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venerdì 31 maggio 2019

Dalla Seconda alla Terza Repubblica (parte settima): La concentrazione del potere politico ed il Porcellum - di Massimiliano Lorenzo

            Con questo pezzo si avvia l’analisi del processo di concentrazione dei poteri in Italia, che prende corpo proprio con la Seconda Repubblica e che, come si vedrà in seguito, assumerà caratteri e fisionomie diverse, forse più spregiudicate, nella Terza Repubblica, dove la nota sovranità del popolo, sancita nella Costituzione, viene progressivamente contenuta e cambia profondamente i suoi contenuti.
In tale prospettiva, qui analizzeremo il primo tratto in cui si avvia un importante processo di focalizzazione del potere sotto il profilo politico, solo in seguito si analizzeranno gli altri poteri. Sicché, va in questa sede premesso che, una delle più importanti regole del gioco democratico, alla base della gestione del nostro Stato, è -e non potrebbe non esserlo- la legge elettorale, ovvero il modo in cui i cittadini scelgono i propri rappresentanti per la gestione della cosa pubblica. Con il termine stesso democrazia si intende, letteralmente, «potere del popolo». Bene, questo significa, dunque, che i cittadini dovrebbero essere messi nelle condizioni di eleggere direttamente e liberamente da chi farsi rappresentare, senza influenze o ingegnerie di sorta.
Perché questa premessa? Perché circa quindici anni fa, in Italia, si è riusciti a pensare, e adottare, una legge elettorale peggiore di quella che regolava le elezioni durante il Ventennio Fascista, in cui, per antonomasia, si insediò un regime dittatoriale. Durante quel periodo, ca va sans dire, fu stabilita, infatti, una lista di 409 candidati, da sottoporre ai votanti, definiti secondo criteri di censo e di appartenenza al partito fascista, la quale era diretta emanazione del Gran Consiglio del Fascismo.
La legge in questione e di cui in queste righe si tratterà, e che richiama per l’appunto quella fascista, è la legge n. 270 del 2005, definita dallo stesso autore che la stilò, il leghista Roberto Calderoli,  “una porcata”, per poi passare alla storia come Porcellum. Fu una legge voluta, in realtà, dall’allora Primo Ministro italiano Silvio Berlusconi, che arrivò a minacciare una crisi di governo, qualora non fosse stata votata e varato quell’impianto legislativo ed elettivo. Ovviamente, in maniera supina, la maggioranza forzista-leghista-missina e neo-democristiana approvò quella legge. Ma l’opposizione, dal canto suo, si limitò ad una silenziosa e blanda azione di protesta, che fu più una finta che tutto il resto.
Cosa prevedeva quella legge elettorale, perché, financo il suo autore, la definisse una porcata? Nelle premesse è stato sottolineato come sia necessario e fondamentale in democrazia un sistema elettivo su base proporzionale e rappresentativo delle scelte di ogni elettore. Il Porcellum effettivamente veniva definito, almeno sinteticamente, una legge “proporzionale”. Accanto a tale termine, però, veniva associata la dicitura “con premio di maggioranza”, ovvero l’aggiunta di un numero di parlamentari tali da permettere alla coalizione vincente di raggiungere, appunto, una maggioranza stabile per il governo del Paese. Insomma, era un bonus di parlamentari concesso al vincitore delle elezioni, per consentirgli di governare con più tranquillità o, come veniva detto, stabilità. Ed è qui che Calderoli fece peggio di Giacomo Acerbo nel 1923: se la legge fascista prevedeva la soglia del 25 per cento per poter ottenere quel premio governabilità, nella legge del 2005, Calderoli e la maggioranza di cui sopra non inserirono nessun limite minimo di voti per poter assegnare al vincente quel premio.
Ma fin qui il tutto appare ancora accettabile e condivisibile. A ciò però va aggiunto -e qui sta il punto- che su un aspetto particolare il Porcellum copiò la legge Acerbo, portando ad un accentramento vistoso e esasperato il potere politico: le liste bloccate. È facile capire cosa si intenda. Con le liste bloccate, le segreterie dei partiti potevano decidere la posizione in lista dei candidati proposti agli elettori e questi ultimi avevano solo la possibilità di votare o non votale il partito, ma mai decidere il candidato, che era eletto in base alla posizione in lista, partendo dal primo e via dicendo. Con tale modalità di voto si eliminò dunque la possibilità per l’elettore di votare il candidato che preferiva, che invece era imposto dal partito. All’elettore, dunque, rimaneva solo la possibilità di votare il partito, ma non il proprio rappresentante che veniva deciso dai vertici del partito stesso.
Tutto questo condusse ad una composizione del parlamento fatta di gente perfettamente sconosciuta al popolo italiano, la quale tuttavia non aveva alcun potere, che invece si concentrava nelle facoltà di pochissime persone, ovvero quelle che governavano i partiti.
Insomma, le segreterie dei vari partiti dell’arco parlamentare si trasformavano in tanti Gran Consiglio del Fascismo e i capi di partito in tanti Mussolini, che decidevano chi dovesse essere eletto e chi no, compatibilmente con i voti presi durante la tornata elettorale. Da qui è facile intuire che tutta l’attività parlamentare, nelle sue decisioni si spostò nelle stanze nelle segreterie dei partiti e si avviò la stagione dei parlamentari-fantoccio.
Il Porcellum ha regolato ben tre tornate elettorali, prima di essere, finalmente, giudicata come incostituzionale nelle parti fondamentali e qui analizzate, ovvero le elezioni del 2006, 2008 e 2013. Solo nel gennaio del 2014, infatti, la Corte Costituzionale modificò la legge con una sua sentenza, sebbene fosse stata sollecitata da più organi, non ultima la Corte Suprema di Cassazione, nel porre una questione di legittimità costituzionale. Che fosse incostituzionale nel premio di maggioranza senza soglia e nelle liste bloccate era stato rilevato da tutti, anche dallo stesso Calderoli nonché dall’allora presidente della Repubblica, che ratificò tale legge, senza alcun tipo di notifica al Parlamento: erano tutti d’accordo? In ogni caso, la modifica del Porcellum non ha portato ad un sistema elettorale molto lontano da questo, ed anche oggi sono le segreterie dei partiti che decidono in larga parte, al posto del cittadino sostituendosi nelle sue scelte e determinazioni. Come, del pari, l’era del parlamentare-fantoccio, avviatasi nel 2005, rimane viva ed estremamente attuale.

