HOME PAGE

giovedì 11 aprile 2019

Dalla Seconda alla Terza Repubblica (parte terza): berlusconismo e antiberlusconismo - di Massimiliano Lorenzo




     Dopo la fine dei partiti novecenteschi e l’insediamento del personalismo, gli avversari del politico che irruppe sulla scena politica italiana, ovvero Berlusconi, fu tutt’altro che ragionata e organizzata. Coloro che si opposero al capo personalista preferirono scagliarsi, anche negli aspetti più strettamente personali, direttamente sulla sua figura, quasi questa fosse il reale ed unico problema. Vennero, dunque, portati ben pochi argomenti alternativi, preferendo farsi dettare la linea politica proprio da chi credevano di combattere sul piano politico. E sin da questo momento occorre chiedersi come mai la sinistra a capo dei migliori intellettuali del Paese, strutturati in un vero e proprio esercito, data la sua consistenza numerica, non sia riuscita ad elaborare strategie politiche efficaci ed efficienti, risolvendosi in un’azione di basso profilo.
    Ad ogni modo, come accennato, la discesa in capo del primo politico che possiamo definire “nuovo”, vale a dire Silvio Berlusconi, fu all’origine del nuovo assetto del dibattito politico italiano. L’allora proprietario della società finanziaria Fininvest e della società di produzione Mediaset, Berlusconi appunto, iniziò a farsi strada nel potere politico italiano e nelle sue istituzioni a metà del 1994, quando divenne Presidente del Consiglio per la prima volta, perché vittorioso con il partito da lui fondato, Forza Italia. Da allora, i suoi oppositori si concentrarono soprattutto sullo screditare, con ogni mezzo, la sua figura sul piano personale e non sul piano strettamente ideologico.
    V’è da dire che, Berlusconi, nelle quattro esperienze da primo ministro della Repubblica Italia, sino al 2011, ha spesso dato ossigeno ai suoi detrattori, inanellando una serie di leggi ad personam o ad aziendam, per le quali da più parti è stato attaccato, ma mai in maniera incisiva. E forse che la sinistra ha fatto volutamente una finta opposizione? In ogni caso, le motivazioni per le quali Berlusconi è stato criticato, anche fortemente, erano comunque fondate: dall’essere un amico dei mafiosi (Mangano e Dell’Utri, che lo aiutarono a fondare Forza Italia, sono stati condannati per reati di mafia), alle leggi sulla proprietà delle frequenze televisive (varie corti hanno più volte sentenziato il passaggio illegittimo di Rete4 sul satellite, mai avvenuto), sino ai comportamenti poco ortodossi, nel privato e nel pubblico (le olgettine o le corna nei consessi internazionali, per esempio).
    Detto ciò, però, i suoi oppositori hanno decisamente sbagliato mira e modalità di sparo. Hanno incentrato la strategia politica sugli attacchi personali contro un solo soggetto, Berlusconi appunto, senza proporre un’alternativa politica credibile e senza discostarsi dal suo operato quando sono stati al governo del Paese, o, ancora, non hanno prodotto leggi che potessero mettere un freno all’espansione del suo impero economico. Tutto ciò può considerarsi errato politicamente, oltre che deleterio per la propria parte politica ed il proprio elettorato. E la sinistra tutta ha fatto proprio questo. Ha provato a sconfiggere Berlusconi sul piano giudiziario e non politico, sul piano della moralità e non su quello elettorale e delle idee. Tutto ciò, da una parte non comprendendo verso dove stesse andando la società, come osservava il Cavaliere, e cosa la attirasse, dall’altra parte facendone proprio di Berlusconi un martire, e, si sa, questi, i martiri infatti, raccolgono sempre una certa vocazione ed interesse.
     Il centro-sinistra insomma cercava di battere Berlusconi e, invece, gli spianava la strada verso il potere ed il consenso, nonostante il capo di Forza Italia - Popolo delle Libertà poi – nel tempo ha mancato la sua rivoluzione liberale, affossando il mondo del lavoro con la Legge Biagi, che lo precarizzò, ingessando la ricerca e l’Università con la Moratti e la Gelmini, emanando varie epurazioni di giornalisti a lui scomodi, introducendo il divieto di processo per le più alte cariche dello Stato e via dicendo. Anche se v’è da dire che durante il suo Governo i debiti dello Stato sono stati fortemente contenuti e la tassazione meno sperequata, circostanze queste che si deteriorano a partire dal 2010.
Massimiliano Lorenzo

lunedì 8 aprile 2019

Recensione n°2 - Rossella Maggio e le sue ultime poesie in La Leggerezza - di Mauro Ragosta




            La Leggerezza, edito all’inizio di quest’anno per Pegasus, è lo scritto della maturità di Rossella Maggio, e non solo perché è il suo ultimo lavoro in ordine di tempo. E’ un grido al Mondo per la bellezza della vita, la cui causa efficiente è la venuta meno della tirannia delle passioni. Si tratta di un pot-pourri di poesia che, seppur con un filo conduttore ricercato o portato avanti col suo intelletto in maniera blanda, conta di sintesi liriche di grande pregio e centrate sulla vita, sull’amore, sulla morte e sulla stessa poesia, non mancando di riverberi anche sul poeta, circa il suo ruolo e la sua essenza profonda. E qui mi preme sottolineare che per Rossella il poeta non si deve nascondere dietro la parola e i suoi formalismi, ma deve essere la stessa parola, anche nella sua indeterminazione, e dunque colui che svela e si svela attraverso il verso.
            Ma c’è di più! Rossella, con le sue poesie in questa ultima pubblicazione, si affaccia anche su questioni e problematiche esoteriche di buon livello, mettendo così in evidenza la sua tensione verso una voglia di vivere ad un livello più profondo, una voglia di avere una visione della vita illuminata dall’intuizione e dalla percezione, che implichi, insomma, il ricorrere ad un uso più pragmatico e ponderato nonché di secondo livello della ragione ordinaria.
            Interessante, anzi, molto interessante è la sua concezione del dolore, quale componente ineliminabile dell’esistenza, e che emerge dalle sue poesie con grande forza. Un approccio che le consente di viverlo e descriverlo senza subirlo, senza ad esso ribellarsi o, ancora, accettarlo, ma al contrario di trattarlo come qualcosa da accogliere e gestire come fatto di vita, senza una sua precisa valenza o funzionalità o ancora un’escatologia.
            Particolare attenzione meritano le liriche sull’amore, che viene descritto in una prospettiva trascendente, al di là della gioia e del dolore, del piacere e della sofferenza, e che inducono a considerare questo fenomeno come principale fonte della vita stessa. E queste, ovviamente, in una prospettiva tipicamente femminile, implicante le traiettorie, le capacità e le facoltà materne.  Una dimensione quella dell’amore in cui Rossella con grazia conduce il lettore, rispetto al quale sortisce l’effetto di fugare molte delle sue paure per la vita.



