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domenica 7 dicembre 2025

Punti, appunti …e puntini (parte nona): Terza Riflessione sull’Intelligenza Artificiale – di Mauro Ragosta

 

             Mentre a grandi passi si avvicina la “tappa” del Solstizio d’Inverno, qui, per i lettori di Maison Ragosta, una nuova Riflessione, la Terza per l’appunto, sull’Intelligenza Artificiale. Anche questa volta ragioneremo per “sottrazione”, ovvero cercando di comprendere cosa non sia l’Intelligenza Artificiale, avendo come riferimento le caratteristiche intellettive del suo creatore: l’Uomo.

            Forse, per molti dei Nostri lettori non sarà motivo di stupore se la Terza Riflessione sull’IA prenderà le mosse dalle Sacre Scritture, ed in particolare dall’Antico Testamento, facendo specifico riferimento alla Torah. Proprio nel Pentateuco, infatti, viene espressa molto bene una delle peculiarità fondamentali dell’Uomo, quella che emerge su tutte le altre nonché lo qualifica come diverso da ogni altra specie vivente. Non è un caso, infatti, che costituisca anche il suo primo peccato, forse tra i più importanti e fondanti per lo sviluppo e le dinamiche della fede Ebraico-Cristiana. Di certo, una mancanza che viene dopo quella che gli Ebrei definiscono il Grande Peccato, ovvero il volersi sostituire a Dio.

            Ad ogni modo, il primo peccato dell’Uomo “in ordine cronologico” è quello legato al suo essere che naturalmente e senza sforzo insegue la Curiosità! È il Peccato Originale, che per i Cattolici viene “lavato” col Battesimo.

            Di primo acchito va evidenziato che la Curiosità nell’Uomo è qualcosa di connaturato al suo essere, di strutturale, e questo sia avendo come riferimento l’ipotesi creazionistica, sia considerando quella evoluzionistica. Caratteristica, facilmente comprensibile e deducibile, che non è strettamente connessa con i bisogni dell’adattamento né con le strategie rielaborative della Realtà, sempre in relazione alle necessità dell’adattamento e della sopravvivenza. Proprio per questo, il desiderio di scoprire, capire e comprendere, è una peculiarità discriminante, che lo distingue nettamente dalla Macchina Intelligente, anche nel caso questa proceda nell’ottica dell’autoapprendimento.

            Nessuna attrezzatura robotica dotata di IA, infatti, gode di questa connotazione, ovvero la spinta naturale, spontanea e autonoma alla scoperta della Realtà. Come si sa, l’IA risolve problemi posti dall’Uomo in ordine a questioni matematiche, economiche, artistiche e via dicendo o reagisce a specifici input, derivanti dalle condizioni ambientali, come ad un evoluto antifurto. Sicché, facilmente se ne può dedurre che presupposti e strutture nell’Uomo e nella Macchina dotata di IA, sono completamente differenti. Ma c’è di più!!!

            L’essere mosso a prescindere dalla Curiosità, porta a definire un’altra e fondamentale specificità intrinseca all’Uomo e che non si riscontra nelle Macchine Intelligenti. In poche parole, nell’Uomo il desiderio di scoprire, capire e comprendere è, in termini di grandezza, pari alla sua Ignoranza, cioè tale da poter essere qualificato come infinito, senza limiti e confini, proprio e parallelamente come lo sono gli abissi di ciò che egli non conosce. Da qui è facile arguire che l’Uomo vive in una tensione costante tra l’infinito desiderio di Conoscenza e il suo esatto contrario, l’ignoranza, appunto, anch’essa smisurata come l’Universo. Situazione e struttura fondativa non presenti nelle Macchine dotate di IA.

            E così, nell’Uomo il desiderio di Conoscenza, assistito da più che adeguate potenzialità intellettive e non solo, muove guerra all’Ignoranza: una guerra infinita, nella quale ogni battaglia vinta produce Conoscenza Reale …e Scienza! Infatti, proprio nel mezzo di questo processo bellico può e deve essere collocata la creazione e la progressione dell’IA. Strumento che, sebbene non unico, è stato prodotto dall’Uomo per proseguire …continuare nelle “Sue Conquiste”, che di certo nel medio periodo supereranno anche l’IA e tutte le sue applicazioni.

            In tale quadro, a questo punto, va da sé che è l’Uomo crea l’IA e non viceversa, non avendo quest’ultima “…alcun Desiderio di Conoscenza, nessuna Guerra in corso…!” Percorrendo così questo sentiero speculativo, l’IA con tutte le sue applicazioni danno, in ultima istanza, un’idea, sebbene lontana e sbiadita, di cosa sia realmente l’Uomo!

            Del pari va evidenziato che la creazione e lo sviluppo dell’IA con tutte le sue declinazioni, anche robotiche, si presenta un necessario preambolo per l’avanzamento della Conoscenza Reale in molte direzioni e dimensioni, un passaggio per l’Umanità che potrebbe azzardarsi indispensabile, imprescindibile. Sicché, in tale prospettiva, oggi, come domani, ma non siamo sicuri per il dopodomani, le sorti dell’Uomo appaiono legate a filo doppio con quelle dell’IA, in un passaggio di sicuro tanto entusiasmante quanto rivoluzionario, sebbene egli sia sempre e in ogni caso …oltre!

 

Mauro Ragosta

           

domenica 12 ottobre 2025

Punti, appunti …e puntini (parte ottava): Seconda Riflessione sull’Intelligenza Artificiale – di Mauro Ragosta

      

          E così, con questo “pezzo” ci si avvia alla Seconda Riflessione sull’Intelligenza Artificiale, questa volta però, ragionando al contrario, ovvero cercando di comprendere cosa non sia l’Intelligenza Artificiale. E questo perché su troppi Media si va spacciando che la robotica assistita da IA sostituirà l’Uomo, dando dunque a questi valori totali, assoluti, onnicomprensivi. Si tratta, ovviamente, di terrorismo mediatico, che sebbene sotto certi aspetti risulti utile e interessante, per altri versi tutto quanto si va dicendo sull’IA deve essere stemperato, ammorbidito e, parafrasando il titolo di un noto volume di Carlo Elia Valori[1], comprenderne ciò che rientra nella Realtà e ciò che attiene, invece, al Mito.

            E così come appena accennato, questa volta ragioneremo al contrario, percorrendo la strada sottrattiva. Il nostro argomentare sarà teso, dunque, ad eliminare o a ricondurre al reale quegli appellativi e quelle caratteristiche che si attribuiscono all’IA e che pertanto non possono reputarsi attinenti ad essa.

            In questo breve viaggio, per certi aspetti dietetico-letterario, bisognerà avviarsi, considerando che l’azione umana, qualsiasi azione umana, nel tempo e nello spazio è unica e irripetibile dall’Uomo stesso. Considerazione che con facilità porta a desumere che l’Uomo è un vulcano creativo in piena eruzione …una creazione in atto!

Va da sé che si escluderà da tale assunzione, tutte quelle riflessioni tese ad attribuire un valore all’azione umana, che per noi non sarà né positivo né negativo, liberandola così da un certo sistema di categorie. E così ne consegue che l’azione umana potrà essere considerata, allo stesso tempo, perfetta oppure fallace, errata, insufficiente, ma questo non inficerà minimamente il nostro percorso riflessivo.

