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martedì 20 ottobre 2020

Riflessioni sparse sulla filosofia e sulla prassi del consumo – di Mauro Ragosta

 

          Non è improbabile che oggi sia superfluo riflettere e discutere sul consumo, con riferimento alla filosofia e alla prassi corrente, dal momento che molti sono gli indizi che lasciano intravedere che la cosiddetta Civiltà dei Consumi, avviatasi col fordismo agli inizi del Novecento, sia giunta a pieno compimento e dunque a conclusione. Da una parte il progressivo affermarsi della robotica, dell’intelligenza artificiale, delle immense possibilità della genetica e dall’altro la fortissima concentrazione delle leve del controllo sociale, ma anche, e non è fuorviante, le dimissioni di Ratzinger, lasciano intravedere che il consumismo come sistema di gestione della società sia al capolinea. Pur tuttavia riflettere su questo Mondo aiuta a comprendere quali possano essere gli sviluppi futuri della nostra società.

            Ora, lasciando da parte i consumi strettamente necessari ad una dignitosa esistenza, il consumo di beni, ma anche di servizi, presenta diverse valenze, come diversi sono i motivi per cui si effettuano gli acquisti, quelli che ovviamente vanno al di là dello stretto indispensabile. Da tali motivi vanno esclusi quelli commerciali o che travestono quelli reali. Ad esempio, è oramai un classico che un soggetto acquisti una automotrice tedesca di taglio alto, perché è più sicura, confortevole e affidabile, mentre i motivi sottostanti sono legati a questioni e logiche eminentemente di status, identità, propaganda e spesso di “scena”.

            Ed in effetti, diffuso si presenta il consumo nella prospettiva identitaria, dove il bene ha una natura di feticcio. Il soggetto in tale prospettiva si identifica col bene acquistato, crede di avere la stessa valenza che gli esperti di marketing e i veditori hanno attribuito al bene ceduto. Tipico è il consumo di super car da parte di soggetti che a malapena sanno guidare, i quali credono che possedere il bolide equivalga ad essere esperti piloti, di grande potenza espressiva nella guida. Sulla stessa lunghezza d’onda sta il consumo dei profumi, che si modulano sui significati attribuiti dai produttori. Molte sono le donne che si sentono un po’ parigine, acquistando i rinomati profumi francesi. Anche sul piano musicale, spesso i brani vengono ascoltati in maniera tale che il soggetto si immedesimi nel brano, sia l’elemento vivente del brano, insomma.

            Sotto altro aspetto il consumo di beni materiali serve solo a segnare la propria superiorità. Di fatto certi acquisti sono del tutto inutili, servendo solo a porre e marcare le distanze sociali. È il caso dell’alta moda, che viene seguita in maniera assidua e con forte puntualità da certi soggetti. Non poche sono le donne che non indossano mai lo stesso abito e quello che indossano è all’ultima moda, o come si sul dire, à la page. Prassi questa inaccessibile ed impraticabile per un cittadino medio, anche di buon livello, ma posta in essere da certe persone solo per segnale le distanze a volta sociali, a volta di potenza economica, a volte tutte e due assieme.

            Ma non finisce qui. L’acquisto di beni spesso è legato prevalentemente ad esigenze comunicative, le quali possono muovere in varie direzioni. Sovente si creano dei veri e propri set cinematografici o scenografie di vario tipo per comunicare proprie richieste o offerte, ma anche per creare dei veri e propri bluff. Tipico è il caso delle diverse fattispecie di prostitute e trans, che usano abbigliarsi a seconda del tipo d’offerta o di richiesta effettuata dagli “avventori”. In linea a ciò è l’arredamento della propria casa, che esprime, in molti casi, il taglio delle relazioni che ama avere chi la abita. Attenzione, però, non v’è da trascurare il caso in cui il soggetto sottodimensiona il proprio status sociale o intellettuale, facendo apparire tramite i suoi beni e relativi accessori quello che non è.

            Tralasciando l’uso prettamente simbolico-esoterico dei beni materiali, che verrà trattato eventualmente in altra sede, la carrellata può concludersi con l’uso del consumo a fini propagandistici. Un tempo i regnanti costruivano le regge per motivi legati alla gestione del popolo, che in queste vedeva la potenza del regnante e di riflesso la propria “piccolezza” e da qui ancora la necessità di affidarsi al suo volere e dissipare ogni intento di ribellione. In tale direzione, vanno collocati anche i Testimonial, i quali hanno la funzione di inoculare nelle masse certi costumi mentali e di consumo.

            Si comprenderà facilmente che il consumismo si sostanzia in un complesso sistema di dialogo sociale e relazionale, che tuttavia pare non abbia più quelle qualità per supportare un ulteriore sviluppo dell’umanità, quantomeno nella parte più evoluta. In tale direzione, lo sviluppo dell’informatica rimodulerà il sistema delle relazioni sociali ed individuali, nel cui quadro è grandemente probabile che il consumo di beni e servizi giocherà un ruolo, se non a margine, sicuramente di minor rilievo. Nel breve volgere di qualche lustro cambieranno, infatti, il valore ed il significato del lavoro e da qui tutte le strutture ad esso connesse, ovvero l’intera società, nei suoi aspetti economici, politici, culturali, religiosi…..antropologici.

 

Mauro Ragosta

Nota: chi fosse interessato alla mia produzione di saggi può cliccare qui:
https://youtu.be/lhdKGKUfH6Q 

 

 


sabato 17 ottobre 2020

Saper comunicare (parte ottava): la pausa e…il silenzio – di Mauro Ragosta

 

            Si sa, la comunicazione è cosa alquanto complessa e capace, se utilizzata con professionalità ed esperienza, di gestire con destrezza il dialogo, e non solo. Qui tratteremo, si pur in maniera succinta, sinottica, quali sono le portanze della pausa all’interno di un dialogo, ma anche nella lettura di brani e poesie, fino a giungere al silenzio, che non verrà ovviamente trattato quale ultimo stadio della Ragione né come momento d’attesa dell’intuizione, e cioè come ultima fase nei processi di crescita personale, rientrando ciò in pratiche e ménage esoterici. Accenneremo, invece, al silenzio solo come strumento comportamentale.