Massimiliano Lorenzo







martedì 28 maggio 2019

Elezioni: mentre gli italiani cercano il Salvatore, i leccesi....- di Mauro Ragosta


            E mentre gli italiani, in un moto ondivago, cercano il Salvatore -ora è il momento di Salvini- i leccesi lentamente stanno costruendo, partendo da destra, un nuovo percorso politico. E ciò, da un lato, attraverso il progressivo abbattimento della storica classe dirigente della città, e dall’altro avviando una ricerca, di nuovi schemi, nuovi paradigmi, nuove formule politiche, che approderà ad una cultura più adeguata ai tempi moderni, alle nuove necessità di Lecce e non solo.
            A Lecce hanno vinto veramente i radical chic, con addosso ancora i residui di una cultura gramsciana fuori tempo e antistorica, oppure questi sono stati lo strumento per innescare un nuovo processo politico? L’ampio consenso sociale dei radical chic, rappresentati da Salvemini, è un consenso profondo, fatto di convinzioni inattaccabili, o è stata una manovra per mandare a casa definitivamente i vecchi dinosauri della destra leccese?
            Certamente, i Perrone, i Messuti -si è aggiunto pure, con lo sconcerto di tutti, Camilli- danno l’idea di persone arcigne, di un pragmatismo insopportabile, con un rampantismo oramai sbiadito, insomma fuori moda, in una città vocata alla cultura, alla poesia, al turismo, e che per questo richiede nuove sensibilità, un modus operandi più aggraziato, oltre che un approccio politicamente nuovo.
            Tutto fa pensare che nella destra leccese ci sia un fermento ctonio volto al rinnovamento, che si è manifestato in un progressivo processo di ammutinamento. Eh, sì, perché a ben osservare non solo non pochi politici di destra sono passati dall’altra parte della barricata, ma anche il normale elettore di destra senza funzionalità di sorta, ha preso le distanze dalla classe dirigente destrorsa tradizionale.
            E’ evidente che come nel 2017, una buona parte della governance di destra fu posta a riposo e poi in disarmo, anche oggi un’altra fetta importante dei personaggi di destra è stata eliminata. Molti di loro dovranno cambiare il loro campo di interessi e abbandonare la politica. Ad alcuni è stato dato di proseguire ancora nell’esperienza, ma non per molto, e già da oggi è evidente che dovranno cominciare a riprogrammare la loro esistenza.
            E mentre in Italia, con uno sguardo di lungo periodo, siamo allo sbando, a Lecce ci si impegna per nuove impostazioni della politica, si ricercano nuove formule. E ciò parte proprio da destra e dall’usura dei suoi schemi, oramai non in linea con una società e un’economia che a Lecce sono cambiate profondamente negli ultimi cinque anni.
            Dopo il primo cedimento del 2017, la destra ha tentato di avviare un mutamento di rotta, un rinnovamento degli schemi politici, ma il processo non ha retto alle ultime tensioni elettorali, interrompendosi prematuramente. D’altro canto le nuove determinazioni erano troppo giovani………..
            Forse, questa ricerca, avviata nel 2018, riprenderà corpo, questa volta in un quadro, non solo più stabile e prevedibile, ma anche ripulito e rigenerato di tutte quelle vecchie componenti politicamente avariate.
            Ci sono davanti cinque anni, in cui da una parte Salvemini con molta probabilità finirà di abbattere gli ultimi capisaldi della vecchia destra leccese, dall’altro, nel silenzio, le nuove forze di destra collauderanno nuovi schemi, nuovi paradigmi, che vedranno la luce e verranno verificati tra cinque anni.

