi e dei comignoli, che amava ammirare, passando, come in una dimensione incantata, perché gli davano una sensazione onirica, come di un mondo nel mondo.  E qui, da scrittori, conveniamo sul fatto che molto, anzi moltissimo del vissuto personale viene trasferito nei personaggi dei romanzi e che quindi ogni storia raccontata ha comunque una forte valenza autobiografica. 

Infatti sarà Caterina Cavazza, la protagonista del suo ultimo romanzo, a ereditare questa piacevole abitudine. Durante la nostra chiacchierata il sorriso non ha mai abbandonato il suo volto e una sana cordialità ha ravvivato il nostro dialogo, perciò mi confida apertamente che uno dei suoi vezzi prediletti consiste nel collezionare pipe, penne e cappelli di cui fa poi uso. E mi pare di fare un salto nel tempo. 
Lo vedo d’improvviso come qualcuno vissuto in altre epoche, lontane e diverse, in cui questi oggetti possedevano fogge e forme differenti. Me lo immagino come uno dei suoi personaggi, in quello cioè in cui Giuseppe, dando forma, si trasforma, divertendosi un mondo a scriverne. 
Rossella Maggio