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martedì 24 settembre 2019

La Rivoluzione Informatica (parte terza): gli anni ’60, ovvero verso Internet – di Andrea Tundo


Sulla scia degli sviluppi informatici del decennio precedente, ovvero quelli degli anni’50 del secolo scorso, trattati nel pezzo precedente, rispetto ai quali va qui ricordato che sono stati prevalentemente impiegati e orientati nella creazione di apparati strategici, militari e amministrativi, ed in ogni caso, sul piano della sicurezza, sia dal governo  Usa e sia dall’Urss, gli anni 60’ -con il boom economico e lo sviluppo che l’Occidente raggiunse, che contengono l’humus perfetto per nuovi  ed inusitati progressi- sono caratterizzati ancora da un potenziamento non solo delle conoscenze e delle tecniche in campo informatico, ma sul piano applicativo, da un’azione, avente queste per strumento, ancora riservata ai massimi organi di governo di un territorio.
In questo periodo, negli anni ’60 appunto, i computers non sono più fantascienza e non sono più un fenomeno episodico, essendo installati in qualche migliaio di esemplari in tutto il mondo. Oltretutto, ne furono potenziate grandemente le capacità di elaborazione e calcolo. Infatti, le macchine informatiche fino a quel momento erano in grado di svolgere un programma alla volta, ma, a partire dai primi anni ’60, attraverso l’introduzione di un nuovo concetto, il cosiddetto time-sharing, ovvero la “condivisione di tempo”, esse furono in grado di eseguire diversi programmi e funzioni contemporaneamente, assegnando cioè a ciascuna macchina informatica una porzione di tempo e di calcolo. Inizia qui e così quel processo di cui oggi possiamo osservare i sempre più evidenti sviluppi, e cioè l’accostamento dell’elaborazione dati di un computer a quella del cervello umano, per potenza e funzionalità.
         Per altro verso, ben presto i ricercatori e gli esperti di programmazione si resero conto dell’inadeguatezza del metodo di trasmissione dati. E così, l’ARPA, ovvero l’Agenzia di Ricerca Avanzata del Pentagono, cercò di sviluppare una rete di comunicazione in grado connettere un sistema di computers, consentendogli di operare tutti contemporaneamente. Gli obiettivi dell’ARPA furono resi possibili grazie alle innovazioni tecnologiche apportate dell’azienda privata IBM, la quale mise a punto una linea di computers compatibili tra loro, aventi lo stesso sistema operativo.
Inoltre, si trovò il modo di rendere più resistente la rete attraverso una nuova impostazione, ovvero il pocket switching, che in pratica permetteva al flusso dei dati di essere diviso in pacchetti (piccole unità) trasmessi individualmente seguendo il più rapido percorso in rete. Questo tipo di rete distribuita, in cui ciascun utente mantiene la sua autonomia indipendentemente dall’altro, trovò il suo sviluppo pratico in ARPANET -il vero e proprio antenato di INTERNET- che si sostanziò in una rete digitale che collegava, almeno in questi anni, gli anni’60 appunto, le università e i centri di ricerca affiliati all’ARPA. 
E proprio attraverso ARPANET si mise in pratica il primo sistema di difesa militare, capace di contrastare efficacemente un eventuale attacco nucleare. Si ricorda al proposito che si è in piena Guerra Fredda, e quindi vi è una corsa non solo agli armamenti ma anche allo sviluppo dei sistemi informatici, che consentono una massima efficienza del sistema bellico.
Il lettore più esperto potrà facilmente notare da sé che il sistema bellico americano viene portato avanti, gestito e supportato dai privati e da aziende private, ivi compreso lo sviluppo tecnologico, ma a beneficiarne di questo sono, per il momento, unicamente gli apparati statali e per lo più militari-strategici. E qui non è superfluo mettere in evidenza che la rivoluzione informatica, dunque, non è ancora percepibile a livello popolare e non ha ricadute sulla società, se non ai suoi massimi livelli.  Per questo tipo di fenomeno, cioè popolare, bisognerà attendere i frenetici anni 70’, con lo sviluppo dello stimolante e variegato ambiente di Palo Alto in California, dove un ruolo decisivo lo avrà, come si metterà in luce nel prossimo pezzo, il noto Steve Jobs. Ma ad ogni modo, come si può facilmente arguire, proprio negli anni ’60 si gettano le basi per un possibile sviluppo diffuso del mondo informatico e per sostenere la visione dello stesso Steve Jobs, che si auspicava una “democratizzazione” dell’informatica, ovvero che ogni cittadino del mondo possedesse un computer. Visione corretta, da momento che oggi, gran parte della popolazione mondiale possiede il cosiddetto cellulare, che altro non è che un potente computer tascabile.

Andrea Tundo

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