Mauro Ragosta

domenica 26 maggio 2019

Recensione n°4: Simona De Riccardis ed il suo primo lavoro letterario - di Mauro Ragosta


            Circa un anno fa, Simona De Riccardis esordisce nel mondo della narrativa e della letteratura salentino con un bel volume edito da Edizioni Esperidi di Claudio Martino, il quale è spinto a simile pubblicazione perché rimasto affascinato dal modo di raccontare di questa giovane scrittrice.
            Il volume, dal titolo Mani nella Mani, nel corso del 2018 e fino ad oggi, ha riscosso un significativo successo tra i critici e soprattutto tra i lettori più esigenti del nostro territorio. E molte sono state le sue presentazioni, dove la De Riccardis ha segnato in maniera forte la sua presenza nel distretto mondano e culturale leccese, riuscendo così, nel suo neofitato, a riscuotere risultati interessanti e, per certi versi, con delle ricadute più ampie. Un processo di integrazione, quello della De Riccardis, tra gli scrittori salentini ben riuscito, perché supportato da un prodotto letterario, Mani nelle Mani appunto, di ottima fattura letteraria.
            Questo primo lavoro di Simona si struttura in una biografia romanzata di una raffinata ed affascinante donna, Emma, sua nonna, la cui esistenza attraversa tutto il Novecento. E qui, mentre la Nostra  traccia le vicende della protagonista, mette in luce alcuni tratti culturali e sociali del Secolo Breve, attraverso una prospettiva, le atmosfere ed i respiri tipicamente borghesi e di alto livello, in un territorio, quello salentino, che ha visto l’affacciarsi alla modernità con una prudenza, un passo felpato, che l’hanno messa al riparo dalla rapidità dei cambiamenti del Mondo Occidentale, che non sempre si sono espressi in un reale progresso.
            E’ un romanzo, Mani nella Mani, che fa riflettere e che soprattutto dà il senso del cambiamento e del tempo trascorso, nel quale molti di noi sono stati a vario modo partecipi e protagonisti, e dove la De Riccardis si distende in un raccontare, nel quale è particolarmente sentito il senso della storia e della sua attualizzazione.


            Mani nelle Mani, non è solo un romanzo che dilata la nostra mente sui processi di mutamento dei nostri costumi e della nostra cultura, ma si proietta e lascia intravede, sebbene in maniera velata, anche ambiti esoterici, ovviamente per chi ha di queste sensibilità. Naturalmente, non manca nel racconto lo spunto sentimentale e amoroso, che appassiona i più. E in tale direzione Emma, la protagonista appunto, è donna capace di grandi sentimenti e passioni, che tuttavia traduce nella sua vita senza mai andare oltre i dettami del suo tempo o dei suoi tempi. E’, pertanto, donna pertinente al suo contesto.
            Insomma, non è azzardato affermare che, Mani nelle Mani, è un volume assolutamente da leggere, non solo perché scritto bene, col senso del ritmo e delle proporzioni, ma perché offre una coesistenza di proiezioni che ci appartengono e capaci di appassionare le più disparate sensibilità e culture.
            E per concludere, non si può non procedere ad una succinta contestualizzazione di questo lavoro, che pare inquadrarsi in una corrente letteraria locale, quella appunto dell’analisi retrospettiva della famiglia di appartenenza in chiave romanzata, che, per certi aspetti, da noi ha preso corpo in maniera significativa a partire dal 2013 circa, di cui una delle espressioni più recenti e significative è rintracciabile nei romanzi di Annalaura Giannelli, alla quale la nostra De Riccardis si affianca a pieno titolo.
           