            Ad ogni buon conto, va subito sottolineato che chi non usa le pause in una relazione verbale ha in genere una visione indifferenziata della Realtà e processi cognitivi alquanto alterati e, proprio per questo, occorre interfacciarsi più che con strumenti verbali, con strumenti emozionali. Ci si è in presenza di un soggetto, infatti, che non ascolta o ha reazioni spropositate rispetto a quanto gli viene comunicato. Inoltre, per lo più va per luoghi comuni, emozionali, che si distribuiscono in un chiaro scuro tra il tragico e l’esaltante.

            Ed ecco che, escluso il caso del logorroico, ma anche di chi è affetto da alti gradi di autismo, la pausa è uno strumento che produce una serie di effetti sull’interlocutore, di cui qui tratteremo solo i principali. In ogni caso, un dialogo o una conversazione nella quale non si fa uso delle pause, diventano un “botta e risposta”, che attiene più al confronto, al muro contro muro, anziché ad una meravigliosa disputa a punta di fioretto.

            All’interno di questo quadro, il primo effetto che produce una pausa è quello di sottolineare con forza quanto si è detto ed offrire all’interlocutore la possibilità di ben riflettere e meditare un’eventuale risposta. La durata della pausa, in questo caso, varia sulla base delle peculiarità di chi conversa o discute. Se questi molto forti emotivamente ed intellettualmente, solitamente si concedono momenti moto lunghi di silenzio, spesso rassomigliando a degli scacchisti. Un’asserzione, infatti, presenta, sovente, più risposte e più possibilità di orientamento del dialogo e pertanto richiede una riflessione sia nel momento affermativo, sia nel momento della risposta. Emotività salda e buona cultura consentono all’interlocutore un utilizzo frequente di pause, soprattutto nei momenti topici del dire e da qui una relazione verbale chiara e allo stesso tempo complessa ed articolata.

            La pausa, tuttavia, molte volte viene utilizzata come mezzo di compressione emotiva da parte dell’interlocutore; una compressione tale da indurlo ad una reazione, che spesso si presenta spiazzante per chi cede alla pressione. Il silenzio, il più delle volte “pesa” come un macigno e non sono molti quelli che riescono a reggerlo a lungo. La pausa ed il silenzio in questi casi sono “armi” aggressive, che tendono a far aprire tutte le difese di chi ci è di fronte.

            Da possibilità di ascolto e riflessione a momento aggressivo, nella lettura ad alta voce di un brano o di una poesia, come in un discorso, la pausa si trasforma, invece, in tecnica che tende a sottolineare quanto si dice, a far imprimere con forza il proprio dire nell’ascoltatore. In altre circostanze è strumento che crea suspense, mentre all’inizio di un discorso una pausa più o meno lunga serve ad attirare l’attenzione su di sé e a far predisporre il pubblico all’ascolto.

            Cambiando prospettiva, invece, la pausa e il silenzio all’interno di una relazione, che possono avere durata variabile, ma sempre significativa, assurgono a strumenti che se da un lato sono utilizzati sempre per comprimere l’interlocutore, mettendo in risalto la propria assenza, dall’altro equivalgono ad attrezzature comportamentali volte a prendere “le distanze” dalla relazione stessa ed avere di questa una visione più lucida, e da qui la possibilità di intercettare un’azione più efficace.

            E per concludere, pause e silenzi ripetuti e sempre più lunghi nella durata rappresentano una tecnica per abbandonare una relazione senza creare tensioni rilevanti, abituando l’interlocutore, infatti, alla propria assenza in maniera progressiva e che alla fine diventa definitiva.

            Va da sé che, l’argomento qui trattato è estremamente vasto, ma l’intenzione alla base di quanto si è messo in luce è solo quella di stimolare una riflessione e magari un approfondimento attraverso la consultazione di specifici testi a ciò dedicati.

 

Mauro Ragosta

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martedì 13 ottobre 2020

Cultura e mondanità nel leccese: dallo sviluppo naturale allo star sistem, dall’improvvisazione al caporalato culturale - di Mauro Ragosta

 

         Quasi nessuno ha coscienza che, durante gli ultimi lustri, il comparto dell’arte, dello spettacolo e della cultura (ASC) nel leccese ha assunto proporzioni di tutto rilievo nello scenario economico, diventandone uno dei pilastri fondamentali, paragonabile peraltro, a quelli dell’industria e delle costruzioni. Sebbene sottostimato, il PIL attribuibile all’ASC è, infatti, di poco inferiore al 7% di quello complessivo della provincia. Ma c’è di più. Il settore ha assunto tutti i caratteri del distretto. E non come quello barese, creato dallo Stato, ma spontaneo. A Lecce ed in provincia, parafrasando Marshall e Becattini, si respira la tensione culturale, si percepiscono nettamente le atmosfere artistiche, vivacissime sono le interrelazioni tra gli addetti ai lavori. Da qui è facile intuire che il settore sta diventando sempre più momento attrattivo per investitori e politici, per uomini d’affari e avventurieri.

         Particolarmente interessanti si presentano le recenti evoluzioni del mondo della cultura leccese nelle sue componenti della poesia e della narrativa, con le sue specializzazioni della giallistica, del romanzo storico, nonché delle propaggini della filosofia non accademica. Un mondo, che sviluppatosi, in virtù del contributo soprattutto di uomini di sinistra non accademici, nella metà degli anni ’90, dopo il 2010 ha registrato una forte accelerazione grazie all’entrata in campo della destra, che ha condotto ad una vera e propria “industrializzazione” del momento letterario. Non è azzardato, infatti, parlare di fordismo intellettuale e massificazione della produzione e del consumo di libri e annessi eventi legati al momento commerciale. Le recenti tendenze di questo mondo si materializzano nella serialità e nella spettacolarizzazione, con una certa propensione all’export culturale. Va da sé che nell’ultimo anno tali dinamiche sono state smorzate dalla questione legata al covid, ma a giudicare dalle ultime attività culturali, questo non impedirà il suo naturale corso al settore, una volta esauritasi l’emergenza.

         I protagonisti in tutto questo sono gli scrittori, il cui ruolo oggi si presenta fortemente indifferenziato: scrivono, presentano, moderano, creano e conducono eventi ed associazioni. Il loro fermento, quasi esclusivamente dettato da motivazioni legate al prestigio e alla vita sociale, è stato assecondato dalle amministrazioni comunali, che hanno colto le dinamiche del fenomeno e si sono affiancate predisponendo spazi per lo sviluppo dell’azione culturale di tali soggetti.