La non ripetibilità dell’azione umana da parte dell’Uomo stesso è facilmente riscontrabile personalmente, osservando la propria esistenza e le proprie azioni, molte di esse simili, ma nessuna sarà mai uguale a un’altra! Una constatazione assistita anche dalla scienza che afferma che in Natura non esistono due cose uguali, a partire dagli organismi unicellulari. Non è un caso che grandi sforzi si compiono ancora oggi nell’ambito del Calcolo Infinitesimale, che trova il suo fondamento proprio nella legge generale della diversità di ogni forma vivente e non.

Logica conseguenza di ciò è che ogni forma di vita nella Realtà è a se stante e diversa da tutte le altre, e non solo. Anche in riferimento a sé, va ribadito, essa non produce e non è in grado di riprodurre la sua azione, il suo movimento.

            Sicché l’Uomo attiene ad una forma di vita unica e non replicabile, in ogni istante della sua esistenza. Cosa facilmente riscontrabile soprattutto per chi conduce una vita performativa, dove è macroscopico che non esiste la possibilità di una esatta replica, tel quel, nonostante i grandi sforzi che si producono in tale direzione: inutili, dunque? Ma certo che no! Anche questi fanno parte della vita creativa …e dunque “costruttori”, sebbene utopici …e l’Uomo ha bisogno anche di questi…utopismi!

            All’esatto opposto dell’Uomo, ovvero alla Legge della Non Ripetibilità, troviamo le macchine e anche l’Intelligenza Artificiale. E se le macchine per antonomasia incarnano la Legge della Ripetizione, non meno per l’Intelligenza Artificiale, capace sempre di replicarsi. E ciò anche nel campo quantistico con riferimento ai Computer, che adottano i qbit, e ai loro Sistemi di Calcolo, sebbene in questo caso il dato o il risultato quantistico non sia ancora immagazzinabile.

            Ponendo la lente di ingrandimento anche sulle diverse attività artistiche, se ne potrà dedurre che quelle afferenti all’Uomo, per definizione sono attività non replicabili, uniche, mentre non è così per quelle prodotte con l’IA, anzi, per queste vale il contrario.

E qui, entrano in campo un altro distinguo: perché l’uomo è caratterizzato da forme espressive uniche in ogni istante della sua esistenza, mentre non è così per IA e le macchine che assiste?

            E di facile deduzione che l’essere vivente, e in particolare l’Uomo, sono strutture “alchemiche” in continua ri-soluzione, la cui espressione-azione è il risultato del combinarsi di fattori interni, psico-biologici, e del comportamento dell’ambiente, anche nelle sue varianti culturali, sociali e politiche. Si tratta di un conglomerato di variabili, che si struttura, si muove e si esprime in un google di combinazioni, tutte diverse, non replicabili, poiché appunto il risultato di un google di fattori ed elementi in costante movimento.

            Dall’altro lato, quello opposto, le Macchine, assistite dalla cosiddetta Intelligenza Artificiale, che dipendono unicamente da variabili logico-matematiche e da un archivio, sia esso little, big o addirittura megabig. E nonostante tali Macchine si producano e riproducano in modalità di autoapprendimento, i loro processi sono e devono essere programmati... Per l’Uomo tutto questo è escluso! …o forse!

            La domanda che si pone a questo punto è se le Macchine o i Robot avranno o meno in un prossimo futuro, del sangue e cellule. Se la risposta è sì, abbiamo perso tempo, molto tempo, perché l’Uomo ce l’abbiamo già!!!

 

Mauro Ragosta

           

 



[1] L’intelligenza Artificiale tra Mito e Realtà – Carlo Elia Valori, Rubettino 2021

 

sabato 30 agosto 2025

Punti, Appunti …e Puntini (parte settima): Prima riflessione sull’Intelligenza Artificiale – di Mauro Ragosta

 

     Con questo pezzo si avvia la prima di cinque riflessioni sull’Intelligenza Artificiale. Un argomento che, sollecitato qualche tempo fa da un avvocato leccese, un “antico” e caro amico, si presenta oggi decisamente molto frequente e di grande attualità su tutti i canali dei Media, e non solo, appassionando scienziati, studiosi, opinionisti e una buona fetta della nostra società. Certamente, per chi scrive si tratta di un tema molto intrigante, appassionante, che tuttavia non è privo di difficoltà di vario genere, per cui la sua trattazione si snoderà tra alcune tappe “lente”, pur rimanendo in una cornice di sintesi, e senza allontanarsi troppo dai caratteri di tipo divulgativo.

Per questo, è ancor più doveroso avviare come di consueto le riflessioni, ovvero secondo il solco tracciato dalle nostre prassi. È noto, infatti, che per Noi di Maison Ragosta, in occasione di elaborazioni di carattere concettuale e filosofico, ricorriamo sempre in via preliminare ad un inquadramento metodologico preciso e oramai, sovente anche molto condiviso e apprezzato. Un approccio che si sostanzia nel perimetrare e definire l’uso dei concetti e dei termini che di volta in volta vengono chiamati in causa. Tutto questo, non solo per evitare fraintendimenti, confusioni di vario genere, ma anche per tentare di dribblare basse strumentalizzazioni, al fine di offrire al Nostro lettore una comunicazione il più possibile compiuta, rispetto a quanto si afferma.

In tale quadro, va da sé che le cinque riflessioni sull’Intelligenza Artificiale non potranno prescindere dall’analisi del concetto di intelligenza, ovvero dal cosa si intenda e quale ne sia il suo valore. Al riguardo, moltissime le ipotesi e le teorie proposte in merito dagli studiosi: nella maggior parte dei casi, tuttavia, presentano una sola discriminante, oramai nota ai più.

Anche nell’immaginario popolare, una persona intelligente è quella che è capace, rispettando precise condizioni di partenza o fondamentali, di avere un ragionamento veloce e tale da essere in grado di dare risposte, di individuare soluzioni, di trovare espedienti ai vari quesiti posti, in tempi rapidi. Tuttavia, a tale concezione si è sommata quella che vede l’intelligenza e il suo grado, nella capacità di un individuo di accendere e mantenere in attività per un lungo periodo di tempo tutte le aree del cervello, condizioni che sono necessarie per risolve problemi molto complessi. E non solo, l’intelligenza rapida e quella che potremmo definire “potente” si pongono, poi, alla base della creatività, ma anche delle attività che richiedono grandi sforzi fisici e via dicendo…

Tale quadro non si esaurisce qui! A partire dagli anni ’90 del secolo scorso, si è poi sottolineato che non esiste una sola intelligenza, ma più intelligenze, le quali spesso non albergano all’interno di un unico individuo o essere vivente. E così troviamo chi presenta un’intelligenza musicale, chi invece, quella matematica, chi quella filosofica e via discorrendo.

In estrema sintesi, l’intelligenza comunque si sostanzia, sempre, nella capacità di risolvere problemi e quesiti, rispettando alcune condizioni e determinati punti di partenza, dove in alcuni casi la discriminante del valore di questa si rifà alla rapidità, altre volte alla quantità e alla difficoltà di ottenere un risultato. Una distinzione che gli studiosi pongono come rilevante, perché in qualche modo è apparso evidente che, spesso un’intelligenza rapida non riesce a risolvere i problemi complessi, mentre “le menti potenti” il più delle volte fanno fatica a dare risposta a quesiti relativamente semplici.