            In definitiva, le visioni e le poesie di Rossella Maggio in La leggerezza appaiono prive di illusioni, falsi miti, luoghi comuni, verità edulcorate ipocritamente.
            Un volume, questo appunto di Rossella, che pare porsi da spartiacque nella sua produzione e che segna il passaggio da un incedere tumultuoso, cromaticamente acceso ad uno dove prevalgono i colori pastello e dove le passioni, pur sempre attive e propulsive della vita, ma meno violente, cedono il passo ad una visione ponderata dell’esistenza, più armoniosa e consapevole; e da qui lo stupore e la forza che traspaiono nei suoi versi.
            Da quanto sin qui illustrato, e per concludere, è facile comprendere che questo lavoro di Rossella Maggio presenta una valenza di non poco conto anche su di un piano comparativo, avendo caratteristiche e peculiarità e piacevolezza non comuni. In più, nel distretto poetico leccese dove la ricerca si presenta molto attiva e spiccata, dove sempre più numerosi sono gli attori che si presentano e che si propongono al grande pubblico, Rossella si colloca tra quelli che invece di condividere la propria ricerca appunto, affermano i propri traguardi, i propri punti fermi, i propri valori, la propria visione delle cose e della vita.

Mauro Ragosta

venerdì 5 aprile 2019

Avvio all'esoterismo (parte terza): il simbolo del serpente - di Andrea Antonello Nacci




         Dopo aver chiarito cosa intendiamo per esoterismo, nella prima parte di questa rubrica, e aver avviato il percorso parlando sul significato e sulla funzione dei simboli, nella seconda parte, in questa, la terza, cominciamo ad analizzare il primo dei tre simboli che proporremo nelle prossime pubblicazioni. E questo è per l’appunto il serpente, al fine di capire cosa si nasconda dietro questo simbolo.

Da sempre il Serpente è stato considerato uno dei simboli di Conoscenza e potere Esoterico dalle culture di tutto il mondo. Esso viene mostrato più e più volte come una potente Divinità. Il Serpente è associato all’idea di dualità, sia negativa che positiva anche nel Cristianesimo, come è mostrato chiaramente nella Bibbia a proposito della storia di Adamo ed Eva o in quella di Mosè. Lo prendiamo quindi come punto di partenza per iniziare da qui il nostro percorso attraverso i principali simboli esoterici.

   Una prima caratteristica legata al simbolo del Serpente è la rinascita/rinnovamento. Questa creatura ha la capacità di perdere la sua vecchia pelle durante la crescita. Ciò che simboleggia il distacco metaforico di questa pelle, rappresenta quindi il rilascio dai vecchi modi di pensare che non funzionano più nelle nostre vite, mentre la nuova pelle è indice di Rinascita, nuovi inizi e Purificazione. Per molte culture, il potere del Serpente consiste nella sua rappresentazione dell'energia vitale. Questa energia rimane avvolta in spire alla base della nostra spina dorsale e lì rimane dormiente finché non è pronta ad entrare in azione. Questo movimento, detto della kundalini è l'unione finale tra il Maschile e il Femminile attraverso il cuore, che rappresenta l'equilibrio finale.

   Nell'antico Egitto, la forma circolare di un Serpente che inghiottisce la sua coda è stato un segno di eternità e di unità. Ma che cosa è l’eternità? E’ quel luogo e quel tempo dove non regnando le illusioni, la vita è sempre la stessa nel suo scorrere ed è legato più ad uno stato mentale che materiale. Ma riprendendo il nostro simbolo, questo era conosciuto come "Ouroboros", raffigurazione di un rettile (talvolta un drago) che si mangia la coda e nel farlo crea un ciclo. Esso è uno dei simboli dell'eternità, della natura ciclica della vita e di ciò che dura per sempre, per l’appunto, perché nella fine sta il suo stesso inizio. Parallelamente, il Serpente è associato anche con l'immortalità e gli dei nelle epoche del Regno Antico e Medio nella mitologia egizia. In linea di massima rimaniamo in quanto tracciato per quanto detto sull’eternità. Un Serpente era raffigurato su tombe mentre trasportava il Faraone nel Cielo, verso la terra degli Dei. Il Serpente divenne così un fortissimo simbolo di regalità in questo periodo e apparve anche sul copricapo dei faraoni. Nel periodo del Nuovo Regno, tuttavia, quando l'Egitto fu invaso e conquistato dagli Hyksos, il Serpente rappresentò gli invasori e fu quindi considerato una creatura malvagia. Gli Egiziani credevano anche che il dio Amon potesse trasformarsi in un Serpente per rigenerarsi e sostenevano che il mondo sotterraneo era sorvegliato da Nehebkau, un Serpente a due teste che offriva protezione. E qui, cosa si intende per mondo sotterraneo? Questo è per lo più l’inconscio, la vita delle passioni, l’indifferenziazione dei sentimenti e delle pulsioni a livello originario, nelle sue contraddizioni a volte indistinguibili. Inoltre, gli egizi rappresentavano il dio Apophis come un gigantesco Serpente d'acqua velenoso incarnazione del Caos. Rimane qui interessante notare anche come gli Ouroboros si trovano spesso come ornamento anche nella cultura Celtica, a volte con la coda che forma uno o due otto (il simbolo dell’infinito o anello di Moebius) prima di entrare nella sua bocca.
Nel resto della mitologia Africana poi, si narra di un Dio che creò il sole, la luna e in seguito la terra che modellò da un pezzo di argilla. Il Dio creò anche una serie di gemelli, gli esseri primitivi, chiamati Nummo. I gemelli erano metà umani e metà Serpenti, il gruppo etnico del Mali e dell'Alto Volta chiamato Dogon. Gli spiriti ancestrali erano immortali e si dice che provenissero da un altro pianeta e misericordiosamente combinassero il loro DNA con gli animali sulla Terra.