         Nel complesso, pare che si stia venendo a creare una vera e per propria organizzazione sistemica. Non a caso cominciano ad emergere episodi di star sistem, possibili solo dove si può organizzare una carriera. Qui, soggetti con forte potere relazionale, a livello istituzionale sia privato sia pubblico e dotati anche di un certo potere economico, cominciano a programmare il lancio di alcuni degli operatori di base del settore, quali gli scrittori e i poeti appunto. Ma la novità dove sta? Mentre infatti solitamente lo scrittore leccese si autoproponeva, oggi, comincia ad essere proposto e quasi imposto, dove soggetti terzi programmano per lui una serie di eventi e supportandolo nelle pubblicazioni, ma anche nelle pubbliche relazioni.

         La conseguenza di tutto ciò è che si sta passando da un incedere individualistico e spontaneo, disordinato, ad uno organizzato, meno caotico. Pare però che l’incipiente star sistem leccese, che ne è il risvolto principale, non sia pilotato dagli scrittori, ma da agenzie estranee, che si pongono come veri e propri caporalati, approfittando dell’abbondanza di offerta, quasi senza costi. Eh sì, perché il costo di uno scrittore leccese è vicino allo zero. Non si registrano al momento casi di scrittori –tranne qualche millantatore- che dalla produzione traggano un sostentamento economico significativo.

         Ma il sollievo economico per uno scrittore leccese è irrilevante! Egli vive, infatti, in una società opulenta, che non manca del necessario per la sussistenza. E da qui, il prestigio, il successo, l’essere rinomati hanno una valenza superiore a quella economica. In tale direzione, molti acquisiscono anche dottorati di ricerca presso l’Università, dando più slancio, così, al proprio prestigio, obiettivo ultimo ed esclusivo. E stranamente tali ambizioni, muovono uno fra i settori economici emergenti e più di spicco del panorama leccese. Sull’ambizione, dunque, è imperniato un sistema di produzione complesso e articolato, di cui il caso leccese forse costituisce un esempio raro. Se infatti lo scrittore base leccese si ciba di gloria, questo suo incedere muove tuttavia un complesso di attività che generano ricchezza.

E così, se a livello nazionale si privilegia lo stesso sistema, ma con funzioni pedagogiche e soprattutto politiche, di orientamento del popolo e della coscienza popolare, nel leccese la questione attiene solo a logiche di prestigio, sebbene sul piano sociale abbia un rilievo di non poco conto, in termini di confronto e supremazia individuale e di gruppo e solo di rimando si traduce in ricchezza economica, ma mai per gli operatori di base, sostanziansodi il tutto e in definitva in una sorta di "Barocco Culturale".

 

Mauro Ragosta

Nota: chi fosse interessato alla mia produzione di saggi, può cliccare qui:
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venerdì 9 ottobre 2020

Recensione n°14: piccolo e prezioso il primo lavoro di Roberto Lupo – di Mauro Ragosta

 

            Poche settimane fa, sulla piazza culturale leccese, si è palesato il primo lavoro di Roberto Lupo, medico, a volte anche di prima linea, originario di Salve. Si tratta di un saggio tanto breve quanto prezioso, per noi Meridionali e salentini soprattutto, perché centrato sul fenomeno del tarantismo, che costituisce nelle sue forme originarie una questione passata, anche se, forse, non è da escludersi che ancora oggi sopravviva con vesti culturali e rituali diversi, attuali, che nascondono l’arcaicità di alcuni comportamenti, sulla cui natura con difficolta si riesce ad intravederne le funzioni.

            Al di là di ciò, il nostro Roberto non è un neofita nella produzione letteraria, questa volta, però, il suo sforzo s’è perfezionato e compiuto in una bella pubblicazione targata Museo Pietro Cavoti – Galatina, il cui titolo presenta una rara limpidezza: Tarantolismo, complicanze ed esiti. È un volume che fa parte di una collana, promossa proprio dal Museo Pietro Cavoti di Galatina e diretta dal professor Salvatore Luperto, che, designata con l’affascinante parola francese Chaier, si sostanzia in strumento di crescita e dibattitto, partendo dalle ampie attività e dalle non poche ramificazioni museali e non solo, del Cavoti, appunto, di Galatina.

 


            Come s’è marcato nell’incipit di questa recensione, il saggio del dottor Lupo, dunque, è breve, non andando oltre le trenta pagine. Tuttavia, non è azzardato affermare che in esso vengono toccati quasi tutti i punti nodali del fenomeno, o forse sarebbe meglio dire, della questione, legata al tarantismo o al tarantulismo. E ciò, non solo sotto il profilo disciplinare, ma anche nella proiezione spazio-temporale. E così, attraverso una prospettiva storica, giungendo sino ai mostri giorni, il nostro Lupo sintetizza, sovente con specifiche osservazioni personali, i cardini del fenomeno inquadrati dalle diverse discipline e dai più noti studiosi che si sono occupati del tarantismo.

            Si tratta di un’esaustiva ed entusiasmante carrellata di quasi tutte le ipotesi con le quali i diversi uomini di scienza e di cultura in qualche modo hanno cercato di spiegare le origini e, quando necessario, le funzioni del tarantismo. Tra queste non poche presentano tratti suggestivi ed intriganti, altre un po’ meno, perché troppo tecniche e palesemente incapaci di com-prendere un fenomeno complesso come quello che fino a qualche decennio addietro, nelle piazze salentine, muoveva ed agitava freneticamente le donne “morse” dal famosissimo ragno.

            E così tracciando le diverse prospettive d’analisi, Roberto Lupo illustra le determinazioni che nel tempo si sono formulate in campo medico, psichiatrico, psicologico, biologico, psicosociologico, antropologico e sociologico. Se ne illustrano i vari aspetti, dove tuttavia Lupo sembra sottolineare che si tratti di un fenomeno che ha radici, origini e dinamiche composite, e nel quale non pochi elementi di carattere rituale e simbolico, forse anche esoterico, si producono in qualcosa la cui valenza sembra duplice, ovvero bivalente, producendosi e proiettandosi, infatti, nella prospettiva individuale, da una parte, e nella prospettiva collettiva, dall’altra. In definitiva, si spinge a guardare al di là della tarantata in sé, quasi a voler suggerire una prospettiva in qualche modo collettiva, fino ad una dimensione “olistica”.