Tutto ciò detto, l’essere vivente più intelligente che si conosca sulla Nostra Terra è per antonomasia, l’Uomo. È il più potente, anche perché riesce ad addomesticare, sfruttare, plasmare tutti gli altri esseri viventi del Pianeta e persino se stesso. Un concetto che non può essere invertito, non vale al contrario: è sotto gli occhi di tutti la circostanza che nessun essere vivente che non sia umano riesce ad addestrare un essere umano, figuriamoci poi, a sfruttarlo per le proprie necessità.

E veniamo al punto. Quello che tanto accende l’odierno dibattito pubblico e privato sull’IA sta proprio qui, ovvero quello basato sull’ipotesi di aver creato una caratteristica specifica dell’Uomo ed averla affidata per il suo espletamento ad una macchina. Sicché, il vero problema dell’intelligenza artificiale è quello trasposto, ovvero delle macchine intelligenti, dove molti ipotizzano per queste anche una certa autonomia operativa, rispetto all’Uomo. Inquieta molto questo tipo di ragionamento, che anche attraverso ragionamenti sempliciotti, o forse terroristici, giungono ad ipotizzare un “regno delle macchine” capace di subordinare l’Uomo e il Creato.

Basta poco per dimostrare che mai le Macchine, per quanto intelligenti, subordineranno l’Uomo! A ciò basti pensare che tutte le Civiltà, compresa la nostra, si sono strutturate socialmente in forma piramidale e la discriminante della stratificazione sociale non si è mai basata sull’intelligenza di chi compone tali strati. Al riguardo, va evidenziato che mai una società si è basata sull’unico principio della meritocrazia, un concetto messo “in piazza” dalla classe dirigente solo per giustificare il proprio status alle masse e, spesso, mutuato malamente da intellettuali che le difendevano, per farne uno strumento di rivalsa. Un concetto, insomma che oggi è stato decisamente superato: è opinione diffusa, e a giusta ragione, che l’intelligenza e la meritocrazia non garantiscono successo, ricchezza e potere, di contro, in ogni strato sociale, esse infatti, rappresentano solo uno degli ingredienti.

In realtà, le componenti dei vari strati della piramide sociale sono molte e di varia natura, e peraltro non stabili nel tempo e nello spazio. Certamente, una di queste è proprio l’intelligenza, ma di sicuro non è quella decisiva né presenta un carattere diffusivo. E a tale conclusione si giunge facilmente speculando sul taylorismo e il fordismo, che introdotti a partire dal 1911-13, di fatto mettono in luce una realtà che esiste da sempre e in tutti i campi dello scibile umano, dove lavoro e cultura, insomma, non hanno nulla a che vedere con l’uso esclusivo dell’intelligenza. Concetti che vengono implementati da sempre, anche in ambito religioso ed esoterico, con le loro Istituzioni, e anche ben messi in evidenza dalle principali Sacre Scritture, delle confessioni e dagli ordini di tutti i tempi.

In realtà, il fattore decisivo, che rende possibile qualsiasi Civiltà, nonché la sua creazione e la tenuta di una piramide sociale, è rappresentato da un mix di elementi, in cui forse quello più rilevante è proprio quello “sistemico”, quello attinente all’ingegneria gruppale, che tutto tiene assieme, dove peraltro anche la casualità e la caoticità hanno un valore positivo e, a volte, rilevante, e poco hanno a che vedere con l’intelligenza, la quale è tale solo di fronte ad un problema sempre codificabile o codificato. Sicché, per quanto intelligenti, le macchine rimangono le macchine e nulla hanno a che vedere con ciò che è umano.

La Civiltà, dunque, attiene all’Uomo e solo all’Uomo, dove le macchine oggi, intelligenti o meno, ne definiscono la caratteristica, ma non le specifiche, che rimangono sempre uguali e solo uguali all’Uomo, che proprio perché tale non può che  essere mistero a se stesso: se così non fosse, non avrebbero modo e ragione di esistere neanche le macchine, uno dei suoi tanti prodotti, necessari al “Suo percorso”! E non solo, un Uomo privo del Mistero, stricto sensu, altro non sarebbe che una Macchina, dove la Macchina, poi, ha un senso solo in presenza dell’Uomo… Niente Uomo? Niente Macchine!

 

Mauro Ragosta

 

 

 

 

 

venerdì 22 novembre 2024

Sintesi di Visioni e Previsione per il 2025 – di Mauro Ragosta

 

         Non è difficile dimostrare che ogni crisi, sia essa economica, militare o relazionale e politica, porta in sé il germe dello sviluppo, da non confondersi con il termine crescita. Lo sviluppo infatti implica contemporaneamente non solo la crescita, ma anche una profonda trasformazione.

            Molte le opinioni, ed anche molto seducenti, quelle che passano attraverso la Tele-Visione. Tuttavia, Noi di MR proponiamo qualcosa di alternativo, una Visione forse meno spettacolare rispetto a quanto circola correntemente, ma non meno valida sul piano del rimando speculativo e riflessivo.

            Il prossimo 2025 sarà un anno spartiacque, ricordato e famoso non solo per la fine della Guerra in Europa, ma soprattutto, con il prevedibilissimo raggiungimento della pace in Ucraina, anche per il cambio di passo di tutti i sistemi umani afferenti al Blocco della NATO e assieme al Sistema dei BRICS. Una pace, alla quale tuttavia non parteciperà il Mondo Medio Orientale… sebbene la Guerra che interessa questa parte del Mondo abbia dinamiche se non uguali, di certo molto simili a quella che si sta concludendo in Europa. D’altro canto tutte le non-guerre si assomigliano e anche molto…

            Ad ogni modo, con la pace in Ucraina, che sicuramente apparirà come orizzonte concreto dopo il primo quadrimestre del 2025, si risolverà una crisi, che in nuce da almeno tre lustri, si è palesata solamente nel 2022. Un processo relativamente lungo proprio per l’impatto dello stesso e che si chiuderà con buone probabilità solo dopo la prossima estate.

Al riguardo, va ribadito ancora una volta, che il superamento di una impasse porta con sé -e questo è storicamente dimostrato!- un efficentamento del Sistema interessato e un necessario quanto inesorabile spostamento della popolazione verso settori più evoluti sul piano produttivo e di impegno a vario titolo,  mentre, nel caso delle relazioni, anche politiche, queste approdano ad un uso di strumenti relazionali e comunicativi più raffinati, complessi, evoluti, insomma.