   Nella mitologia Greca e Romana, il Serpente simboleggiava uno spirito guardiano e fu inciso su moltissimi altari. Nel tempio di Atena ad Atene, un Serpente tenuto in una gabbia era ritenuto la reincarnazione di Erittonio, uno dei primi re dell'antica Grecia. Allo stesso modo, un Serpente era custodito nel santuario di Apollo, dove era tenuto da una vergine nuda. Nella mitologia greca, Medusa e altre gorgoni (creature femminili) avevano zanne affilate e serpenti vivi per capelli. L'associazione di donne e serpenti si estese anche a Medea, che fu trainata da un carro guidato da serpenti, così come la dea Serpente minoica che teneva un Serpente in ciascuna mano.
Un corto bastone intrecciato da due Serpenti, a volte sormontato da un paio d’ali, inoltre, era conosciuto dai Greci come “Caduceo". Esso era, ricordiamolo, il simbolo di Ermes, dio del commercio e non, come spesso viene scambiato, il forse più celebre "Bastone di Asclepio". Quest’ultimo, di contro, presenta un solo Serpente avvolto in spire ed è il simbolo delle arti della Medicina e della Farmacologia. Il bastone di Asclepio può essere letto come simbolo di vita e salute ed anche nelle arti funerarie si trova di solito su tombe appartenenti a persone legate al mondo della medicina. Appare facile ritenere qui che la connessione del Serpente con la medicina sia collegata ovviamente al suo veleno.


   Nella Cultura Ebraico Cristiana infine, oltre all’episodio del Serpente nel Giardino dell'Eden, che avvolge le sue spire attorno all'albero della vita e tenta Eva ed Adamo, ricordiamo che nelle prime versioni dell'Antico Testamento, si fa riferimento agli antenati di un dio Serpente, anche se i riferimenti sono stati successivamente eliminati o interpretati come meramente allegorici attraverso numerose traduzioni ed adattamenti. I Serpenti erano certamente associati a Mosè, il quale fu incaricato da Dio stesso di farne un idolo che guariva coloro che erano stati morsi da rettili velenosi al solo guardarlo. Ci si riferisce anche al bastone di Mosè come avente poteri magici, potendosi trasformare proprio in un Serpente per tornare nuovamente nuovamente allo stato iniziale, a seconda delle circostanze. Successivamente, nell’iconografia Neotestamentaria, l’immagine della Vergine Maria che cammina su di un Serpente ha avuto una diffisione immensa, anche attraverso il testo di invocazioni e preghiere. Di conseguenza, nell'arte Cristiana la Vergine viene spesso raffigurata mentre schiaccia la testa di un Serpente in cima a un globo che simboleggia la terra. Il tema dei personaggi cristiani che si oppongono al Serpente ci è familiare, ma forse è meno noto il perché si tratti proprio della Madre di Cristo in particolare. La risposta sta nell'Astrologia che è segretamente scritta nei testi Biblici, esattamente come avviene per lo Sciamanesimo. Nelle prime ore della mattina di Natale infatti, nell'emisfero settentrionale, è proprio la costellazione della Vergine a sorgere al di sopra dell'orizzonte orientale, dove simbolicamente dà alla luce il Sole. Seguendo il suo cammino sull'orizzonte si individua facilmente la “testa” del Serpente dell’omonima costellazione. La simbologia Astrologica è qui dunque molto chiara; la Vergine si innalza sopra la terra e fa un passo sulla testa del Serpente mentre si prepara a dare alla luce suo Figlio.

   E chiudiamo infine ricordando come, sebbene l'immagine di un Serpente su di una croce venga considerata il simbolo dell'ultima tentazione di Cristo (la conoscenza) qualora esso abbia anche ali staccate e sia cinto di una corona, ciò faccia riferimento più facilmente alla croce di Flamel, alchimista Francese vissuto a cavallo dei secoli XIV e XV, che in Alchimia rappresenta invece la "fissazione del volatile" e può quindi riferirsi maggiormente a quegli Alchimisti che avessero tentato la trasmutazione umana.


Andrea Antonello Nacci

martedì 2 aprile 2019

Archivio Ragosta - La cultura: strumento e diletto?




             A livello superficiale, per cultura si intende ciò che è esercizio intellettivo: leggere, scrivere, dipingere, suonare, recitare, costruire un edificio, il designer. Questo nell’accezione più diffusa, più abbordabile per tutti. Nella prospettiva più profonda, invece, il concetto di cultura si estende il modo d’essere e cioè quando le idee, le informazioni si “sciolgono” nel comportamento in senso lato e nella costruzione della realtà o della sua "immagine". E per l’approfondimento della questione si rinvia in altra sede, qui è sufficiente dire ciò.
            Al di là di ciò, è interessante chiedersi perché si fa cultura. A che cosa serve la cultura? Questioni che oggi, pare, assumano una rilevanza vieppiù crescente. Discorso, in ogni caso, ampio che tuttavia in prima approssimazione qui di seguito verrà sviluppato in maniera di primo approccio. Molti sono infatti, i piani di riferimento del concetto dell’esercizio di cultura, i quali sovente si intersecano e si sovrappongono nonché presentano diverse e collegate valenze.
            Innanzitutto, ci si esercita nella cultura per proprio diletto, per passione. E’ intrigante costruire un romanzo, ad esempio; un brano musicale o addirittura un oggetto. Jung per proprio piacere scrisse Il Libro Rosso.
            Ma l’attività culturale può essere sviluppata anche per motivi sociali e di convivialità. Anzi, soprattutto a Lecce, l’opera d’arte, intesa in senso ampio, ha un alto valore di sociabilità. Rinomati in tale direzione sono i momenti di reading, le presentazioni di libri e di opere di vario genere a scopi fondamentalmente di condivisione e amena conversazione.
            Ciò non esclude che l’esercizio culturale, e questo vale per molti, assurga a strumento di visibilità e di competizione sociale. E’ noto a tutti che l’uomo di cultura sia degno della massima stima, del rispetto. Da qui, in molti ambiscono all'esercizio del potere culturale, dell'ossequioso inchino del proprio interlocutore o del prossimo tout court.
            Al di fuori di queste accezioni, l’esercizio culturale si presenta strumentale anche per una crescita personale, e note sono le qualità terapeutiche della pittura, della scrittura e via dicendo. Non poche volte si redige un testo o si fa teatro per sviluppare il proprio essere o venire in chiaro con se stessi. E non solo. L’esercizio culturale placa l’ansia, modera l’angoscia del vivere.
            Ma la pratica della cultura è anche esercizio politico, dove per politica si intende la visione del vivere e della società, soprattutto, organizzata nelle sue dinamiche. Per definizione la cultura è politica quando trasmette valori, significati, visioni dell’esistenza individuale e sociale. La storiografia, la sociologia, come tutte le materie dello scibile umano, non possono non essere politicizzate. Ma è politicizzata anche la poesia come l’architettura. Inutile citare dai filosof napoletani del ‘700 a Gramsci. Ma poi, diversi ed opposti, ad esempio, sono i messaggi musicali di Mozart rispetto a Beethoven: due visioni dell’esistenza diametralmente opposte.
            E per concludere la cultura è, soprattutto oggi, lavoro. Tralasciando i ghost writer e tutti i ghost che circolano silenti nel mondo culturale, molti sono gli operatori che realizzano le opere secondo le leggi di mercato. Al riguardo, si analizzano i gusti, le caratteristiche dei consumatori di cultura e si crea professionalmente un’offerta. Dall’incrocio della domanda e dell’offerta di cultura, e cioè il momento in cui la domanda trova la sua offerta qui si determina lo scambio, il tipo e le specifiche dei mercati culturali e dunque, la cultura di un popolo.
            Quanto sin qui detto, perché la cultura, nell’accezione sia della fruizione sia della produzione, sarà la determinante della società del domani, dove il momento culturale appunto, diventerà di massima importanza a tutti i livelli sociali. Già oggi se ne percepisce la valenz, e proprio per questo, i distinguo non sono superflui. 