            Roberto Lupo, peraltro, fa capire che forse il tarantolismo non è mai scomparso e che trova una chiave moderna di espressione, in noti fenomeni di massa, che solo apparentemente si presentano scollegati rispetto a pratiche e prassi antiche, originarie…senza tempo.

            A corredo della sezione letteraria del bel volume di Lupo, quale appunto Tarantolismo, complicanze ed esiti, presentato già varie volte in provincia di Lecce, a partire dallo scorso agosto, numerose sono le fotografie d’epoca di Giovanni Valentini, che illustrano le ultime realtà pubbliche legate al tarantismo nel centro galatinese, in una prospettiva storica, in quella che, in definitiva, conosciamo, in una consapevolezza, insomma, ordinaria, che apparentemente manca di molti elementi di non poco rilievo.

 

Mauro Ragosta

           

martedì 29 settembre 2020

Punto Nave: settembre 2020 – di Mauro Ragosta

 

 
           

            Ed eccoci qui al consueto appuntamento di fine mese col bilancio di Maison Ragosta. Settembre, si sa, è un mese di passaggio: lentamente vengono dismesse le attività vacanziere e, con sempre maggior forza, si prendono gli attrezzi da lavoro. È  dunque, settembre, un mese che non presenta connotazioni unidirezionali e monolitiche, soprattutto se si considera che non più di due settimane fa si è tenuta un’importante tornata elettorale.

              La chiamata alle urne del 20 e 21 settembre è stata piuttosto tranquilla, anche perché la campagna elettorale che l’ha preceduta non ha assunto connotazioni particolarmente veementi. Pochi i colpi di scena, insomma, e la partecipazione dell’elettorato (attivo) si è mossa in schemi alquanto ordinari, quasi fosse una routine quotidiana. Forse il popolo è stanco di essere chiamato in causa ogni anno, dopo essere stato sollecitato per mesi in direzione del momento elettorale. Insomma, la prova delle urne, in Italia, da questione apicale, straordinaria e decisiva è diventata il déjà vu, l’incedere monotono di ogni anno……quasi noiosa.

            Da noi, in Puglia, ha vinto la sinistra, che pare oramai essere il luogo delle migrazioni. All’attento osservatore appare chiaro che, oggi il punto di forza della sinistra in Puglia, siano infatti i migranti di tutti i tipi, da quelli che vengono dai paesi extracomunitari a quelli che vengono dalla destra politica. La sinistra, dunque? Il luogo dell’accoglienza, potrebbe dirsi. D’altro canto, il capitano con i sergenti ed i caporali, riescono sempre a predisporre luoghi comodi e “pasti caldi” per tutti.

            Non è azzardato affermare che la sinistra sia di fatto un grande calderone etnico-politico ed economico. Sul piano più strettamente politico, tuttavia, sbaglia chi afferma che si tratti di trasformismo. Siamo, in effetti, in presenza di un vero e proprio esodo dalle posizioni di destra verso quelle di sinistra. E, solo una è la direzione! Un esodo che oramai si sta strutturando, anzi cronicizzando, a tal punto che la bicentenaria diade, destra-sinistra, comincia, in maniera vistosa, a perdere di significato, costituendo sempre meno un momento identitario o un sicuro punto di riferimento sociale, e, in definitiva, sta così dissolvendo la sua qualità di strumento di lettura della Realtà.

            E la destra? Perde pezzi o fa finta di perdere pezzi?

            Sul piano culturale, in settembre molte sono state le attività che hanno ripreso velocità nel Mondo dell’intrattenimento e della felice distrazione. Il Lecce, seppur con risultati non sorprendenti, ha ricominciato ad animare le grandi discussioni dei salentini. Su altro versante, il mondo del libro e del teatro, ma anche quello della musica e della poesia stanno registrando una vivacità tipica dei tempi preCovid.

            V’è da notare, tuttavia, che il mondo degli eventi mostra dinamiche diverse sul piano territoriale. E ciò nel senso che, mentre a Lecce città questo non ha mutato gli schemi qualitativi, nella provincia invece, in tale direzione si respirano atmosfere superiori, più evolute e raffinate. È ipotizzabile che la provincia nella rincorsa imitativa del capoluogo, lo abbia abbondantemente superato, sebbene non sia fuor di luogo ipotizzare che, questa non se ne sia accorta. Ciò possibile perché mentre a Lecce si sono cristallizzate alcune posizioni monopolistiche, nelle quali si pone attenzione solo a gestire e conservare il potere di cui godono, posizioni che di fatto impediscono una crescita veloce, o comunque una crescita, nella provincia, invece, si sceglie il meglio e si opera con estrema attenzione ed impegno, si esce dagli schemi tradizionali.

            Venendo al piano economico e del lavoro, lo shock-covid non mostra chiari ancora i suoi effetti, che forse si evidenzieranno nella loro effettiva portata solo nel prossimo mese. Al momento, si sanno solo poche cose e cioè che si è in presenza di una contrazione del numero degli occupati, circostanza questa che tuttavia non si traduce in un aumento della disoccupazione. La vera novità della Grande Crisi del 2020 è il forte incremento di gente che ha gettato la spugna e non cerca più lavoro. Insomma, sempre maggiore è la quantità di persone che hanno abbandonato il mondo del lavoro, un lavoro, tra le altre, che sta cambiando anche di significato, oltre che di modalità. Stiamo forse entrando in un’altra civiltà? Stiamo forse cambiando il paradigma tradizionale con cui ci approcciamo alla vita?

 

Mauro Ragosta

 

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sabato 26 settembre 2020

Ritratto foto-letteraio n°11: Patrizia Chiriacò - di Mauro Ragosta

Patrizia Chiriacò, donna tanto dolce e soave quanto energica e determinata, una leccese adottata da Gallipoli, che negli ultimi anni si sta affermando come pittrice, non solo nel Salento, e in una progressione spiccatamente geometrica. Colori tenui e forme sfumate ciò che imprime nei suoi quadri, ma allo stesso tempo, opere queste con una carica energetica ed emotiva, che irrompono nell’animo dell’osservatore, senza dargli la possibilità di capirne i perché di tale forza, di una siffatta possanza e consistenza da rimanere indelebili nell’animo e negli occhi. Di tanto è capace Patrizia Chiriacò.


