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martedì 3 settembre 2019

Dalla Seconda alla Terza Repubblica (dodicesima parte): …e perde di consistenza, si svuota anche la comunicazione politica – di Massimiliano Lorenzo

Dopo aver trattato questioni squisitamente economico-finanziarie, nelle quali si è messo in evidenza come lo Stato e la Repubblica si sono svuotate nei loro ruoli e funzioni, perdendo consistenza e diventando leggeri, a partire dal 1992 e sino ai nostri giorni, è ora il momento di volgere lo sguardo verso ciò che più di altri elementi si sostanzia la politica italiana. Ci si soffermerà e si rifletterà sulla nuova comunicazione politica, oramai priva di contenuti significativi e che si sostanzia in una propaganda decisamente light, fatta di minislogan consumistici, lanciati a raffica, che giocano esclusivamente sull’emotività dell’elettore, in ciò favorita dalle nuove tecnologie, dove a far da padroni sono i social network. E ciò in un quadro dove, oggi, è pressoché inesistente un dibattito politico in qualche modo soddisfacente per chi voglia partecipare alla vita politica e pubblica.
Sicché, nella Seconda Repubblica, e ancor di più nella prima, quando si pensava alla propaganda dei partiti e dei suoi politici protagonisti, venivano in mente comizi, tribune politiche, assemblee fiume. E in questi i luoghi in cui la politica, che fosse destroide o sinistroide, si riempiva di contenuti e argomenti, dati statistici e opinioni ragionate, e ancora di parole d’ordine dell’ideologia rossa, bianca o nera che fosse. Oggi, invece, tempi, contenuti, argomenti e ragionamenti si sono ristretti così tanto da poter esser imparati a memoria e fatti propri, quasi siano i dieci comandamenti. Insomma, siamo al mini della comunicazione politica. Ecco, la minipolitica, oggi.
D’altra parte, prima dell’avvento dei social e dei suoi specialisti e tecnici, a rappresentare i primi canali di propaganda erano sostanzialmente le piazze, i giornali e le televisioni. Oggi, invece, la comunicazione delle proprie posizioni politiche ai cittadini-elettori è divenuta molto più diretta e personale, grazie giustappunto ai mezzi tecnologici sviluppatisi e diffusi negli ultimi dieci anni. Facebook, twitter e instagram hanno sostituito oggigiorno i vecchi luoghi della politica, in maniera non sempre positiva e innovativa, anzi sminuendo spesso i contenuti e a discapito delle argomentazioni a sostegno delle proprie idee politiche.
Per rendersi conto di tali sviluppi comunicativi e politici basta osservare come i protagonisti della politica odierna si siano schiacciati e appiattiti sulle regole dei social network, e ciò soprattutto rispetto al numero massimo di caratteri utilizzabili in un post o in un twitt, che potenzialmente potrebbero colpire i lettori. Ecco, la comunicazione politica in un twitt. Purtroppo, però, questa modalità di espressione e comunicazione, che potremmo definire “per minislogan”, non è limitata nell’uso dei nuovi media, ma anche quando si ritorna ai vecchi strumenti della piazza, dei giornali e delle televisioni. E ancora, ben più grave, anche nei luoghi dove la discussione politica dovrebbe regnare, in maniera completa e approfondita: il Parlamento.
Constatare quanto detto è semplice: basta far riferimento ai big della nostra politica. Salvini, Di Maio, Berlusconi o Renzi che sia, hanno fatto proprio questo linguaggio, che, si badi bene, non è semplificato “per raggiungere immediatamente il cittadino” ma è stato reso superficiale e costruito su slogan vuoti. Cosa è successo insomma? Dal punto di vista qui analizzato, è evidente come i politici stiano perdendo quella funzione intellettuale nella gestione del loro rapporto con la massa votante. Una comunicazione praticamente piena di innumerevoli brevi affermazioni, parole lapidarie, laconiche e assolutistiche, scritte o sputate in questo o quel post, in questa o quella trasmissione attraverso la telecamera del proprio smartphone o televisiva che sia. E qui e così viene ignorata e occultata la reale portata delle problematiche politiche, che mai il cittadino comune saprà, neanche in minima parte.
Cosa ci riserverà il futuro? A ben guardare lo spettacolo odierno, la comunicazione politica ed il suo linguaggio nel dibattito pubblico potrebbero praticamente finire, risultare del tutto vuoti, inutili e mancanti di potere, che pure oggi pare toccare il suo punto più alto per la fantomatica vicinanza tra chi propaganda e recepisce. Non sarà di certo la possibilità di messaggiare con il proprio capo politico che aumenterà il potere del cittadino, se questo si limita a digitare anziché rendersi protagonista. E così, tutto lascia immaginare che la comunicazione in politica è di fatto finita, con buona pace per tutti.

Massimiliano Lorenzo

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