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sabato 8 giugno 2019

Saper comunicare (parte seconda): L'analfebetismo funzionale - di Danilo De Luca


Quante volte, nel corso di una giornata, siamo chiamati a utilizzare le parole? Tante, tantissime, e in modo non quantificabile. D’altro canto, siamo in una società dove la relazione è centrale nell’esistenza dell’individuo, da qui la necessità di interloquire con frequenze altissime. Alcuni interscambi sono superficiali, basati sui convenevoli; altri sono funzionali, orientati a ottenere qualcosa di specifico: “Un caffè, grazie” o “10 di diesel, per favore”. Ciò che rimane, ovvero la maggior parte delle nostre relazioni di tutti i giorni, è costituito, invece, da comunicazioni complesse; modalità di relazionarsi che richiedono una reale presa di consapevolezza dell’altro, delle sue ragioni, del suo punto di vista, del suo vissuto, nonché dei propri obiettivi, delle proprie intenzioni e da qui la scelta del linguaggio da usare e modulare, non solo nella prospettiva lessicale, ma anche delle formule comunicative. E si tratta, in definitiva, di comunicazioni che, il più delle volte, si presenta altamente problematica, dove non tutti riescono a raggiungere risultati ottimali, efficaci, significativi. Il motivo? La risposta, probabilmente, si intercetta comprendendo e riflettendo sulla questione legata all’analfabetismo funzionale.
In Italia, un cittadino su due è analfabeta. Non pensate all’analfabetismo stricto sensu, proprio di chi è incapace di leggere e di scrivere correttamente in italiano. Qui si parla di un altro fenomeno, conosciuto come analfabetismo funzionale, o illetteralismo: sappiamo parlare e scrivere correttamente - chi più, chi meno - ma non siamo in grado di capire né quello che ci viene detto né quello che leggiamo, come, molto spesso, non siamo coscienti di ciò che diciamo o scriviamo. Sovente non si è in grado di comprendere periodi complessi, costretti a interpretare una frase per volta. Le ultime stime Ocse rivelano che, in Italia, la percentuale di analfabeti disfunzionali è pari al 37,7% della popolazione nella fascia d’età compresa tra i 16 e i 65 anni (dati del 2016). 
Ci illudiamo che comunicare molto sia lo stesso che comunicare bene. La società entro cui espletiamo noi stessi impone un flusso relazionale di una portata mai vista in precedenza e l’uomo comune prova a barcamenarsi in qualche modo in questo mare magnum della comunicazione. Da qui, ecco che per lo scambio verbale con l’esterno si ricorre sempre più spesso a forme paraverbali che scorrono quasi sempre via smartphone; usiamo emoticon che ci riconducono in una forma di tribalismo moderno, che banalizza in modo grossolano una realtà troppo complessa per essere codificata, prima ancora che essere espressa. Molto spesso ci si riduce ad un linguaggio macchina, per usare una metafora informatica, fatto di soli due segni, talché la comunicazione diventa un vero e proprio gioco d’azzardo, una sorta di zecchinetta letteraria. Non sappiamo configurare noi stessi e da qui il prossimo non sa recuperarci in ciò che vogliamo dire e comunicare. E così ci allontaniamo, pur non essendo mai stati così vicini.
Secondo i dati Istat, ad esempio, le separazioni si sono più che raddoppiate nell’ultimo ventennio e, oggi, oltre un matrimonio su cinque dura meno di diciassette anni. Le ragioni, molteplici e complesse, in ogni caso vedono come centrale l’incomunicabilità. Essere analfabeti funzionali, all’atto pratico, vuol dire non essere in grado di dare forma ai propri sentimenti e ragionamenti; vuol dire scontrarsi con il disagio di sentirsi incompresi e di non saper comprendere.
Su altro fronte, poi, va considerato che, il numero di parole a disposizione dell’individuo comune, almeno in Italia, è bassissimo, aggirandosi intorno alle cinquecento, mille. E’ facile comprendere così che tale circostanza chiude il cerchi dell’analfabetismo, dove non solo non si capisce e ci si capisce, ma si hanno a disposizione pochissimi termini per esprimersi ed esprimere una realtà, una circostanza.
         Ecco quindi che, mentre da una parte la nostra società si evolve inel senso della complessità, che di fatto richiede una formazione sempre più spinta, dall’altra il livello di alfabetismo funzionale presenta frequenze sempre più basse, dove è dilagante il fenomeno che si sostanzia nell’incapacità-impossibilità di comunicare, rendendo così le relazioni, centrali nella vita dell’individuo comune, altamente imprecise, inefficaci, sfociando così queste in vari tipi di disagio, dove quello psicologico è solo quello più evidente.

Danilo De Luca

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