La conobbi circa due anni fa, in primavera, ai tavolini del bar White a Lecce, per un caffé, e nonostante il mio essere irruento, largo, che tutto richiede, questo rimase inseminato dalle specifiche della sua carica di vita, che nel tempo sono cresciute nel mio animo e nel mio intelletto, sino ai nostri giorni quando le ho chiesto di ritrarla col mio piccolo attrezzo fotografico. Forte è stata la necessità di fissarla in alcuni scatti, di fermarla in alcuni fotogrammi, i quali da sempre sono un punto d’arrivo e un punto di partenza per chi fotografa e per chi viene fotografato. E così, procedendo a passo d’uomo, sono riuscito a realizzare il materiale che qui propongo ai lettori di Maison Ragosta, nella speranza che in qualche maniera questo rilasci le essenze, gli effluvi e le atmosfere della nostra Chiriacò.

Parafrasando Robert Musil, Patrizia è donna “senza qualità”, completa dunque: è moglie, madre, figlia, nonna e, allo stesso tempo, pittrice, frequentatrice di eventi culturali e mondani, attenta operatrice sociale, amica con spiccate capacità relazionali, nelle quali trova sempre le giuste misure e le giuste parole, i giusti sguardi, la migliore postura per ogni occasione.


La nostra Chiriacò è approdata con i suoi pennelli, alle attuali forme espressive, dopo lunghi anni di esercizi, prove, riflessioni, studi. Insomma, un percorso che non sempre è stato facile, soprattutto sotto il profilo intellettivo e negli aspetti esistenziali. Nel suo percorso formativo decisive sono state le influenze di eminenti artisti leccesi, quali Giancarlo Moscara e Oronzo Castelluccio. Molto importante è stata anche la vicinanza ad Ilderosa Laudisa, di cui, negli anni ’80, è stata allieva attenta e sagace.

Sul finire degli anni ’90, Patrizia inizia il suo percorso di docente, lasciando impronte profonde nei suoi allievi e nelle sue allieve, che oggi si cominciano a vedere chiare in certe espressioni artistiche. Ad ogni modo, realizza la sua prima mostra a Gallipoli nel 2006 e nel 2010 espone nella bellissima Galleria dei Due Mari, sempre di Gallipoli. Negli ultimi lustri, in ogni caso, diverse sono state le sue personali, non disdegnando le collettive.

Quest’anno Patrizia ha anche aperto un suo studio a Lecce, dove tra le altre, lavora anche come interior designer. Una vita la sua, in definitiva, che va componendosi in un articolatissimo puzzle, in tutte le prospettive, ovvero quella presente, ma anche quelle passate e future. Ecco, Patrizia è una pittrice che oggi, di certo sa esprimere bene i suoi senti-menti sulla tela, ma è donna che ha anche tanto da raccontare e molto interessanti sono i suoi sogni, le sue proiezioni in avanti, che sempre si producono in qualcosa di luminoso, sebbene in maniera magicamente discreta.

Mauro Ragosta

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giovedì 24 settembre 2020

Pensatori Contemporanei (parte sesta): Gianteresio Vattimo – di Grazia Renis e Mauro Ragosta

Da tempo, ormai, abbiamo introdotto la rubrica sui pensatori contemporanei, in uno scenario proteso ad avere una visione e una significativa comprensione del Relativismo, come negazione di verità assolute.  Ed oggi, dopo aver dissertato sul pensiero di Karl Popper, Ralf Dahrendorf, Norberto Bobbio e Zygmunt Bauman, prenderemo in esame il pensiero di uno dei più importanti filosofi italiani del nostro tempo, ovvero Gianteresio Vattimo, detto Gianni. Si tratta, quest’ultimo, di uno studioso che ha operato un’accelerazione e una sterzata decisa in senso cristiano-cattolica su orientamenti oramai secolari, con riferimento al relativismo, ovviamente. Vattimo, infatti, giunge ad affermare il “non essere e non esserci” come vera evoluzione dell’individuo, che tradotto in termini catechistici vede “l’amore al nemico” come un autentico atto di libertà e di liberazione, dove il perdono è lo strumento principe. E qui va subito sottolineato che per Vattimo il messaggio cristiano si innesta sul pensiero relativista, risultando ovviamente vicino a Bergoglio e distante, molto distante, da Ratzinger. Ma andiamo per ordine.

            Vattimo, secondo di due figli, nasce a Torino il 4 gennaio del 1936. Il padre è un poliziotto di origini calabresi, mentre la madre è una sarta. Durante il periodo giovanile studia al Classico presso il Vincenzo Gioberti ed è un attivista della Gioventù Studentesca di Azione cattolica. In un’intervista del 2016 si definì come un cattolico militante, che, influenzato dalla lettura di Jacques Maritain, Emmanuel Mounier e George Bernanos, è giunto alla Fede e ad un completo disinteresse per il razionalismo storico, l’Illuminismo e le filosofie di Hegel e Marx.

            Studioso di Friedrich Nietzsche e di Martin Heidegger, fu allievo di Luigi Pareyson, e assieme ad Umberto Eco, con cui ha condiviso l’amicizia e molti interessi, si è laureato in Filosofia nel 1959 a Torino. Già negli anni Cinquanta, appunto, lavora a diversi programmi culturali della RAI. Nel 1964 diventa Professore Incaricato e nel 1969 Ordinario di Estetica presso l’Università di Torino, nella quale è stato, negli anni ’70, Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia. Dal 2008 è Professore Emerito. Durante la sua carriera, poi, ha insegnato e tenuto seminari negli Stati Uniti e in diversi Paesi del Mondo.

            In ambito giornalistico, Vattimo è stato editorialista per La Stampa, La Repubblica e L’Espresso, mentre in ambito scientifico è stato direttore della Rivista di Estetica, nonché membro di comitati scientifici di non poche riviste italiane e straniere. In più è Socio Corrispondente dell’Accademia delle Scienza di Torino. Attualmente, dirige la rivista Tropos. Per le sue opere ha ricevuto honoris causa la laurea dalle Università di Palermo, Madrid, La Plata e Lima.

            Sotto il profilo più strettamente politico è stato attivista del Partito radicale e successivamente, dopo il 1999, dei Democratici di Sinistra. Da qui è entrato nel Partito dei Comunisti Italiani. E rivendicando proprio le sue origini comuniste, il 30 marzo del 2009 si è candidato al Parlamento Europeo nelle liste dell’Italia dei valori di Antonio Di Pietro, venendo eletto nella circoscrizione Nord-Ovest.