Mauro Ragosta

venerdì 24 maggio 2019

Saper Comunicare (parte prima): Le premesse - di Danilo De Luca


Molto spesso accade che ci scopriamo soli e stressati, senza però riuscire a dare un senso al nostro disagio. Il più delle volte, tale stato è dovuto al semplice fatto che non veniamo capiti. Non solo. Accade sovente di fare fatica a comprendere cosa ci dice il nostro interlocutore, non riusciamo a intercettare i suoi motivi più profondi e reali, che ribalta nella relazione con noi. Da qui la relazione, e quasi tutte le relazioni che abbiamo, vengono gestite con difficoltà, fatica, diventando un elemento ansiogeno della nostra esistenza. Alla base di tutto ciò, molto probabilmente, vi è una comunicazione poco efficace, poco efficiente, perché l’uomo di oggi non dispone né di una grammatica della comunicazione né di studi adeguati.
Quarant’anni fa, le cose stavano diversamente: l’uomo degli anni ’70 e ‘80 non aveva le stesse nostre necessità comunicative, viveva, peraltro, in una società stabile e che si evolveva lentamente, in prassi di modesta intensità relazionale. Tuttavia, soprattutto nell’ultimo decennio, la situazione si è ribaltata e la nostra società e la nostra economia si sono sviluppate a ritmi crescenti, quasi esponenziali e rapidamente, da una parte. Dall’altra, i vecchi lavori sono scomparsi o si sono ridimensionati e tutti oramai siamo impegnati in attività ad alto quoziente relazionale. Una situazione, tra le altre, che c’è piombata addosso senza accorgercene e senza avere la possibilità di dotarci dei necessari strumenti. Tutto è diventato mobile e relazionale e molte delle certezze si sono dissolte.
In altre parole, in una dimensione socio-economica sorretta dai settori primario e secondario, quale era appunto la società di qualche decenni fa, dove contadini e operai esercitavano la propria professione in modo standardizzato, e dove poche erano le occasioni per relazionarsi e limitate le necessità comunicative. Allora l’uomo non possedeva particolari abilità lessicali né il nozionismo di cui possiamo disporre ora, ma non ne aveva alcun bisogno e le conoscenze in proprio possesso erano necessarie e sufficienti ad operare in siffatto contesto, in definitiva semplice.
Il progresso tecnologico, dal boom economico del Secondo Dopoguerra fino alla rivoluzione digitale di fine millennio, ha portato a una prima lenta e poi fulminea ri-mappatura dell’assetto sociale: i lavoratori dei campi e delle fabbriche sono diventati sempre di meno, decimati da una migrazione verso i settori del terziario e, in un secondo momento, del quaternario. Il cambiamento è stato talmente repentino da non lasciare all’uomo odierno il tempo di adattarsi, il tempo utile a dotarsi di adeguati strumenti per la nuova comunicazione che gli è stata imposta. Ad un crescere massivo delle esigenze relazionali richieste dal nuovo sistema di massa non è corrisposta eguale crescita in termini di abilità e di conoscenze in ambito linguistico. Sicché, in molti sono rimasti fuori dalla contemporaneità, per lo più isolati e circondati solo da rumori, suoni che non capiscono. Da qui, il disagio, crescente e la solitudine.
In questo quadro prende avvio questa nuova rubrica di Maison Ragosta, che si pone l’obiettivo di indagare le cause e gli effetti delle incapacità comunicative di molti di noi. E non solo. Proveremo a fornire indicazioni e consigli utili al lettore per riconoscere i propri limiti relazionali e comunicativi, ovviamente per mettere in condizione di oltrepassarli. Il tutto, senza mai perdere di vista l’obiettivo finale: dare suggerimenti utili al raggiungimento di una maggiore serenità. Perché le negligenze della nostra comunicazione si riflettono in modo diretto sulla nostra sfera di affetti, che a sua volta gioca un ruolo di non poco conto per il raggiungimento di un appagamento mentale ed emotivo.