            Certamente, le crisi mietono molte vittime, coloro che non riescono a sopportare la durezza delle tensioni e, in seguito, il prodursi nel salto qualitativo, cambiando paradigma del proprio incedere. Di converso, immaginare che nella storia dell’Uomo, come nella propria, quella personale, possano non esserci delle crisi è solo una pia illusione. A tal proposito, va evidenziato che l’Uomo non è una macchina, ma un sistema biologico, fatto di equilibri precari, che facilmente e periodicamente si incrinano, generando frizioni più o meno dolorose, evidenti. Ed è proprio questo procedere per crisi che si pone alla base di qualsiasi sviluppo… Niente crisi? Niente sviluppo! Semmai solo crescita, che negli organismi biologici, sempre e ad un certo punto, conduce alla crisi per effetto dell’aumento dell’entropia, spesso…

            Sicché, il 2025 sarà ricordato e famoso per l’anno in cui, se da un lato si raggiungeranno tra Occidente e Oriente nuovi o rinnovati equilibri, dall’altro sarà l’anno delle grandi accelerazioni nelle applicazioni della robotica e dell’IA, che interessano circa il 90% della popolazione, da Est a Ovest. Qui, tutte le postazioni con prestazioni “fungibili” e a bassa complessità, imporranno una profonda riqualificazione, una nuova alfabetizzazione, mentre per coloro che non risentono dell’affermazione dell’informatica, si porranno questioni attinenti alla gestione della transizione, che non sarà semplice, indolore… E ciò soprattutto perché in tali congiunture da sempre non mancano le “sacche di resistenza”, che tendono a conservare il Vecchio Ordine, e che a queste spetta alle élite “rimuovere”.

            E però, in tale quadro, non va dimenticato che il 2025 sarà anche l’anno del Giubileo, dove il Mondo Cattolico, in qualche modo e a vario titolo, addizionandosi alle dinamiche laiche, contribuirà nel complesso ad una rimodulazione degli equilibri sociali sia nella prospettiva micro sia in quella macro.

            Sicché, si assisterà, col 2025, all’avvio di significativi movimenti sociali  assieme ad una più spinta industrializzazione dell’agricoltura, ad una robotizzazione decisiva, se non quasi definitiva, nell’industria, mentre i campi in cui la presenza dell’Uomo è ancora rilevante  -ovvero le comunicazioni in senso lato, il commercio e l’edilizia, ma anche la formazione e la sanità nonché molte delle attività giuridiche- saranno il terreno più importante per il take off, ovvero l’insediamento diffuso, stabile e preponderante, delle macchine assistite da IA. Dall’altro, nelle aree economicamente più evolute, la popolazione comincerà a ridursi, a tratti, anche in maniera significativa.

            E così, come è facile constatare, nei due trienni precedenti -quello che va dal 2019 al 2021 e quello che va dal 2022 al 2024, anno che sta per concludersi- l’intero Sistema, sia nelle sue parti più basse che in quelle più alte, ha vissuto un tempo preparatorio. E questo perché si è contraddistinto da continue fibrillazioni dello stesso, ovvero per un vistoso incedere magmatico, confuso, tensivo e dalle contraddizioni oramai eccessive, tali cioè da compromettere le sue strutture fondamentali, che di fatto sono state “picconate” ed in parte rese inefficaci. A partire dal 2025, invece, si aprirà un tempo di ricostruzione, di nuove o rinnovate convergenze, dell’apparire di orizzonti inediti, scenari e -perché no?- significati nuovi nonché forme e formazioni più aderenti alla nuova Realtà. Qui, tutti i giochi alla fine, rimarranno ovviamente quelli di sempre, ma all’interno di un contesto formale se non profondamente diverso rispetto al passato, di sicuro molto, ma molto distante. Concetto questo ben messo in evidenza, meno di un secolo fa, in maniera egregia sebbene indiretta da Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

            Insomma, eccoci qui, tutti, alle soglie di una Nuova Rivoluzione/Non-Rivoluzione, che, si inaugurerà appunto col 2025, e sarà tanto incensata e famosa, quanto blasonata e ricordata come quelle di fine ‘700…

 

Mauro Ragosta (p.n.)

 

 


giovedì 14 novembre 2024

Il prossimo 2025, un anno famoso? …da ricordare, dunque? – di Mauro Ragosta

 

            Non è difficile dimostrare che ogni crisi, sia essa economica, militare o relazionale e politica, porta in sé il germe dello sviluppo, da non confondersi con il termine crescita. Lo sviluppo infatti implica contemporaneamente non solo la crescita, ma anche una profonda trasformazione.

            E il prossimo 2025 sarà un anno spartiacque, ricordato e famoso non solo per la fine della Guerra in Europa, ma soprattutto, con il prevedibilissimo raggiungimento della pace in Ucraina, anche per il cambio di passo di tutti i sistemi umani afferenti al Blocco della Nato e assieme al Sistema dei BRICS. Una pace, alla quale tuttavia non parteciperà il Mondo Medio Orientale… sebbene la Guerra che interessa questa parte del Mondo abbia dinamiche se non uguali, di certo molto simili a quella che si sta concludendo in Europa. D’altro canto tutte le non-guerre si assomigliano e anche molto…

            Ad ogni modo, con la pace in Ucraina si risolverà una crisi, che era in nuce da almeno un decennio e che si è palesata solamente nel 2022. Al riguardo, va ribadito ancora una volta, che il superamento di una impasse porta con sé -e questo è storicamente dimostrato!- un efficentamento del Sistema interessato e un necessario quanto inesorabile spostamento della popolazione verso settori più evoluti sul piano produttivo e di impegno a vario titolo,  mentre, nel caso delle relazioni, anche politiche, queste approdano ad un uso di strumenti relazionali e comunicativi più raffinati, complessi, evoluti, insomma.

            Certamente, le crisi mietono molte vittime, coloro che non riescono a sopportare la durezza delle tensioni e, in seguito, il prodursi nel salto qualitativo, cambiando paradigma del proprio incedere. Di converso, immaginare che nella storia dell’Uomo, come nella propria, quella personale, possano non esserci delle crisi è solo una pia illusione. A tal proposito, va evidenziato che l’Uomo non è una macchina, ma un sistema biologico, fatto di equilibri precari, che facilmente e periodicamente si incrinano, generando frizioni più o meno dolorose, evidenti. Ed è proprio questo procedere per crisi che si pone alla base di qualsiasi sviluppo… Niente crisi? Niente sviluppo! Semmai solo crescita, che negli organismi biologici, sempre e ad un certo punto, conduce alla crisi per effetto dell’aumento dell’entropia, spesso…

            Sicché, il 2025 sarà ricordato e famoso per l’anno in cui, se da un lato si raggiungeranno tra Occidente e Oriente nuovi o rinnovati equilibri, dall’altro sarà l’anno delle grandi accelerazioni nelle applicazioni della robotica e dell’IA, che interessano circa il 90% della popolazione. Qui, tutte le postazioni con prestazioni “fungibili” e a bassa complessità, imporranno una profonda riqualificazione, una nuova alfabetizzazione, mentre per coloro che non risentono dell’affermazione dell’informatica, si porranno questioni attinenti alla gestione della transizione, che non sarà semplice, indolore… E ciò soprattutto perché in tali congiunture da sempre non mancano le “sacche di resistenza”, che tendono a conservare il Vecchio Ordine, e che spetta alle élite “rimuovere”.

            E però, in tale quadro, non va dimenticato che il 2025 sarà anche l’anno del Giubileo, dove il Mondo Cattolico, in qualche modo e a vario titolo, addizionandosi alle dinamiche laiche, contribuirà nel complesso ad una rimodulazione degli equilibri sociali sia nella prospettiva micro sia in quella macro.