            Il suo ideale politico-religioso si riassume in una forma da lui definita “comunismo cristiano” e “comunismo ermeneutico”. Un ideale, quello di Vattimo, antidogmatico di “comunismo debole” nel pensiero e nell’essere, che si ispira alla vita comunitaria delle prime comunità cristiane. Esso rinnega e si oppone alla violenza dell’industrializzazione forzata e dello stalinismo in genere, così come non condivide le tesi di Lenin e del terrorismo, muovendo a favore di una sinistra improntata al dialogo, alla dialettica e alla tolleranza.

Gianni Vattimo è tra i massimi esponenti della corrente postmoderna, termine coniato da Jean-Francois Lyotard negli anni ’70, e ritiene che il passaggio dal moderno al postmoderno si configuri come un passaggio da un “pensiero forte” ad un “pensiero debole”. Questo mutamento, foriero dell’indebolimento dell’Essere, è legato in modo consustanziale al tempo in cui viviamo, ed è, secondo Vattimo, la cifra della modernità, il prezzo ultimo da pagare in termini esistenziali, dove si assiste a una frammentazione dell’identità e all’incapacità dell’individuo di interiorizzare norme etiche. In questo degrado esistenziale vi è la scomparsa del soggetto umano, che tuttavia ritrova paradossalmente la sua libertà.

In altra prospettiva, Vattimo ritiene che la nostra cultura considera l’ESSERE come oggettività, di conseguenza un involucro, una forma vuota. Ne consegue una carenza di progettualità e distacco dai valori dove, l’individuo è coinvolto in un’accelerazione senza direzione, manipolato dal pensiero tecno-indotto, che inibisce sempre di più la sua azione, la sua curiosità, la memoria e lo spirito critico, e da qui, si conclude in un senso di isolamento e solitudine nonché alla compulsione nell’utilizzo di mezzi tecnologici. Inoltre, il venir meno della Scuola come agente di socializzazione e orientamento di valori, ha fatto sì che i giovani non abbiano più né i grandi maestri del passato, né i punti di riferimento nel presente. “Un mondo”, scrive Vattimo, “che sfugge sempre di più alla nostra possibilità di controllo e comprensione”, dove i mass-media la fanno da padrone sul radicamento, l’esplosione e la moltiplicazione di Weltanschaungen, ovvero di visioni del mondo.

Ed ecco che il “pensiero debole” si presenta esplicitamente come una forma di nichilismo, in una società fatta di "mezze verità". La perdita di centro e l'erosione del principio di realtà pongono le premesse sia per un tipo di uomo che non ha più bisogno di recuperare nevroticamente le figure rassicuranti dell'infanzia, sia per quella liberazione delle differenze che è propria del post-moderno. Soprattutto nella raccolta di saggi "Nichilismo ed emancipazione" (2003), Vattimo mette così in luce che, proprio nella società postmoderna, l'emancipazione è resa possibile dal nichilismo, ovvero questa si realizza nella misura in cui il mondo vero diviene favola e gli assoluti vengono meno, dandosi quindi la possibilità di una reale emancipazione, quel salto verso la libertà e la liberazione, dunque, che né il marxismo né il cristianesimo dogmatico, sono stati in grado di realizzare.

 

 

Mauro Ragosta e Grazia Renis

 

Nota: chi fosse interessato alla produzione di saggi di Mauro Ragosta, può cliccare qui:https://youtu.be/lhdKGKUfH6Q 

 


giovedì 17 settembre 2020

Il Mondo del libro nel leccese verso nuovi orientamenti strategici: l’export culturale – di Mauro Ragosta

 

       Da più parti si conviene che la cultura leccese, intesa nell’accezione della produzione e della fruizione di opere narrative e poetiche, abbia registrato, intorno alla metà degli anni ’90, più di vent’anni fa, dunque, un passaggio da un assetto d’élite ad uno massificato. Nelle parole di Mauro Marino, la vita culturale leccese ebbe in quegli anni una “sfiammata” di vitalità. Un momento importante, questo, di trasformazione, che ha condotto lentamente ed in maniera costante al boom di questi anni, perché tale bisogna considerarlo. Dal 2010, infatti, i fattori di questo mondo, il mondo culturale appunto, hanno registrato un’amplificazione ed hanno portato a nuove dinamiche. In tale direzione, si sono avute un’espansione della domanda culturale e uno sviluppo dell’offerta di opere narrative e poetiche, e non solo. Circa la domanda, questa ha registrato un consistente allargamento dovuto a tre fattori: l’invecchiamento veloce della popolazione, che ha sempre più tempo libero e che insiste con frequenze incrementative in attività culturali e di intrattenimento; l’innalzamento del livello di istruzione, che ha portato allo sviluppo della sensibilità letteraria; la maggiore ricchezza: Lecce è il capoluogo col più alto reddito procapite di Puglia.

         Circa l’offerta culturale, dal 2010 è invalso negli scrittori leccesi l’aspetto seriale, a tal punto che si potrebbe parlare di fordismo intellettuale. Questi, infatti, si impegnano in tour, realizzando decine di presentazioni del proprio lavoro, e dall’altro, i più, producono con frequenza quasi annuale un testo, un lavoro da immettere nel circuito leccese.

         Tutti sono mossi in parte dal diletto letterario, in parte dalle gratificazioni sociali, dal successo e dalla fama. E tuttavia, sono pochi i casi di scrittori che sviluppano la loro attività al di fuori dei confini provinciali, ma sempre in maniera episodica. Ciò, in ogni caso, non è un dato assolutamente negativo. In un’ottica prospettica si può vedere il nostro territorio e la nostra società come un significativo laboratorio, che può in futuro dare soluzioni inusitate. Ad ogni modo, solo la forza sul mercato domestico dà la possibilità di un’attività espansiva all’esterno –export culturale, appunto- stabile e significativa.

         E il fenomeno culturale sin qui tracciato non mostra tendenze ad affievolirsi. Anzi, in un crescendo, quasi impetuoso, mostra soluzioni nuove e nuove dinamiche. In tale direzione, è certa la tendenza per cui gli scrittori da attività prevalentemente artistiche e di presentazioni delle loro opere, si stanno muovendo verso nuovi paradigmi, quali quello di presentatori di altri scrittori sino a giungere nei casi più evoluti ad organizzatori di eventi culturali di portata significativa, tutt’altro che ordinaria, fino a diventare per giunta editori e manager per il lancio di altri scrittori o poeti.