 Mauro Ragosta
 PS: articolo apparso sul quotidiano on line Paise Miu il 26 agosto 2016
Nota: chi fosse interessato alla mia produzione di saggi, può cliccare qui:

sabato 30 marzo 2019

Dalla Seconda alla Terza Repubblica (parte seconda): Il dissolvimento delle tradizionali figure politiche - di Massimiliano Lorenzo



Antonio Gramsci, Aldo Moro, Enrico Berlinguer, Sandro Pertini, sono solo alcune delle figure più importanti che la politica italiana ha conosciuto nella sua storia novecentesca. Uomini e politici capaci di portare con sé quel senso della vita pubblica e delle istituzioni che oggi praticamente non è più possibile rivedere in nessuna delle figure del ventunesimo secolo.
Il fatto che non si riescano a ritrovare figure di tale levatura e tale acume, però, non è un caso, non è il semplice seguire degli anni. Elementi e decisioni ai più alti livelli delle gerarchie hanno condotto a quanto siamo costretti a sentire e vedere, oggi.
Un primo fondamento verso cui volgere lo sguardo? Alla cultura, al suo peso ed alla sua importanza. Il suo declino è piuttosto un appiattimento, un livellamento verso il basso, del neppure troppo lento sprofondare nel buio della ragione, quello che “genera i mostri”! Se prima i nostri politici, non necessariamente laureati nelle più grandi università del globo, erano in grado di muoversi sui vari livelli della discussione pubblica, sui vari temi, lo dovevano soprattutto al grande studio alla base dei loro assunti. Poche erano le enunciazioni vuote e scarne di significato, pochi i “verbi” lasciati volare per caso. La cultura ed il suo peso erano centrali nel loro agire, pur negli errori e nelle scelte sbagliate.
Proprio Gramsci spiegava cosa fosse la cultura, nel suo articolo “Socialismo e cultura”, del 1916: «È organizzazione, disciplina del proprio io interiore, è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri.» È ovvero elaborazione, riflessione e non scimmiottamento, o superficialità o “copia-incolla”.
L’ultimo decennio del secolo scorso, però, portò con sé, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, anche la fine di uno schema, la fine della contrapposizione tra due distinte proposte di organizzazioni dello Stato, dell’economia e della società, insomma di due alternative: Occidente contro Oriente, liberismo e liberalismo contro comunismo.
Non a caso la parabola discendente della qualità dei politici parte dai primi anni Novanta, dalla perdita del vecchio schema. Politici di destra e di sinistra, da allora, iniziarono la rincorsa verso il centro e le idee liberal-democratiche, oramai diventate unico regime. La sinistra e, nello specifico, il Pci con la “svolta della Bolognina” e Occhetto con “la cosa”; la destra col Congresso di Fiuggi, con il predellino, Silvio Berlusconi e le sue aziende di famiglia.
Il primo lustro ’90 per l’Italia significò dunque la distruzione di un modo di pensare e fare politica e la nascita di uno totalmente nuovo. Si sviluppò quella vuota politica dell’alternanza, tanto acclamata dalla democrazia occidentale, e del personalismo. Perché vuota? Perché l’alternanza non ha mai significato “alternativa!” Anzi, ha portato alla ricerca della conquista di piccoli potentati economici, dove la qualità del politico e del rappresentante non si quantificano in idee e spessore morale, ma in sacche di voti da assicurarsi, costi quel che costi. Si è passati dunque, da un conglomerato di filosofie e di modi di concepire lo Stato e la società, ad una competizione tra “amministratori di condominio”, con tutto il nostro rispetto per gli amministratori di condominio.
Massimiliano Lorenzo