            Sicché, nel complesso si assisterà, col 2025, all’avvio di significativi movimenti sociali  assieme ad una più spinta industrializzazione dell’agricoltura, ad una robotizzazione decisiva, se non quasi definitiva, nell’industria, mentre i campi in cui la presenza dell’Uomo è ancora rilevante, ovvero le comunicazioni in senso lato, il commercio e l’edilizia, ma anche la formazione e la sanità, saranno il terreno più importante per il take off, ovvero l’insediamento diffuso, stabile e preponderante, delle macchine assistite da IA. Dall’altro, nelle aree economicamente più evolute, la popolazione comincerà a ridursi, a tratti, anche in maniera significativa.

            E così, come è facile constatare, nei due trienni precedenti -ovvero quello che va dal 2019 al 2021 e quello che va dal 2022 al 2024, anno che sta per concludersi- l’intero Sistema -sia nelle sue parti più basse che in quelle più alte- si è contraddistinto per un incedere magmatico, confuso, tensivo e dalle contraddizioni oramai eccessive, tali cioè da compromettere le sue strutture fondamentali, che di fatto sono state “picconate” ed in parte rese inefficaci. A partire dal 2025, invece, si aprirà un tempo di ricostruzione, di nuove o rinnovate convergenze, dell’apparire di orizzonti inediti, scenari e -perché no?- significati nuovi nonché forme e formazioni più aderenti alla nuova Realtà. Qui, tutti i giochi alla fine, rimarranno ovviamente quelli di sempre, ma all’interno di un contesto formale se non profondamente diverso rispetto al passato, di sicuro molto, ma molto distante. Concetto questo ben messo in evidenza, meno di un secolo fa, in maniera egregia sebbene indiretta da Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

            Insomma, eccoci qui, tutti, alle soglie di una Nuova Rivoluzione/Non-Rivoluzione, che inaugurerà appunto il 2025, e sarà tanto incensata e famosa, quanto blasonata e ricordata come quelle di fine ‘700…

 

Mauro Ragosta

martedì 5 novembre 2024

Nell’anno del Giubileo, quale la Politica Italiana? – di Mauro Ragosta

 

            E mentre la Chiesa Cattolica per il 2025, in un certo senso, concede “un’amnistia generale”, almeno sul piano ufficiale, tutto lascia intravedere che la Politica Italiana continui la sua marcia nel solco tracciato negli ultimi trenta anni, ovvero quello di essere sempre più esclusiva e allo stesso tempo rumorosa.

            E questo lo mettono bene in evidenza in parte i dati statistici storici sul livello di partecipazione alle elezioni, che si presenta sempre più basso, toccando il punto più basso quest’anno con le ultime elezioni, con un 50% circa di votanti. Una tendenza che pare inarrestabile e che la classe dirigente di fatto volutamente ignora, considerandolo un non problema. E così anche nel 2025 continuerà a restringersi il campo dei processi decisionali, escludendo le voci dei delusi e dei disillusi, per i quali, sempre più numerosi, si sta prospettando, in maniera più che evidente uno scenario di emarginazione.

            Ma il processo di emarginazione e impoverimento di fasce sempre più corpose di popolazione appare inarrestabile, anche perché la Politica Italiana esalta le problematiche della sussistenza, sulle quali va tutto il suo impegno, senza alcun tipo di provvedimento volto al superamento della povertà che in Italia sta diventando una dimensione di sicuro rilievo, visibile.

            In tutto questo, seppur brevemente tracciato, ci si chiede se il ruolo della Politica Italiana sia mutato o si stia avviando sulla strada del declino, dove il 2025, anche in considerazione dei grandi mutamenti dello scenario internazionale, rappresenterà un anno cruciale.

            È noto che la Politica Italiana ha sempre avuto il compito di mantenere coeso il popolo, all’interno di un percorso unitario volto allo sviluppo, sebbene attraverso dinamiche dialogiche e contraddittorie, democratiche in definitiva. La presenza crescente di poveri ed emarginati, una presenza silenziosa e “senza voce in capitolo” tuttavia contraddice la missione principe della Politica Italiana, sempre più elitaria ed esclusiva. E qui la domanda è: la Politica Italiana sta creando una massa di “nuovi schiavi” funzionale a i suoi progetti, che al momento non appaiono visibili, oppure ha fallito nella sua missione e da qui il 2025 sarà l’anno in cui può decretarsi la sua cronica agonia.

            Nella prima ipotesi, ci si trova di fronte ad un Regime, che sebbene non dichiarato, condurrà a soluzioni inedite rispetto a quanto ci insegna la Storia, oppure, nella seconda ipotesi, la situazione impone osservare, riflettere e capire cosa potrà sostituire la Politica Italiana, destinata alla scomparsa nel medio periodo.

            In tale direzione, un punto di partenza per una proficua riflessione è la considerazione che fino a trent’anni fa la Politica Italiana godeva un’esclusiva sul popolo, gestendo “la piazza” e tutti i sistemi di comunicazione, ovvero la “carta stampata” e la TV. Oggi, tutto questo sistema di formazione e informazione delle masse rappresenta solo il 10% delle possibilità offerte e consentite dalla tecnologia moderna, dove il “rumore” della Politica Italiana è sempre più flebile. Gli strumenti della formazione e dell’informazione oggi presentano una complessità, che paradossalmente esclude la Politica Italiana, aprendo le porte a nuove forme di anarchismo, di destra e di sinistra, a tutte le sollecitazioni che vengono dall’esterno, consentendo, per finire, forme e soluzioni esistenziali inedite e scarsamente controllabili, perché incomprensibili….

            In conclusione, il 2025 sarà un anno cruciale, un anno spartiacque per l’Italia, e da qui per la Nostra Politica, sia essa codificata nelle forme ufficiali e istituzionali sia essa nelle forme che stanno emergendo negli strati della popolazione emarginata e abbandonata a se stessa, spesso nella povertà e nell’indigenza.

 

Mauro Ragosta

           


martedì 30 luglio 2024

Saper Fotografare (parte sedicesima): La gestione dei colori: il Nero – di Mauro Ragosta

          E noi ripartiamo con la nostra Rubrica, sempre dallo stesso punto, ovvero quello dal quale si marca ancora una volta che l’uso del colore da parte del fotografo presenta almeno due approcci. Da una parte, il colore viene utilizzato prevalentemente nella prospettiva emotiva e, dunque emozionale, dall’altra all’interno di un contesto cognitivo, simbolico, di significato, spesso molto preciso, dove i contenuti intellettivi e culturali sono decisamente molto più ampi, rispetto all’alternativa qui appena tracciata.

            È scontato sottolineare che tra le due strategie di utilizzo del colore non appena descritte, esistono molti mix di approccio tra l’una e l’altra. Ma al di là della soluzione scelta nell’uso del colore in una prospettiva emotiva e un approccio culturale e intellettivo, bisogna rimarcare che la prima strategia non necessita di una grande attrezzatura informativa e culturale da parte del fotografo e del fruitore dell’immagine, mentre l’altra giunge a richiedere una preparazione, spesso interdisciplinare, di grande rilievo. Va da sé che, più è alto il contenuto culturale del colore, più l’immagine diventa esclusiva, o presenta più livelli di letture, non sempre esperibili dall’osservatore medio.