Danilo De Luca

martedì 21 maggio 2019

Avvio all'esoterismo (parte settima): I Templari - di Andrea Antonello Nacci



Come messo in evidenza nella parte precedente della nostra rubrica, la prima scuola iniziatica che, seppur brevemente, tratteremo è quella riconducibile ai Templari, monaci-guerrieri che, sin dalla loro costituzione, intorno al 1100 e sino ad oggi, hanno fatto parlare di sé ed hanno lasciato un solco profondo nel corso della storia dell’Occidente e nei suoi attuali caratteri, non solo sotto il profilo delle pratiche esoterico-religiose, ma anche per i loro principi economici e sociali.
Parlare oggi di Templari è, dunque, tutt’altro che anacronistico. L’importanza assunta dal Sacro Ordine del Tempio in termini di derivazioni storiche e di influenza su praticamente tutte le Obbedienze sorte successivamente, è, per altro verso, tale da spingerci ad iniziare proprio da qui, come accennato, la nostra seppur breve ed assolutamente inesaustiva disamina di uno dei maggiori Ordini iniziatici,  che tuttavia può dare un’idea del fenomeno e spingere ad ulteriori approfondimenti e riflessioni.
Fu un monaco cistercense, San Bernardo di Chiaravalle, che ispirandosi alla regola benedettina, ma rendendola molto più dura, stilò la regola etico-comportamentale destinata ad essere applicata alla vita dei  monaci-guerrieri, la cui esistenza si basò sull’obbedienza, la povertà e la castità. La vita dell'Ordine era regolata così in modo durissimo, dunque, ed era chiaro che tanto la Fede quanto l’abnegazione degli adepti dovevano essere assolutamente totalizzanti. Il Credo sarebbe stato la vera ed assoluta ragion d'essere di ogni frate, né potevano essere tollerate fughe o diserzioni dal Tempio, cosa per la quale  la Regola non poteva che risultare rigidissima, al punto che venivano esortati gli stessi Maestri dell'Ordine a selezionare nel modo più capillare e severo ogni vocazione di ciascun postulante. Costoro erano successivamente sottoposti ad un esame che consisteva in una prova tale da essere considerata davvero per pochi eletti, nel corso della quale era necessario valutare se il postulante poteva veramente essere degno di essere accolto nell’Ordine e divenire un Cavaliere Templare.
Fulcro di tutto era naturalmente l'obbedienza assoluta e incondizionata ai superiori, a cui faceva da corollario un ferreo convincimento, dettato, come dicevamo, da un'assoluta abnegazione che andava ben al di la della propria stessa vita. In altri termini, la loro rinunzia alla propria volontà era assoluta, si annullava e si inetgrava in quella del superiore incondizionatamente.
La documentazione ufficiale del Tempio, era custodita dai Maestri. Negli statuti risalenti alla seconda metà del XIII secolo, si evince come il postulante dovesse essere valutato o dal Precettore della Magione ove avveniva l'Entratura, o da un Dignitario di rango superiore, generalmente di passaggio ed appartenente ad altra Magione, che veniva invitato a presenziare al Rito. Rito durante il quale doveva essere accertata la reale attitudine e che consisteva nell’esaminare per ben tre volte il candidato. Questa, ad esempio, è una delle domande tipiche che venivano rivolte all’interessato:
Signore, saprete sopportare l'insopportabile?
Signore, con l'aiuto di Dio, saprà sopportare qualunque cosa!
A questo punto il postulante si spogliava delle vesti laiche per indossare quelle monastiche (bianche) e quando il Precettore gli allacciava il mantello al collo il candidato era consacrato Cavaliere Templare.