         In tutto ciò, il successo e la fama personale sono di sicuro i motori di tali dinamiche, ma dall’altro va considerato che tale incedere e dinamica pare che si giunga anche per altri motivi. E questi sembrano che siano ascrivibili a scopi prevalentemente sociali ed intellettuali, di un’intellettualità applicata. Attività che vengono poste in essere per portare avanti, infatti, in maniera più pregnante alcune idee personali, che il normale assetto seriale e fordista non consente.

         Esiste nel mondo culturale leccese di oggi, quindi, una carica ideologica autoctona, che fa ben sperare per il futuro, sul piano dell’espansione territoriale, attraverso proprio i suoi attori, anche se già in tale direzione, vi sono segnali importanti e numerosi. Numerose sono infatti le incursioni dei nostri operatori all’esterno della provincia, in maniera metodica e sistematica, superando anche la questioni legate al Covid-Affaire. Tra questi vanno sicuramente segnalati, Giovanna Politi, la veterana Maria Pia Romano, Rossella maggio e la pluripremiata Antonella Tamiano.

         Il tutto pare essere il risultato di una dinamica strettamente leccese, in senso lato, che favorisce l’export. Siamo così passati nell’ultimo lustro, soprattutto, da un incedere influenzato da modelli esterni, importati, a modelli originari e autopropulsivi, che porteranno il sistema all’espansione territoriale, a presidiare, con la nostra cultura, dunque, altri contesti. Questo, il futuro!

         Siamo in presenza, in definitiva, di uno sviluppo espansivo sul piano territoriale, almeno negli aspetti considerati, ovvero reale ed autonomo, e non imitativo e di seconda mano, non centrato su modelli imitati, prevalentemente settentrionali.

Mauro Ragosta

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venerdì 11 settembre 2020

Cultura e mondanità nel leccese: di destra o di sinistra? - di Mauro Ragosta

            Sembrava che, sul piano strettamente culturale, la distinzione tra destra e sinistra, dopo Bobbio -sul piano filosofico-politico- e Gaber -sul piano popolare- fosse una questione superata e debitamente archiviata. Così però non è stato. Negli ultimi lustri è rifiorito il dibattito, infatti. Qui le posizioni degli intellettuali sono le più disparate, da quella più tradizionale, in cui si ribadisce l’inesistenza della storica contrapposizione, a chi invece si rifà, per sottolinearne la distinzione, ad Hegel o a Croce, a chi afferma persino che non esista una cultura di destra, a chi rimarca che la cultura non è politica, ma si pratica una politica culturale. Insomma, il dibattito è vivo, attivo e a parere di chi scrive la distinzione si presenta ancora utile per evidenziare alcune delle determinanti della cultura e della mondanità leccese, onde mettere in luce le sensibilità sottostanti. Una società, quella leccese, che sul piano delle idee e dei valori si bipartisce -nonostante marchi e simboli moderni- tra un socialismo-comunismo vecchio stampo e una destra sociale, forte e nostalgica. Un mondo, quello leccese accomunato da uno statalismo, rosso o nero, esasperante comunque, dal quale si distingue una componente residuale, minima, e quasi irrilevante, di matrice liberale. Tutto questo ovviamente, fatta esclusione della classe politica di piccolo cabotaggio, che si limita ad una sorta di pragmatismo, molto evidente nell’incetta dei voti, mentre sul piano intellettuale la loro attività è minima e si risolve nelle questioni di “tutti i giorni”, del quotidiano appunto.
         Certamente, chi ha valori, esistenziali e sociali, di sinistra si esprime diversamente da chi rimugina valori di destra. E di ciò l’azione e la produzione artistica non possono non risentirne. Ma quali sono le determinanti culturali dei due schieramenti? Naturalmente, come qualsiasi schematizzazione e generalizzazione, queste presentano dei limiti e delle eccezioni. Tuttavia, evidenziarle serve ad avere un’idea più articolata e aderente alla realtà e alla sua morfologia, rispetto a chi “fa di tutta l’erba un fascio”. Un’idea, dunque, meno “liquida” e più identitaria, dove oggi l’identità pare essere una chimera.
         I valori di sinistra partono da tutto ciò che gravita attorno al concetto di uguaglianza, o, usando un incedere alla Bobbio, tendente più o meno all’uguaglianza. In ogni caso, a sinistra, almeno sul piano della conversazione, si condanna la società che non la rispetta, esaltando così le vittime di questo principio violato: è il caso della poesia,  della narrativa degli ultimi, degli sfortunati. Ma c’è di più. I valori di sinistra prevedono un’ideale di società e di un’esistenza “giusta” con buona pace per tutti. Da qui, la poetica dei sofferenti, degli emarginati, degli sconfitti. Una sinistra, che si caratterizza per l’intenzione di sviluppare la coscienza delle masse, dove gli intellettuali -molto aggregati e tutti pedagoghi- si danno da fare, in un’ottica missionaria, per lo sviluppo culturale della società, in un’accezione che vede l’intelligenza come qualcosa che può essere incrementata e il soggetto appena nato come una tabula rasa da forgiare.
         Diversa la destra, più spirituale e meno pedagogica, tesa ai valori eroici, al mito e alle sfide esistenziali e dei tempi, dove “il segno” è origine del raziocinio. Intellettuali tutti individualisti e solitari, che accettano la realtà per quella che è, dove il fato gioca un ruolo determinante: non vogliono cambiare il mondo, insomma! Sono visionari e utopisti, all’interno di valori quali la libertà, la forza, spesso vicini alle religioni, nella prospettiva esoterica e non popolare.
         E veniamo al dunque! Come è noto, il processo di massificazione della cultura leccese, intesa nell’accezione delle produzioni poetiche e narrative, ebbe i suoi primi impulsi significativi durante la metà degli anni ’90. Qui, il contributo decisivo venne da uomini di cultura della sinistra, che per certi aspetti fecero propri gli ideali di alcuni militanti, che avevano auspicato una rivoluzione sociale, partendo proprio dalla cultura e dal rinnovamento delle coscienze del popolo, come Antonio Verri.
         Per quindici anni tale processo si mosse in maniera coerente e indisturbata, mostrando un gruppo coeso di intellettuali non accademici, determinati e attivissimi, senza tuttavia andare al di là di piccoli eventi, che però erano numerosissimi. Di tutto ciò, ovviamente, va escluso il “fenomeno” Premio Barocco e il “fenomeno-business” della Notte della Taranta. Insomma, tutto ciò si inarca  sino al 2010, quando alla componente di sinistra si sommò quella di destra, che, fino ad allora per lo più silente, fece l’ingresso nello scenario locale, sconvolgendone le dinamiche. Dal 2010 si assiste ad una sorta di fordismo intellettuale, alla serialità, alle cavalcate letterarie sino ad arrivare ai nostri giorni in cui si è approdati alla spettacolarizzazione della cultura.
         Tuttavia, mentre la sinistra ha mantenuto i suoi vecchi schemi, i suoi “capannelli”, la destra, partita in una prospettiva corale, pare abbia perso, oggi, la sua unità iniziale e sia approdata ad una competizione interna violenta e spietata, che ne ha ridotto il suo potenziale.
         Che dire dunque per il futuro? L’auspicio di tutti è che il mondo della cultura e della mondanità leccese evolva, individuando i suoi leader intellettuali, che al momento paiono solo proporsi nella sinistra. Condizione questa non sufficiente -monopolistica infatti- perché inefficace per un positivo dialogo, dibattito, confronto culturale, di fatto necessari ad un reale sviluppo, forieri di iniziative innovative ed altre...
                                                                                            Mauro Ragosta       
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sabato 5 settembre 2020