            Come per il Bianco, anche per il Nero un tempo si presentavano molte difficoltà sia nella fase di ripresa sia in fase di sviluppo delle pellicole che di stampa. Qui, in genere, una delle aspettative di molti fotografi era quella di avere delle immagini fortemente contrastate e con un livello di dettaglio massimo, situazione questa di difficile realizzazione, certamente non impossibile, ma richiedeva particolare destrezza, per realizzare sia fotografie a colori sia in Bianco & Nero.

            In genere, tuttavia, se per il Bianco, spesso il tutto si risolve nello scegliere la dominante, nel Nero, sovente, è questione di ottenere una buona qualità di Nero, sempre più difficile, impegnativa quando si vogliono Neri profondi, o un Nero netto e un gran dettaglio all’interno dell’oggetto Nero fotografato. In molti si dilettano, spesso per questioni di esercizio, nel fotografare oggetti Bianchi con sfondo Bianco e oggetti Neri su sfondo Nero. In ogni caso, se l’operazione compositiva è di buon valore, l’effetto Bianco su Bianco, come Nero su Nero, danno immagini di un certo fascino…

            Il Nero è un colore che ha sempre avuto e suscitato, soprattutto dal XVI secolo, un grande appeal. È il colore dei pirati, della forza, della morte (nel mondo Occidentale), del potere, della riservatezza. Questo, nella prospettiva emotiva e in definitiva popolare, è molto condiviso.

            Scendendo ad un secondo livello di lettura, va immediatamente sottolineato che se il Bianco è il colore che restituisce tutta la luce ricevuta, l’esatto contrario è per il Nero. Il Nero è il colore che non restituisce la luce ricevuta, non dà risposta, è la negazione per eccellenza, anche della relazione: chi non dà risposte alle sollecitazioni, è silente, spesso assente. E così è il Nero, colore prevalentemente femminile che invita alla sfida, alla forza maschile, anzi, stimola la forza maschile, che è sempre Luce e che viene “ingurgitata” nel Nero ctonio e femminile (che viene così fecondato…).

            Proprio per questo, il Nero è il colore del Potere, che per definizione non dialoga né dà risposte, ma si esprime noncurante di tutto, nelle sue necessità e prospettive. Altrimenti non sarebbe il Potere!!! Dall’altra il Potere è negazione di sé e della propria immagine, e in tale direzione il Nero esprime anche il colore della Morte (per chi?).

            In estrema sintesi, il Nero è il colore che ascolta, sente, comprende, ma non dà risposta …assente è ogni tipo di reazione: è il colore dell’impenetrabilità …del Mistero!!!

            Ed ecco che, fotografare oggetti o persone nelle quali segnanti si presentano le ombre, anche molto marcate, stanno ad indicare la parte inconoscibile della persona o dell’oggetto. È vero, ognuno di noi proietta un’ombra!!! E qui deve essere bravo il fotografo a dare forma e profondità di Nero a queste, descrivendo così e paradossalmente l’oggetto o la persona ritratta nella sua totalità.

            Dall’altra, se ci fa caso, gli uomini di Stato o di Istituzioni di particolare rilievo vestono in gramaglie, perché esse rappresentano lo Stato o una grande struttura. Attenzione, perché spesso, imprenditori e manager vestono di solito con colori più chiari. Chi veste in nero dà l’indicazione che la propria persona conta poco, rappresentando altre volontà non presenti e non visibili. Ma questo è discorso lungo e con molte varianti… qui solo per offrire spunti per ulteriori ricerche personali.

            Chiudiamo, con quanto accennato nella parte precedente, ovvero sull’uso degli sfondi. Qui va solo detto che se il Bianco restituisce tutta la Luce, di converso gli sfondi di questo colore indicano strutture corali e ammorbidisce di sensi e significati il soggetto fotografato. Al contrario, in caso di sfondo Nero. Proprio perché il Nero è colore poco partecipativo, usandolo come sfondo si dà una focalizzazione sul soggetto fotografato o a quella parte chiara, che viene massimamente messa in risalto. Insomma, un ritratto morbido, di apertura, dialogante richiede uno sfondo Bianco, mentre un ritratto deciso, dove si vuole segnare con forza il volto o alcune dettagli, richiede uno sfondo Nero.

 

Mauro Ragosta

giovedì 20 giugno 2024

Post-Evento n°22: Ieri a Surbo, Festa Giallo-Rossa, con Saverio Sticchi Damiani e Pippi Fasano – di Mauro Ragosta

 

          Ieri sera, 19 giugno 2024, Surbo “si è incontrata in piazza” per festeggiare con Pippi Fasano, storico presidente del Surbo Calcio per 40 anni -a partire dal 1955- la permanenza in serie A il prossimo anno, della squadra del Lecce. Il tutto in combinata con l’Unione Sportiva del Lecce Calcio, presente col suo massimo esponente, ovvero il Presidente Saverio Sticchi Damiani, accompagnato da alcuni membri di spicco dello staff dirigente della squadra.

            Già intorno alle 20:30 Piazza Unità Europea a Surbo era gremita di tifosi di tutte le età, dove non poche erano le componenti provenienti da altri centri della provincia. Ma non solo. Di particolare rilievo è stata la partecipazione di bambini e adolescenti festanti, che sventolavano grandissime bandiere giallo-rosse. In tutto questo non è mancata una rappresentanza femminile, con un’adesione corposa, attenta, interessata.

            Sul grande palco allestito per l’occasione, numerosi gli ospiti, tutti di rilievo per il Mondo del Calcio leccese e surbino, oltre ovviamente a Pippi Fasano e Saverio Sticchi Damiani. Insomma, una serata che non si dimenticherà facilmente soprattutto a Surbo, uno dei centri della provincia che maggiormente segue la squadra del Lecce, ma anche dove il calcio è centrale nei suoi processi aggregativi e sociali. E proprio per questo, la serata è stata voluta e organizzata dall’Amministrazione Comunale surbina, alla quale si è associato il sostegno della locale Parrocchia di Santa Maria del Popolo e del suo parroco Don Mattia Murra.

            A gestire gli interventi sul palco il giornalista Mediaset Raffaele Pappadà e il noto attore, autore e regista leccese Gianpaolo Catalano. Alternandosi sapientemente e riuscendo a dosare i tempi e i ritmi della serata, i due hanno consentito a tutti gli ospiti interventi di qualità. Ha dato l’abbrivo alla serata Saverio Sticchi Damiani che, dopo aver marcato con forza il soddisfacente risultato dato quest’anno dal Lecce, ha tenuto a sottolineare che si tratta di una squadra diversa, perché diverge dallo scenario nazionale. 

        Per Sticchi Damiani il Lecce è qualcosa a parte, giustificando tale connotazione, poiché la serie A è una categoria che interessa quasi esclusivamente il Nord, ma soprattutto perché gran parte delle squadre che compongo questo girone, presentano una dirigenza e una proprietà composte fortemente, se non proprio totalmente, di risorse umane e finanziarie estere. Tutto al contrario il Nostro Lecce, che trova la linfa della sua esistenza, ovviamente sul piano finanziario e del management, nel Salento, nella sua Terra.