Sappiamo che le origini dei Riti di Iniziazione affondano le loro radici nella preistoria e sono strettamente legate ai riti religiosi sin dagli albori dell’umanità. L'iniziazione è ritenuta una procedura di fondamentale importanza perché è simbolo di una Morte Sacra a cui segue la Rinascita ad una nuova Vita Superiore. Noi, oggi, sappiamo, dalla consultazione degli atti del processo contro l’Ordine, voluto da Filippo il bello di Francia nel 1307, che nel caso dei Templari, l'investitura prevedeva tre momenti paradigmatici: la Liturgia, l’Interrogatorio ed infine le Promesse d’onore.
Durante il processo avvenuto per eresia e sodomia, Il Papa Clemente V comprese come alla base di tale cerimoniale ci fosse l'esigenza di mettere alla prova il futuro Cavaliere per verificarne la capacità di sopportare la disciplina durissima e l'obbedienza assoluta che il Tempio avrebbe esatto da loro. In questo contesto, i Precettori potevano anche impartire spesso un ordine totalmente assurdo per saggiare la totale attitudine dei nuovi Frati-Cavalieri alla cieca obbedienza. Eccone un esempio fin troppo celebre perché utilizzato come argomento principe negli atti d’accusa contro l’Ordine del Tempio:
È obbligatorio per te rinnegare tre volte quel Cristo, che quest'immagine rappresenta, e tre volte sputare sull'immagine e sulla croce” Lui rispose che non lo avrebbe mai fatto, allora il precettore lo rimprovero in maniera durissima, dicendogli. “Osi mostrarti disobbediente ad un comando che ti è stato dato?
Questo apparente rinnegamento del Cristo, insieme allo sputo sulla Croce, che Filippo il Bello seppe manipolare a far passare per una prova di eresia, facendosi aiutare dai suoi migliori avvocati del tempo quali Guglielmo di Nogaret, apparteneva in realtà quindi ad un cerimoniale segreto d'ingresso effettivamente in uso presso l'ordine del Tempio, ma aveva tutt’altro significato che quello dichiarato durante il processo: il postulante che chiedeva di entrare nell'ordine era messo a confronto con le violenze che i Saraceni compivano sui Templari catturati per costringerli a rinnegare Cristo e oltraggiare la Croce sotto minaccia di morte. Il Rito di Iniziazione era quindi una messinscena il cui scopo era di spaventare il Postulante per metterlo alla prova e consentire ai suoi superiori di verificare immediatamente di che tempra fosse il futuro Confratello, la sua capacità di autocontrollo e la subordinazione agli ordini dei suoi superiori.
Fu proprio per tutto ciò che, l’Ordine non fu soppresso, ma sospeso. A 700 anni da quel drammatico processo, che si concluse nel 1312, si può tranquillamente confermare, infatti, che il Sacro Ordine del Tempio era totalmente estraneo dall’accusa di eresia, un fatto, questo, storicamente riconosciuto e confermato ulteriormente dalla la restituzione dei sacramenti ai Cavalieri, cosa che il Papa non avrebbe mai permesso, se non fosse stato sicuro della loro completa innocenza.
Tra gli atti d'accusa vi fu anche l’altrettanto noto – e caro ad una certa letteratura anche di oggi -  “bacio sul sedere” che, stando a quanto emerso dagli interrogatori dell’epoca, aveva tuttavia la finalità di saggiare la capacità del Postulante di umiliarsi dinanzi ai Cavalieri più anziani. E tutto ciò può dare l’idea di quale livello di abnegazione e totale rinunzia a se stessi ed alla propria volontà praticavano i frati Templari. Ad ogni modo, è significativo che ancora oggi, tale pratica risulti tipica di rituali in uso presso comunità orientali, a cui i Templari potrebbero con tutta probabilità aver attinto durante la Loro permanenza in Terra Santa. Questi gruppi iniziatici medio-orientali praticano infatti cerimonie d'iniziazione a cui si usa baciare l'osso sacro -non le natiche quindi- in quanto considerato fulcro di energie Divine nell'uomo.
Andrea Antonello Nacci