mercoledì 27 marzo 2019

Cultura e mondanità a Lecce: le ultime tendenze - di Mauro Ragosta


         
     Le principali novità del mondo culturale leccese, durante l’ultimo anno, sono ascrivibili principalmente all’editoria ed al circuito degli scrittori. In fase di stasi appare, invece, il mondo del teatro, che non riesce a sviluppare formule innovative né riesce ad affrancarsi dal sussidio pubblico. Naturalmente, non mancano a simile scenario le dovute eccezioni, tra le quali va segnalata la compagnia teatrale di Copertino, Scena Muta e le incursioni di Salvatore Cosentino. Sulla stessa traiettoria, ovvero quella del teatro,  anche il mondo della musica, ma con marcature meno accentuate, il quale non mostra significative novità sotto il profilo sociologico, artistico ed economico.
            Di segno opposto, invece, come s’è avuto modo di sottolineare nell’incipit, il mondo del libro. Questo, dopo aver assistito negli ultimi due anni alla creazione di rassegne, rubriche e contenitori culturali -in virtù di un certo dinamismo delle associazioni culturali indipendenti e dell’azione di particolari attori di questo mondo, tra i quali ricordiamo per il loro impegno Giuseppe Orsi, Giuseppe Pascali e Daniela Mazzotta- ha visto muoversi in un’ottica rinnovata gli autori seriali, i quali da una visione locale sono passati agli scenari nazionali, contrastando così i noti flussi culturali Nord-Sud e avviando con forza quelli Sud-Nord. Il processo, come al solito è stato avviato da Maria Pia Romano durante l’ultimo lustro, alla quale si sono affiancati un congruo numero di autori e alcune case editrici salentine, che seppur timidamente cominciano ad approcciare ed esperire i mercati del Nord. Tra questi si distinguono con forza, Giovanna Politi, che progressivamente dopo aver consolidato le sue posizioni sul mercato locale, si è affacciata su scenari decisamente molto più ampi, con cavalcate letterarie di rilievo nazionale. Degna di nota è anche l’attività dell’editore Stefano Donno, che dopo aver messo a punto il suo sistema aziendale, fondato sul just in time, da novembre dello scorso anno ha cominciato a presidiare in maniera stabile il mercato milanese e, da poco, anche quello torinese. Una netta retrocessione, invece, va registrata per l’ICS, che ai suoi albori lasciò sperare in grandi traguardi e che invece oggi pare si sia risolto, dopo l’exploit iniziale, in soluzioni culturali meno eclatanti, più di routine.
            Altra novità viene dal mondo dell’Università. Qui, in seguito alla progressiva deminutio dei suoi ruoli storici -ricerca e formazione della classe dirigente- soprattutto nell’ultimo anno questa si è proiettata nel mondo non accademico e della mondanità con forza, alla ricerca di nuove funzionalità e nuovi registri, nuovi lemmi d’azione. In tale traiettoria, il mondo culturale leccese e della mondanità hanno offerto agli accademici spazi sempre maggiori, consentendo loro lo sviluppo di forme seriali di intervento. Nell’ultimo anno, va sottolineato, particolarmente intense sono state, infatti, le attività mondane e culturali di alcuni e noti docenti leccesi.
            Ecco quindi, che la serialità ed in definitiva l’industrializzazione del mondo del libro -volendo usare metafore vicine a quelle proposte da Ada Fiore- comincia anche ad interessare la provincia di Lecce, esprimendo soluzioni significative, sebbene in ritardo rispetto all’incedere della concorrenza del Nord, per la quale, va sottolineato, la letteratura politica tout court rimane ancora una sua esclusiva prerogativa. Certamente, tutto lascia intravedere che nel corso del prossimo decennio verranno recuperate molte delle posizioni perdute per effetto delle asimmetrie del sussidio pubblico, che si è posto come asse e motivo del divario Nord-Sud, dove però il Meridione, ed in particolare la provincia di Lecce, sta recuperando molte posizioni grazie all’iniziativa privata.

Mauro Ragosta

venerdì 22 marzo 2019

Avvio all'esoterismo -parte seconda: che cosa è un simbolo? di Andrea Antonello Nacci





“La verità non è venuta nel mondo nuda, ma è venuta in simboli ed immagini. Esso non la riceverà in altra maniera” [Vangelo di Filippo - 67]


Dopo l’introduzione all’esoterismo pubblicata ultimamente, e prima di iniziare un percorso di approfondimento su questi temi in modo analitico e specifico, oggi iniziamo ad introdurre il concetto di Simbolismo.

Se volessimo quindi dare una risposta alla domanda: “Che cos’è il simbolismo?”, probabilmente inizieremmo col dire che il simbolismo è la rappresentazione di una cosa al posto di un'altra,  ottenuta utilizzando una persona, un oggetto o un'idea. Un simbolo è, quindi, qualcosa che è stato scelto di far rappresentare da qualcos'altro. E spesso si tratta dell’iimagine di un oggetto fisico che ne rappresenta un altro, di carattere esoterico o spirituale.

Quasi tutto può essere o diventare un simbolo. Iniziamo col dire però che tuttavia alcuni di essi, per le più varie ragioni,  sembrano essere o essere stati maggiormente utilizzati (anche talvolta in ambiti esoterici molto differenti tre loro e con significati diametralmente opposti) nelle differenti epoche storiche e che pertanto, vengono più facilmente riconosciuti come tali da una platea molto più vasta.

Il simbolismo esoterico può essere trovato nell’ambito della Magia, nell'Alchimia soprattutto spirituale, così come nei misteri di tutte le religioni del mondo. Tecnicamente il Simbolo corrisponde da un lato alla verità rappresentata, che nelle forme dei mondi superiori corrisponde alle diverse forze in azione mentre, dall’altro, assolve il compito sigillare i Misteri attraverso un linguaggio segreto, conosciuto solo dagli Iniziati.

Dal punto di vista Esoterico prettamente immaginifico/rappresentativo, il simbolismo e l'iconografia tradizionali, presentano una certa ricorrenza di temi “allegorici” che potrebbero tranquillamente essere definiti universali. Tra questi ricordiamo, ad esempio:

    • Forme geometriche come triangoli e stelle a cinque punte
    • Forme multidimensionali come montagne e città
    • Persone, con il significato segreto di forze superiori o aspetti di corpi superiori o di armi
    • Immagini e dipinti allegorici
    • Animali considerati “mistici”
    • Numeri “particolari”

Il nostro percorso si dipanerà quindi attraverso l’analisi dei Simboli maggiormente conosciuti (e riconosciuti) in una carrellata di immagini che saranno analizzate singolarmente sotto il profilo Storico, sotto quello delle varie Tradizioni locali (scuole Iniziatiche) e, soprattutto, sotto quello Occulto. Inoltre esamineremo anche l’uso dei Simboli in Araldica e proveremo a spiegare come si possa risalire a precise nozioni soprattutto storiche, partendo dall’Arma (= stemma) di un casato.

Non si creda tuttavia che i Simboli appartengano solo al mondo dell’Occulto o a quello Esoterico. Troviamo frequenti esempi in proposito anche nella vita di tutti i giorni come nella letteratura, nell’arte in genere. Volete un esempio?