        Seguono l’intervento del Presidente del Lecce, i saluti istituzionali e di benvenuto del Sindaco di Surbo, Ronny Trio, ai quali si associano quelli del parroco di Santa Maria del Popolo, don Mattia Murra. E a questo punto è la volta di Giovanni Fasano, il figlio di Pippi Fasano e attore strategico nello staff del Lecce nonché produttore, con marchio M908, dell’abbigliamento sportivo della squadra del Lecce. Una persona composta e di misura, che ha ricordato al copioso e festante pubblico presente nella piazza, il valore dell’impegno e della passione, soprattutto quando si supporta una squadra di Serie A, perché si è immersi in un ambiente che richiede sempre il massimo.

          Accompagnato da un applauso corale e fragoroso, è poi salito sul palco Pippi Fasano, il “Grande Presidente”, il Presidente che è nel cuore di tutti i surbini. Proprio lui ha aperto il gioco degli interventi e degli intervenuti per questa grande festa Giallo-Rossa.

         Quasi tutti gli ospiti hanno messo in luce la necessità di una forza superiore per affrontare un campionato, soprattutto se di serie A. E ciò soprattutto nei momenti difficili, che non mancano mai e che mettono alla prova tutti. Va detto che per i dirigenti presenti sul palco sia del Lecce sia del Surbo il conforto e il sostegno del pubblico sono fondamentali, specialmente nei momenti di grande prova, e se non sono decisivi, aiutano tuttavia a trovare quello slancio necessario, sia a livello individuale sia a livello di squadra, per superare le numerose impasse che pone sul suo percorso il campionato.

            In ciò sono andati l'incoraggiamento e il sostegno di Pippi Fasano, che, dall’alto dei suoi 40 anni di presidenza del Surbo Calcio, ha fatto riecheggiare in tutta la piazza gli ingredienti necessari per il successo duraturo di una squadra di calcio, ovvero che per l'affermazione di un qualsiasi gruppo sportivo non è necessaria solo l’ambizione, ma soprattutto ci devono essere il cuore, la passione, la costanza, …il sacrificio!

            Forse, il momento più importante dell’incontro di ieri sera in favore della squadra del Lecce, si è avuto quando il Nostro Pippi ha sottolineato con forza che ciò che conta alla fine è il risultato. In tale direzione, una buona preparazione, il bel gioco sono importanti ma non sufficienti se non assistiti da una vittoria, che è sempre legata al saper cogliere l’attimo!!! Sottolinea Pippi, che basta poco per incassare un goal, e per questo bisogna stare sempre all’erta, vigili, attenti, attentissimi, saper “navigare in quel mare cangiante” dell’opinione pubblica. Ci vuole forza, per Pippi, ma soprattutto saper cogliere “l’attimo fuggente”.

        Ed è così che vogliamo chiudere questo nostro resoconto sulla bella e partecipata serata di ieri, organizzata dal Comune di Surbo e dalla Parrocchia di Santa Maria del Popolo, ribattezzando il Nostro Pippi come l’Uomo dell’Attimo Fuggente…..

 

Mauro Ragosta

 

sabato 15 giugno 2024

Saper Fotografare (parte quindicesima) - La gestione dei colori: il Bianco – di Mauro Ragosta

 

            Nella prospettiva moderna e contemporanea la principale missione dell’Arte, e di qui anche della fotografia, pare essere quella di suscitare emozione, scuotimento dei sensi, turbamento dell’anima. E questo è vero, ma mai deve essere confuso con l’uso semplicistico dei colori. Certamente, le sensibilità elementari, quelle che fanno capo ad un livello culturale di non grande rilievo, l’impatto cromatico puro genera la “famosa emozione”. E qui una persona semplice rimane attratta da abbinamenti di cromie sgargianti, magari, rosso, blu e verde, o giallo, bianco e oro, e via dicendo… L’attento osservatore, ad esempio, verifica con facilità, che gli accostamenti cromatici nei supermercati, vengono realizzati, infatti, per “turbare” e invogliare all’acquisto l’avventore.

            Per converso, un soggetto evoluto ed esigente se da un lato rimane “abbagliato” dai giochi di colore di un’immagine, dall’altra in questi “legge e vede” una quantità di informazioni, crescente e proporzionale al suo livello culturale. Ed ecco che, l’artista come il fotografo, sì devono produrre opere tecnicamente valide, ma questo è del tutto insufficiente, soprattutto oggi. L’artista, come il fotografo, prima di tutto, deve essere persona colta, e il suo valore, in molti casi, sarà determinato proprio dal suo spessore culturale, perché questo trasuderà in ogni sua opera e in tutti i particolari di questa…riuscendo così a cogliere e “colpire”, anche l’osservatore più esigente e smaliziato.

            Premessa questa, doverosa e a Noi gradita, ché segue le richieste di uno dei Nostri lettori: sulla scorta del precedente intervento (parte quattordicesima di questa rubrica) ne sollecita un altro con riferimento all’uso del colore Bianco, sia nella prospettiva più meramente tecnica sia nei risvolti di significato e simbolici. Sicché, in questo pezzo ci si soffermerà sulla gestione del Bianco, non mancando, parallelamente, di tracciare nel prossimo appuntamento una tavola sul Nero.

            In fotografia, le riprese del Bianco come del Nero, un tempo costituivano dei grandi problemi e una grande destrezza tecnica per risolverli. E tutto questo non solo nelle fasi di scatto, ma anche di quelle di sviluppo e di stampa. Oggi, gran parte degli accorgimenti e delle accortezze tecniche sono ampiamente superate, inutili dunque, per via degli sviluppi della tecnologia. Tuttavia, vale la pena soffermarsi su una questione ancora molto attuale e di particolare rilievo e interesse, ovvero quella connessa alla dominante.

            Si sa il Bianco puro è tecnicamente un’utopia, sicché qualsiasi Bianco in fase di ripresa e di stampa presenta sempre delle dominanti. In altre parole, un abito, come un oggetto come un luogo di color bianco nelle risultanze dell’immagine derivante dallo scatto, avrà, anche se minima, una dominante, che potrà tendere a tonalità fredde, come il blu, o tonalità calde come il rosso o il verde. Ovviamente, gli effetti della dominante nella percezione dell’osservatore saranno completamente diversi, in riferimento al tipo. È noto che i colori freddi come anche le relative dominanti nel Bianco tendono a sviluppare aspetti più mentali, spirituali nell’osservazione dell’opera, rispetto ai toni e alle dominanti calde, che richiamano in buona sostanza quelli più passionali dell’esistenza, e ciò a trecentosessanta gradi.

            Ed ecco che, un Bianco con dominanti fredde deve essere usato o prodotto quando si realizza una foto prevalentemente intellettuale o di forte richiamo ai rigori della mente, mentre le tonalità calde del Bianco vanno usate per immagini più coinvolgenti, o i cui contenuti richiamano questioni più “di Vita”. Certamente, di ciò non se ne può fare una regola, ma si reputa che quanto sottolineato sia un buon punto di partenza per darsi delle regole nell’impostare il Bianco in un’immagine.