sabato 18 maggio 2019

Archivio Ragosta: L'invidia, motore sociale ed economico



          E’ manifestazione generalizzata quella di voler un mondo migliore, dove alberghino la pace, l’umiltà e la fratellanza. Fondamentali i dettati del cristianesimo sul Paradiso, che facilmente sono entrati nei desiderata di tutti, nel miglior immaginario popolare. E molti sono i detrattori e i critici degli aspetti negativi dell’essere umano, peraltro naturalissimi, ma banditi dalle chiese e dalla morale pubblica. Pochi quelli che hanno colto paradossalmente gli aspetti positivi della cattiveria, dell’istintività, anche se sublimate. Tra questi Adam Smith, il quale sottolineò che l’uomo fosse irrimediabilmente malvagio, ma da tale constatazione ne derivò che le caratteristiche umane, naturali (e dunque inopportune?) messe a sistema avrebbero prodotto benefici più grandi dei malefici. Ed in effetti, le sue teorie, alla base della moderna economia, hanno portato ad un benessere mai raggiunto prima dall’umanità, compreso l’allungamento della vita, basandosi il tutto infatti su individualismo spinto e alta competizione. Insomma, non è azzardato affermare che la nostra civiltà ha messo a sistema anche il male, per raggiungere gli obiettivi fissati dagli illuministi nel ‘700, quali la ricchezza materiale diffusa ed, entro certi limiti, l’immortalità.
            In tale direzione va sottolineato che nel mondo Occidentale sono più di settanta anni che non vi si presentano guerre di rilievo, ma nella terminologia economica è entrato a pieno titolo molto del lessico militare e bellico. Il confronto, nel mondo sviluppato, Occidentale, di fatto si disputa e si sviluppa sul mercato, tra aziende, tra banche e tra consumatori, nonché tra aziende, banche e consumatori e non più a colpi di cannone o di mitragliatori. Ma c’è di più. Uno dei libri più venduti in Italia, negli ultimi anni, è ascrivibile a Sun Tzu – L’Arte Della Guerra - che invita all’inganno, quale strumento principale, se non proprio esclusivo, in una competizione.
            In tutto questo, in questo competere, un posto principe lo occupa l’invidia, che è quel sentimento che porta un individuo a voler superare e demolire chi ha una posizione di successo, o che lui reputi desiderabile. L’invidia, uno devi veri motori della nostra società, è un peccato, uno tra i primi –si ricordi Caino- che alla base porta al non riconoscimento della propria diversità e del proprio destino. Insomma, è un ignorare nel profondo la propria persona e voler essere o superarne un’altra, che si reputa in una situazione auspicabile, un modello. Nel contempo, l’invidia porta, però, a sentirsi insufficienti, minoritari rispetto a certe situazioni o soggetti, e da qui un’azione e una vita dedicate al superamento, alla scalata sociale ed economica. Si aggancia all’invidia, ovviamente, la voglia dello stupire e come conseguenza la spettacolarizzazione di quasi tutte le attività umane.
            Naturalmente, l’invidioso ha tutta una sua filosofia, generata per coprire e travestire questo sentimento, attraverso proposizioni e giustificazioni socialmente accettabili. Ne conseguono certe filosofie sull’utilità, sulla necessità, sull’emulazione, sull’uguaglianza, sul bisogno di condivisione, dell’espressione intima come panacea di tutti i mali e via dicendo, celando sotto tuttavia ben altri intenti.
            D’altro canto, c’è chi, in posizione di potere e dunque anche di successo, si trova a dover rispondere a tutti gli attacchi che gli vengono dagli arrivisti, gli invidiosi che vogliono abbattere e sostituirsi alle loro posizioni. Ne segue una sottile competizione sociale, che conduce a costruire armi esistenziali ed economiche sempre più sofisticate, sempre più evolute, sempre più incisive, per chi gioca in attacco e per chi gioca in difesa.
            Superata la soglia di sopravvivenza, l’uomo comune produce e consuma in quantità sempre crescenti prodotti simbolici. Prodotti che, in definitiva, lo rappresentano e lo lanciano in questa competizione forsennata e senza una conclusione (al riguardo, è utile consultare Alexis de Tocqueville, La Democrazia in America - 1835). Peraltro, da una parte si desidera la pace ed il Paradiso, ma dall’altro non si rinunzia alla competizione. Insomma, c’è chi vorrebbe un sistema diverso, ma tuttavia non è disposto rinunciare all’invidia o accettare le proprie debolezze. Oggi, non ci si alimenta, ma si degusta, non ci si veste, ma si indossa, non si abita, si risiede. Ecco, le residenze, i look, le alchimie edule e le varie orpellerie da ostentare o commentare con vanto.
            E così la spinta dell’insufficienza generata dall’invidia apre le porte allo sviluppo e dunque, al consumo crescente, alla produzione, ed in definitiva, all’occupazione ed al lavoro. Tutto, dunque, centrato sul senso dell’insufficienza e della voglia di superare il prossimo..
            Per concludere, alcuni, sin da tempi insospettabile, parlano di sana competizione per evitare le degenerazioni, ma nessuno sa tracciarne i confini da non valicare. Forse, l’unica alternativa che si pone all’avere una “sana competizione” che potrebbe essere centrale nella politica di oggi, è il rispetto delle regole condivise, siano esse leggi siano esse prassi comuni. Ed in questo l’Occidente, forse, ha perso il senso dello sviluppo e il senso della crescita, che stanno avvenendo in maniera disordinata e convulsa, con effetti probabilmente devastanti sul piano dell’ecosistema e dell’esistenza in sé.