    • Il cuore è il simbolo dell'amore
    • La colomba bianca è ovunque considerata il simbolo della pace
    • una croce bianca all'interno di un quadrato rosso è il simbolo del il pronto soccorso…

In questi ultimi casi però, la genesi del Simbolo è molto meno complessa e rimane legata unicamente all’idea che le persone hanno associato sin dall’inizio a quelle determinate immagini e, quindi, alla consuetudine pura e semplice. Giusto per citare un altro esempio sotto gli occhi di tutti, nella vita di tutti i giorni la Statua della Libertà è considerata appounto il simbolo della libertà per eccellenza. Ovviamente, l'oggetto preso in sé stesso non significa “libertà”. Tuttavia, nel tempo, le persone sono cresciute associando questa figura alla libertà quindi la sua immagine non potrà non evocare idee di libertà in praticamente chiunque la osservi.

I simboli aiutano quindi ad associare e connettere le cose con idee o concetti? Ed è sempre assolutamente vero che in realtà, a volte rappresentare un'idea avvalendosi dell’immagine di un oggetto fisico comunichi più significato che spiegare – o tentare di spiegare - l'idea stessa a parole?
Certamente. La mente fisica dell’Uomo proprio a causa della sua struttura funzionale caratteristica, non può né comprendere né conoscere - a causa delle proprie limitazioni - se non attraverso un processo fatto di similitudini ed accostamenti soprattutto di immagini. Normalmente essa procede per analisi successive e nella sua visione interiore è il soggetto cosciente che in vari modi associa l’oggetto di conoscenza ad un’immagine esteriore che non può essere che lo rappresenti. Ed ecco perchè, in questo modo e soprattutto in campo Esoterico, le immagini smettono di essere semplici “cose” e diventano rappresentazioni dell’Idea a cui associare un concetto che, altrimenti, resterebbe allo stato di percezione pura e non sarebbe comunicabile. I simboli sono quindi proprio questo: uno strumento per giungere a dare Vita alla Percezione, superando le limitazioni fisiche proprie della  mente stessa.

Andrea Antonello Nacci

martedì 19 marzo 2019

Ritratto foto-letteraio n°1: Giovanna Ciracì - di Mauro Ragosta


            

            






             Con Giovanna Ciracì si apre la serie di ritratti foto-letterari di Maison Ragosta, che puntano a declinare i più noti personaggi del mondo culturale salentino in una prospettiva sintetica, quasi iconica, al fine di offrire agli ospiti di Maison Ragosta, appunto, i colori principali di questo caleidoscopio salentino, che negli ultimi dieci anni ha assunto nuovi caratteri e nuovi protagonisti.
            Giovanna, originaria del brindisino, è culturalmente una leccese: nel capoluogo salentino ha compiuto i suoi studi e, successivamente, ha iniziato la sua carriera di giornalista e conduttrice di eventi culturali e musicali. In pochi anni -ha esordito nel 2013- è riuscita ad affermarsi nei migliori circoli culturali del nostro territorio e non solo, ed oggi, si può tranquillamente affermare, è prospicente ad un nuovo tratto della sua carriera, in una prospettiva ascendente.
            Ciò premesso, Giovanna Ciracì è, a tutti gli effetti, una mediatrice ed ha forte il senso dell’equilibrio sia sul palco, sia al caffè con gli amici, sia sul lavoro che nella quotidianità. E da donna esprime in maniera marcata una forte sensualità che accompagna ad una sobria compostezza; è dotata di slanci entusiastici che si sovrappongono ad una forte senso della misura; asseconda e allo stesso tempo domina senza imporsi; ha -per chiudere- una marcata limpidezza che mescola con la riservatezza e i suoi profili enigmatici. Rappresenta, forse, la tipica donna del Sud, che pur non supportando istanze rivoluzionarie sa rapportarsi con l’uomo e in società, in genere, in maniera paritaria, se non proprio far passare, senza dar fastidio, il proprio stile, il proprio punto di vista, la propria visione.
            Dolcezza e forza, luminosità e mistero, quindi, sono le atmosfere che ho voluto riportare in questi scatti, realizzati qualche giorno fa. E si pongono come scacchiera sulla quale si sviluppa la personalità appena tratteggiata di Giovanna. Nelle foto, le forti luci e le forti ombre, i toni a tratti violenti, altri armoniosi esprimono le varie sfaccettature di questa donna, che con un incedere poetico, si potrebbe dire che vola a pelo d’acqua, ma è capace di grandi impennate, virate e picchiate, senza mai infrangersi o scivolare nel mondo del volgare.
            Certamente, se è facile, agile rapportarsi con scioltezza a Giovanna, tuttavia non è semplice ritrarla sia sotto il profilo fotografico sia sotto quello concettuale. Si ha a che fare, infatti, con una personalità complessa e delicata, allo stesso tempo, rispetto alla quale bisogna avere un’attrezzatura culturale non comune. In tale direzione, spero di aver almeno in parte, colpito il segno, con i miei scatti.
In ogni caso, “la Ciracì” è donna che offre al contesto culturale salentino quel contegno e quella dignità che appaiono nuovi, al passo con i tempi, più cittadini e lontani dagli schemi accademici tradizionali, che da sempre hanno caratterizzato il nostro ambiente culturale e che nella prospettiva moderna appaiono alquanto logori e consunti.