            Nelle prospettive di senso e simboliche, il Bianco è di fatto il colore del “tutto possibile!”. Fino agli anni ’60 del secolo scorso, di Bianco venivano vestiti i malati di mente, e nella Nostra terra, le famose tarantate. Ma il color Bianco è di fatto anche il colore dell’ingenuità nonché della purezza, e le due qualità ovviamente non vanno confuse. L’ingenuità è qualità di chi ha una visione monotematica della Realtà, che manca di un’articolazione. La purezza invece, attiene all’integralità del soggetto o dell’oggetto. Ad esempio, nei processi iniziatici, chi a questi vi accede viene definito candidato, candido, puro dunque, ovvero totalmente preparato ad accogliere…integrale, dunque… E le persone che si sono purificate, vestono di Bianco…

In tale direzione, ma sul versante dell’integralità, non è un caso che i Cavalieri Templari, come anche i Cavalieri Teutonici vestivano di Bianco, indicando ciò la purezza e la totale dedizione e preparazione alla loro missione…

Ancora sul piano simbolico, va evidenziato che il Bianco è colore che restituisce tutta la luce su di esso inviata, al contrario del Nero, che invece assorbe e trattine. Sicché, in tale accezzione il Bianco è il colore che ricambia tutta la luce-energia che gli si invia, è il colore della risposta, è il simbolo del rimbalzo...dove "tanto gli dai e tanto ti restituisce", al contrario del Nero, che lo si interroga, ma non risponde, trattenendo tutto ciò che gli si chiede e invia.....

Per quanto riguarda gli sfondi di color Bianco, invece, si tratteranno nelle prossime parti di questa Rubrica, congiuntamente con quelli di color Nero, poiché il loro uso è fortemente correlato, legato cioè da sensi di interdipendenza.

Va da sé che molto altro v’è da evidenziare su tale argomento, ma lo strumento giornalistico on line, nella prospettiva dell’efficienza, non consente lunghe dissertazioni. Pertanto, quanto qui marcato deve considerarsi solo da stimolo per avviare ulteriori e utili approfondimenti, secondo ovviamente la propria sensibilità e il proprio desiderio.

E chiudiamo qui, ringraziando i lettori che ci hanno sollecitato per questo ulteriore appuntamento di Saper Fotografare, ricordando che la nostra Rubrica è sensibile ad ogni tipo di suggerimento con riferimento al tema trattato, non mancando di accogliere anche interventi personali particolarmente strutturati e di interesse generale.

           

 Mauro Ragosta          


venerdì 31 maggio 2024

Saper fotografare (parte quattordicesima ) – La gestione dei Colori – di Mauro Ragosta

 

            Si sono già da tempo avvertiti i lettori affezionati, amanti di Maison Ragosta -e nello specifico tra la fine del 2021 e i principi del 2022- che il ritmo di pubblicazione del giornale, giunto oramai al suo sesto anno di vita, sarebbe stato ridotto e compensato con prodotti di qualità superiore. Un ritmo lento necessario a consentire una riflessione e una elaborazione più profonde, tali cioè da poter trasformare le informazioni e gli spunti offerti in idee personali da calare nella propria azione corrente.

            In tale direzione, anche la Nostra rubrica Saper Fotografare dopo un’intensa stagione tesa alla somministrazione di informazioni base o comunque tali da consentire di porsi in maniera diversa “dietro l’obiettivo” -ovvero di catapultarsi in una  prospettiva che permetta di esprimere in maniera più compiuta e con più forza le proprie idee e intuizioni- progressivamente si è trasformata in qualcosa “con dosaggi più lenti” ma dai contenuti, come si usa dire in certi ambienti, “long acting”, ovvero che necessitano di tempi lunghi per un’adeguata metabolizzazione e da qui consentire così un’esperienza artistico-fotografica di ancor maggior significato.

            In questa quindicesima parte si è scelto di argomentare sui colori e sulla loro gestione. E in tale direzione, va subito marcato, che ciascun colore ha in sé un preciso significato condiviso a livello generale, pur non mancando spesso, un’attribuzione di senso personale o ristretta e di proprietà di un numero di persone, a volte, molto esiguo.

           Ecco che, al riguardo, l’attento fotografo o aspirante tale ha il dovere di effettuare uno studio specifico sui significati dei colori. Qui, si forniranno solo pochi esempi, al fine di esplicitare il taglio da dare allo studio personale.

            E partiamo dal colore più amato soprattutto dalle Donne, ovvero il rosso. È di per sé un colore femminile, poiché esercita una forza attrattiva e seducente. È un colore che si fa notare, aggressivo e che si distingue con forza tra gli altri. Dall’altra, va detto che è il colore del sangue e da qui dell’emotività e dell’amore, necessari preamboli per la Conoscenza e dunque per una vita piena… Non è un caso che spesso si usa ricoprire il letto o l’alcova dell’amore, con stoffe o drappi di color rosso, perché tale ritualità cromatica sottointende a relazioni di carattere magistrale, segnanti …dirompenti non solo sotto il profilo emotivo, ma soprattutto sotto il profilo disvelante e conoscitivo e da qui …che permettono di accedere a esperienze rivoluzionarie.

            Proprio per tutto questo il colore rosso, se da un lato è simbolo di Conoscenza indica anche pericolo e di conseguenza un invito alla prudenza e alla ponderazione. L’amore come la Conoscenza, rimanendo su questo piano, sono “materiali” che vanno maneggiati con estrema perizia e ponderazione onde evitare conseguenze distruttive.

            Un altro colore molto interessante è il verde. Nella prospettiva popolare il verde è associato alla serenità e alla “pace” …è colore della speranza, della possibilità, il via libera. Tuttavia, va notato che il verde è, in alcuni ambiti, il colore della guerra, è il colore della predazione. Nell'ultimo libro della Bibbia, ovvero l'Apocalisse di San Giovanni di Patmos, il cavallo verde rappresenta la Morte. Sicché il verde è per eccellenza il colore del confronto, soprattutto se poi è associato al marrone, tipico colore della terra, e da qui della concretezza. L’abbinare un verde con un marrone, se in certi ambiti sono dunque le combinazioni della quotidianità, dell’ordinarietà, in altri invece rappresentano un messaggio di confronto diretto e concreto. E tutto ciò in linea con i colori della Natura, verde e marrone, che rappresentano la Realtà nella sua essenza profonda.

            E chiudiamo questa brevissima, e forse significativa carrellata col colore tanto amato dai giovani e dalle ultime generazioni: il nero. È questo un colore che in sintesi si potrebbe definire escludente, che priva, che orba la vista, che non dà risposte. E' un colore che assorbe luce e non ne restituisce. In tale direzione, non è un caso che gli Uomini di Potere vestano nelle circostanze ufficiali e rituali di color nero, o in gramaglie…. Proprio perché il Potere per definizione è esclusivo ed escludente, e che priva, senza restituire. Il nero, per altro verso, è assenza di Luce e da qui segno di ciò che è indifferenziato, sacro dunque, necessari presupposti e preamboli della Vita... In ogni caso, sui significati del colore nero si dirà meglio nel proseguio.

            Ci si è così approcciati al tema del colore, che verrà nel prosieguo ulteriormente approfondito, non mancando di porgere l’orecchio per raccogliere suggerimenti e consigli dei Nostri lettori, ma anche loro spunti e riflessioni in tal senso e su questo piano.

 

Mauro Ragosta