Post Evento n°13: Scena Muta, intima ed esclusiva, lo scorso lunedì – di Mauro Ragosta

            In serata, lo scorso lunedì, si era in pochi a Copertino, da Scena Muta, per le prove generali di Lustrini: solo intimi e addetti ai lavori. D’emblée va evidenziato che Lustrini è una briosa piece teatrale appassionante e, al tempo stesso, stimolante, su più piani e a più livelli, sia per l’intelletto e sia per gli intellettuali, la quale tuttavia mai ha mostrato tratti pesanti o noiosi, anzi….. Tra i tanti, Lustrini -interpretata dal patron di Scena Muta, Ivan Raganato e, dal milanese, Luca Toracca- ha il pregio, infatti, di essere una rappresentazione dal ritmo decisamente godibile, spumeggiante, effervescente. Senza difficoltà può essere accostata ad uno spartito che “si allinea” su i tre quarti. Insomma, Lustrini, a molti è riuscita ad alleggerire le “pesantezze” del lunedì, del primo lunedì, poi, che segna la fine dell’estate e delle ferie….il rientro al “lavoro”, insomma.
            Gli esiti felici della serata da Scena Muta, ed in definitiva di un lunedì che si mostrava difficile alle prime battute, si deve, tuttavia, ma non solo ovviamente, ad un copione estremamente attuale e assieme antico, che solo una sensibilità e una spiritualità di alto livello potevano concepire. E ci si riferisce ad Antonio Tarantino, noto e pluripremiato drammaturgo italiano, che nel 1996 scrisse appunto Lustrini, uno dei suoi primi lavori teatrali, dopo l’abbandono della pittura. Lustrini, un dialogo tra due barboni, che nonostante sia costituito da un linguaggio scurrile, bizzarro e rozzo, si risolve tuttavia in qualcosa di estremamente sottile, raffinata e che dà spazio a considerazioni sempre più profonde, quasi senza fine. Un copione che ha un raggio d’azione molto ampio, senza mai essere tangente il banale, il commerciale, il fast food teatrale. Un copione, Lustrini, che nasconde, in una prospettiva arcanica, verità a tratti sconcertanti. Insomma, una piece per tutti e per nessuno.
            In definitiva, Tarantino, che peraltro ci ha abbandonati quest’anno, in aprile, all’età di 82 anni, ha saputo abilmente mettere in luce e scontornare molte contraddizioni dell’individuo e da qui ribaltarle in maniera speculare nella relazione a due, e nelle relazioni poi, dove il tempo e il luogo hanno solo una rilevanza secondaria, accessoria. I suoi due barboni, il Cavagna e il Lustrini, appunto, sono solo accidentali, come accidentali sono il linguaggio e le formule letterarie. Ed in effetti se si sfoltisse il lavoro di Tarantini da questi espedienti, appare chiara la realtà dell’uomo in sé, quale combinazione alchemica di elementi contrapposti, dove al tempo stesso la vittima è anche il carnefice, dove l’egoismo e financo l’egotismo coincidono e si sovrappongono all’amore…. E qui è meglio fermarsi!
            Al di là di ciò, comunque, va rimarcato che Lustrini è una rappresentazione giunta nel Salento, perché fortemente voluta da Luca Toracca e dove il nostro Ivan Raganato, col suo Scena Muta, ha subito colto al volo, soprattutto perché un lavoro e una proposta poco politicizzate, e al fianco, invece, dell’uomo di ieri e di oggi, dei suoi diuturni interrogativi, dei suoi dubbi più assillanti. Un lavoro che offre, in definitiva, una visione dell’esistenza in una prospettiva possibile.
           Sul piano più strettamente tecnico-interpretativo, lunedì sera si è goduto della performance di due veri professionisti della re-citazione. E si è percepito subito, perché sia Ivan sia Luca nel loro incedere interpretativo “non puzzavano” di attorialità, di mestiere, di tecnica. Ivan Raganato e Luca Toracca sono riusciti a trascendere, infatti, con naturalezza la stessa tecnica teatrale, senza tuttavia voler riprodurre la Realtà, sic et simpliciter, ma offrirne, al contrario, una versione altra, forse, esemplare. Ad ogni modo, si era in presenza di un’ipotesi di teatro non ordinaria. Ciò possibile, ovviamente, solo per le loro grandi capacità professionali. Va qui messo in luce, infatti, che anche Luca Toracca è fondatore del Teatro dell’Elfo di Milano, ancora oggi perfettamente attivo.
Insomma, lunedì scorso si era in presenza di due attori “iniziatori” e, ça va sans dire, la loro forza e potenza teatrale si è percepita tutta.

Mauro Ragosta

Nota: chi fosse interessato alla mia produzione di saggi, può cliccare qui:
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