Mauro Ragosta

mercoledì 13 marzo 2019

Dalla Seconda alla Terza Repubblica - parte prima: le premesse di Massimiliano Lorenzo



          La vita repubblicana dell’Italia quest’anno ha raggiunto la veneranda età di settantuno anni ed è opinione diffusa che essa sia nella sua terza fase. Dopo quella trascorsa dalla sua fondazione sino ai primi anni ’90 e quella che possiamo dire conclusa, dopo un lungo periodo di travaglio a partire dal 2008, con le ultime elezioni politiche del 2018, oggi ci troviamo in piena Terza Repubblica, di cui viviamo i primi scorci e rispetto alla quale non è sempre facile intercettarne le determinanti, le peculiarità, le sintesi.
Qui, su Maison Ragosta, sarà invece curata la rubrica “Dalla Seconda alla Terza Repubblica” di cui queste sono le premesse, e che si snoderà in un percorso, in un viaggio storico e del ricordo al fine di offrire al lettore una serie di spunti di riflessione, che portino ad una maggiore consapevolezza del presente e della società in cui viviamo. E ciò in una prospettiva non solo politica, ma anche economica, sociologica, giuridica e filosofica, non mancando di corredare le notazioni anche con appunti di costume. Dove, dunque, vi porterà questo viaggio storico? Cosa cercherà di mostrarvi e chiarirvi?
L’intento, ovviamente, è quello di fare luce su cosa e chi ha condotto la politica, l’economia e le istituzioni italiane al governo giallo-verde, allo sgretolamento della partitocrazia, all’affermazione del populismo di destra e di sinistra, tentando anche delle proiezioni per il futuro e la ricerca delle nuove determinanti che distinguono la nuova destra e la nuova sinistra ed in definitiva le nuove sensibilità politiche.
Leggerete, dunque, come, partendo dalla fine dei partiti novecenteschi, si sia giunti alla personalizzazione della politica e del consenso. Un percorso che vedrà figure cardine del centro-destra e centro-sinistra essere sì competitive, ma sempre più simili. Ma si parlerà anche della crisi della politica, che non riesce più a trovare percorsi innovativi in presenza di una società molto evoluta, rimanendo sostanzialmente agganciata a percorsi tradizionali, a strade già battute, incapace dunque di trovare nuovi schemi interpretativi della nostra società.
Nei vari passi, però, non mancheranno spazio e riflessioni sull’Unione europea e l’Europa, come hanno inciso e dove hanno condotto. Si potranno capire i perché della disgregazione sociale e dei valori, l’odierno tentativo di un ritorno allo Stato-nazione, dove il governo Movimento 5 Stelle – Lega è solo il risultato, il prodotto di tutto un lungo percorso, sul quale hanno inciso non poche variabili sia di sistema sia incidentali.

Massimiliano Lorenzo

sabato 9 marzo 2019

Recensione n°1 - L'ultimo lavoro di Mimma Leone: Le congiunzioni della distanza



          Viene facile perimetrare l’ultimo lavoro di Mimma Leone come un classico: sarebbe andato bene nei primi del ‘900, va bene oggi e sarà motivo di riflessione anche nei tempi a venire.
            Le congiunzioni della distanza, edito da Alter Ego in novembre del 2018, è, infatti, un volume senza tempo, non solo sotto il profilo narrativo, ma anche letterario. In riferimento a quest’ultimo aspetto, il raccontare di Mimma è piano, scorrevole e, sotto molti profili, decisamente gradevole, mentre il linguaggio, oltre che essere preciso, vede una scelta lessicale senza inflessioni ascrivibili a qualche scuola.


      La trama si snoda su più piani e a più livelli, dove l’azione si alterna sapientemente ed in maniera intrigante al ricordo, alla riflessione, all’analisi delle “congiunzioni”. Qui, la protagonista, Ginevra, è una giovane archeologa che lavora a Venezia, ma è legata da motivi affettivi profondi col Salento, con un piccolo centro abitato, dove ha trascorso l’infanzia: legami con la gente, col territorio, con la sua amica del cuore, Anna. E Ginevra torna nel Salento per vivere una storia allo stesso tempo fantastica e sentimentale, piena di colpi di scena e il fluire ordinario delle cose, in cui il ricordo del passato si alterna all’azione, in una narrazione del tutto particolare.
            Parole e fatti, in Le congiunzioni della distanza di Mimma, hanno più significati e più ambiti di riferimento. E’ questo lo specifico del testo, la novità, e si realizza una volta terminata la lettura, cui generalmente segue una profonda riflessione che prende in considerazione i vari ambiti narrativi proposti e porta a speculazioni in varie dimensioni: materiale e spirituale, dentro e fuori da sé, presente e passato, esoterico ed essoterico…..qui e lì.
            D’altro canto, sin dalle prime pagine, si percepisce subito che, Le congiunzioni della distanza, è un libro che mostra chiara una sensualità tipica femminile, che ovviamente non si risolve in uno stile ed in un raccontare banali, ma, al contrario, molto stimolanti, che lasciano intravedere dell’autrice una personalità forte e, allo stesso tempo, un’intelligenza sinuosa. Non è azzardato affermare che questo di Mimma Leone è un lavoro ed un’esperienza senti-mentale: la mente governa la trama e gli intrecci, scandisce i ritmi e le pause, mentre il cuore affonda nelle atmosfere, nei respiri del ricordo, nelle sfumature dei personaggi…nei baci.
            Insomma, le alchimie di Mimma Leone richiedono e, assieme, offrono momenti di lettura significativi, che lasciano il segno. La lettura di Le congiunzioni della distanza produce un’eco profonda ed ampia, che si propaga con gentilezza nell’animo e nel futuro. Un’autrice che, sebbene ancora giovane e alle prime esperienze narrativo-letterarie, traccia un solco significativo con questo testo non solo nel contesto culturale locale, ma anche in ambiti più ampi, perché le sue soluzioni sfidano il tempo.

Mauro Ragosta

mercoledì 6 marzo 2019

Avvio all'Esoterismo -parte prima: che cosa è l'Esoterismo di Andrea Antonello Nacci






«L’Esoterismo è l’aspetto spirituale del Mondo, inaccessibile all’intelligenza cerebrale.»

      Oggigiorno, la maggior parte delle ricerche che si fanno in rete a proposito di Esoterismo, tendono ad essere quelle che, confondendo le due cose, cercano piuttosto informazioni sull'Occultismo ed a volte dove e come iniziarne lo studio e la pratica. Tenendo questo presente, sarebbe forse il caso di stendere una breve introduzione di base riguardo alcuni concetti e principi dell'Esoterismo stesso. Tale introduzione non potrà essere ovviamente in grado di toccare ogni singolo percorso e scuola all'interno del cammino esoterico, ma cercherà di offrire al lettore una il più possibile ampia panoramica della maggior parte delle correnti principali. E ciò mantenendo, per quanto sia possibile farlo senza mancare di accuratezza, il discorso privo di pregiudiziali di carattere storico-etico.
Cos'è quindi, l'esoterismo?

     Da una rapida consultazione dei dizionari della lingua italiana la parola “esoterico” indica l’insegnamento di una dottrina segreta, riservata ad una classe scelta di discepoli oppure di iniziati. Ciò che invece può essere pubblicamente rivelato senza timore ed insegnato liberamente, viene definito “essoterico”. Dal greco, di contro, il termine esoterico indica una forza che agisce dall’interno dello spirito umano, contrariamente ad essoterico che descrive “ciò che è all’esterno”.

      Per questa ragione dunque, spesso, il termine Esoterismo è stato accostato alla Magia, ed ancora più spesso all’Occultismo. E d’altronde, anche la definizione di "occulto" porta al significato di "nascosto" o "segreto" anche se l'Occultismo è, più nello specifico, lo studio della Conoscenza Nascosta o “Magica” per eccellenza. Ma allora, dov’è la differenza?

     Possiamo definire Esoteriche tutte quelle discipline che portano alla conoscenza di chi siamo realmente, e che conducono l’essere umano a superare le tenebre interiori dell’ignoranza e dell’istintualità per fare spazio alla conoscenza Percettiva mentre, in accordo con la definizione più antica ed accettata, l’Occultismo, come la Magia, è la scienza che tende, attraverso la pratiche di Rituali che includono nella maggior parte dei casi l’invocazione/evocazione di Demoni, a causare il cambiamento della realtà da oggettiva a soggettiva, in conformità al volere di chi agisce nel Rituale per un determinato scopo. In buona sostanza, mentre l’esoterismo si sostanzia in pratiche volte a conoscere il sé, la Magia è la capacità di perseguire e raggiungere il soddisfacimento di un desiderio quasi sempre materiale, attraverso mezzi cosiddetti Occulti diretti verso l’intenzione che si è focalizzata. Le spiegazioni che si danno su come ciò possa accadere - perché ciò innegabilmente accade – offrono poi il più ampio spettro di scelta a seconda della persona a cui si chiede e variano dal “classico” intervento Divino-miracolistico, alla manipolazione dell'energia, alla parapsicologia, alla psicologia, fino ad arrivare a modelli molto più complessi e razionali basati principalmente sulla teoria del caos, sulle stringhe e sulla fisica quantistica.

       E dunque, l’Esoterismo, come già accennato, non ha a che fare né con l’Occultismo né con la Magia né con la Religione in senso stretto, ed anche se alcune Scuole Esoteriche utilizzano immagini Sacre o adorano forme Divine di varia tradizione nei loro Rituali, non esiste un vero e proprio Pantheon, oppure una Divinità o anche una Teologia universale a cui tutti gli esoteristi aderiscano. Alcuni di loro, ad esempio, sono devoti ad una particolare Religione mentre altri sono completamente atei, così come alcuni sono anche Maghi od Occultisti mentre altri non lo sono affatto. L'Esoterismo è e resta, pertanto, un fenomeno esperienziale e sperimentale assolutamente personale, non conosce scorciatoie e richiede, per poterne parlare in modo concreto e realisticamente accettabile una dose particolarmente elevata di pazienza e dedizione.

      E proprio in relazione a quanto scritto prima, necessita infine ricordare inoltre che, probabilmente, nessun Apprendista, Iniziato o Maestro darà la stessa risposta alla stessa domanda. Il primo passo sarà, per chi voglia iniziare il Cammino, capire cosa si stia cercando, se si è realmente interessati alla trasformazione spirituale in senso evolutivo e quindi alla ricerca dell’Illuminazione oppure si stia cercando solo di ottenere meramente il soddisfacimento di pulsioni personali più o meno eticamente valide.

Andrea Antonello Nacci

venerdì 1 marzo 2019

Il linguaggio del centrodestra a Lecce


         E’ ponendo attenzione al linguaggio, al tipo di lessico che si adotta è possibile scoprire i motivi profondi dell’azione o il reale obiettivo che si persegue. E ciò vale anche in politica. Anzi, soprattutto in politica le parole rivelano la filosofia recondita e profonda, gli obiettivi di un personaggio o di un uomo politico.
         A Lecce la campagna elettorale è nel suo momento centrale, e se da un lato le posizioni e le problematiche pare che abbiano una loro definizione, dall’altro non si deve escludere che lo scenario possa proporre colpi di scena, anche eclatanti, nelle prossime settimane.
         E se per il centrosinistra l’attività di propaganda e promozione appare ben definita e lineare, per il centrodestra la questione si pone un po’ più complessa e non solo per le questioni legate alle primarie, ma anche perché questo deve decidere come essere, quali strategie adottare.
         In definitiva, per il popolo del centrodestra è questo il momento di prendere delle decisioni di fondo e che condizioneranno la sua vita a venire. E proprio osservando il linguaggio dei vari concorrenti alla carica di Sindaco si possono scoprire tre posizioni di principio.
         Da un lato, troviamo i tradizionalisti, ancorati alle logiche partitiche e ad un modo di fare politica interpretate come azioni decise e calate dall’alto, non mancando tuttavia di un’azione di ascolto delle esigenze popolari. E in quest’area troviamo Erio Congedo e il candidato della Lega.
         Dall’altro, c’è chi adotta politiche più moderne e di stampo populista, legate al più puro concetto di rappresentanza. E qui non si chiedono deleghe al popolo, ma si chiede a questo di esprimere le sue volontà e determinazioni, le proprie idee, di partecipare, in definitiva, attivamente alla definizione delle strategie, di cui il politico è portavoce. Qui in questo ambito troviamo la Poli Bortone, sebbene non sia ancora avvezza in maniera completa alle logiche populiste, dato il suo background politico.
         In tutto questo troviamo anche una posizione intermedia, decisamente innovativa, che è rappresentata dalla strategia della condivisione, dove l’azione politica è la sintesi delle scelte del popolo e delle determinazioni dei partiti. E qui il politico si pone in posizione di intermediario. In quest’area troviamo Messuti, il quale dopo un lungo percorso è riuscito ad approdare a questa soluzione che pare stia gestendo con una certa agilità.
         In buona sostanza, il centrodestra leccese deve nelle prossime settimane determinare che tipo di strategia e tecnica politica scegliere, se la tradizionale, se la populista, se l’innovativa. E non è azzardato affermare che proprio in questi giorni e in queste precipue decisioni si stia assistendo al mutamento di “pelle” del centrodestra, dopo un lungo periodo di crisi.

Mauro Ragosta