Mauro Ragosta

Articolo apparso su Paisemiu nel marzo del 2015

mercoledì 15 maggio 2019

Dalla Seconda alla Terza Repubblica (parte sesta): L'Italia, il suo Debito e la sua Libertà - di Massimiliano Lorenzo



     Centoventi per cento, centoventitre per cento, centoventinove per cento, centotrentuno per cento. Questa è solo la parte finale della serie crescente del debito pubblico italiano. Un indebitamento che nel 2013 ha superato la cifra record di 2000 miliardi di euro arrivando a circa 2.300 miliardi, a fronte di un prodotto interno lordo, un reddito di cittadini ed imprese, di circa 1600 miliardi. Ma che significa praticamente? Che su ogni cittadino italiano, bambino, adulto o vecchio che sia, grava un debito di circa 40.000 euro. In altre parole, una famiglia di tre persone, ad esempio, ha un debito contratto dallo Stato di circa 120.000 euro. Cifra questa non preoccupante dal momento che il patrimonio medio della famiglia italiana è di circa 300.000 euro.
     Prima di entrare nei gangli di cifre e percentuali, ci si deve chiedere  chi ha dato credito allo Stato italiano. Ovvero il com’è composto il debito pubblico italiano. Chi detiene i 2.286 miliardi del nostro debito? Limitandoci alle macroare, possiamo dire che il 32% è in mano ad investitori stranieri (principalmente banche tedesche e francese), mentre il 33% è in quelle italiane; il 19% appartiene a fondi ed assicurazioni nazionali ed internazionali; mentre, il 16% è nella pancia di Banca d’Italia ovvero della BCE. In altri termini, noi italiani dobbiamo dare alle banche straniere, soprattutto francesi e tedesche ,circa 7.00 miliardi di Euro e alle banche italiane qualcosa in più di 700. Sono state dunque le banche a sostenere le spese dello Stato italiano, praticate col deficit di bilancio.
     Prendendo in esame l’andamento del debito pubblico italiano degli ultimi 25 anni, si può notare come questo cresca in maniera costante e come esploda, ovviamente, nell’anno immediatamente dopo la crisi del 2008, quando passò dal 106% del Pil al 116% del Pil. Ma perché questa sovraesposizione spropositata?
     Per rispondere occorre capire che una prassi consolidata dello Stato italiano con l’avvento della Seconda Repubblica è stata quella di aumentare il debito pubblico in proporzione all’aumento del reddito dei cittadini. Se questo meccanismo ha funzionato sino al 2008, quando il debito si attestava intono al 105% del reddito dei cittadini e delle imprese o PIL, più tecnicamente, ed era rimasto stabile per tutta la Seconda Repubblica, anzi a tratti diminuendo, col Governo Monti questo rapporto comincia a crescere rapidamente. Perché? Perché a partire da tale Governo la prassi è stata quella di aumentare il debito in maniera più che proporzionale rispetto al reddito dei cittadini, che invece si contraeva. In altre parole, mentre per effetto della crisi, il reddito dei cittadini non cresceva o cresceva poco, il debito italiano continuava ad aumentava rapidamente, nonostante in questi anni sia stato introdotto il principio costituzionale del pareggio di bilancio e aumentato rapidamente il prelievo fiscale, che tuttavia non è riuscito ad avere effetti compensativi. Che significa tutto questo? Che lo Stato italiano nell’ultimo decennio, mentre avrebbe dovuto essere più parsimonioso nel distribuire il danaro pubblico, ha speso in maniera talmente crescente che ha portato ad un indebitamento, in un certo senso, insostenibile e posto se stesso sotto scacco rispetto al sistema bancario, al quale ha fatto ricorso “per trovare i danari da spendere”, mettendo in serio pericolo il suo potere di autodeterminazione  e la libertà dei suoi cittadini.
     Ma facciamo un passo indietro per avere dei dati comparativi e per concludere questo breve spaccato, al fine dare un quadro più esaustivo nei confronti di questo aspetto della vita italiana.
     La serie storica del debito pubblico ha visto nell’ultimo secolo e mezzo quattro principali fasi di boom. La prima di queste si fa risalire alla fine dell’‘800, a seguito della “grande depressione”, alla quale, per la sua ampiezza temporale e di settori colpiti, gli storici hanno legato il termine “crisi”. Di lì a pochi anni, una seconda fase di espansione del debito pubblico si ebbe nel primo dopoguerra, quando nel 1920 il debito pubblico toccò la percentuale del 160%. Ma vi erano le spese per lo sforzo bellico, un’Italia da ricostruire, infrastrutture da rimettere in piedi e una popolazione da assistere, dopo un conflitto sanguinoso come quello della Prima guerra mondiale.
     La terza pagina storica di questa serie è rinvenibile nel periodo tra le due guerre mondiali, quando la famosa crisi del 1929, del venerdì nero di Wall Street, e la grande depressione fecero nuovamente gonfiare il debito pubblico del Regno d’Italia. Se, comunque, nel 1934, il debito calcolato era l’88% del Pil, l’entrata in guerra nel secondo conflitto mondiale lo portò al 108%. Positivi saranno poi i successivi vent’anni, nei quali l’indebitamento si sgonfiò, grazie al boom economico della seconda ricostruzione ed un tasso medio di crescita del 5% e all’insediamento di governi spiccatamente liberali, dove intorno al 1970 il debito italiano, in rapporto al prodotto interno lordo, si era contratto attestandosi intorno al 40%. Dai primi anni ’70 però, con l’espansione del pubblico impiego e l’avvio del welfare state, cominciò nuovamente a crescere rapidamente arrivando alla fine della Prima Repubblica, nei primi anni ’90, intorno al 100% del PIL, rimanendo piuttosto stabile sino a una diecina d’anni fa, come s’è visto.
Massimiliano Lorenzo

domenica 12 maggio 2019

Ritratto foto-letterario n°3: Monica Conforti - di Mauro Ragosta







          Dopo Giovanna Ciracì e Salvatore Cosentino, il terzo ritratto foto-letterario di Maison Ragosta è dedicato a Monica Conforti. Anche con lei delle affinità che ci tengono vicini. Affinità che si centrano sul modo di intendere l’arte del narrare, sul piano della scrittura, e, dall’altro, sul modo di concepire la vita, quale esercizio volto a circondarsi di ciò che è bello, ovviamente per quello che è possibile.
            Monica si definisce una scrittrice esordiente. In effetti, però, non v’è traccia in lei di intenzioni, anche recondite, di fare “carriera” nell’ambito letterario. Al contrario, per lei l’arte dello scrivere è solo occasione per imbattersi in atmosfere eleganti, raffinate, sensuali, dove anche il dolore è vissuto in maniera tale che tutto richiama al buon gusto. E in questo si può cogliere anche la sua asimmetria con gran parte del mondo letterario leccese e salentino.
            E come me, sul piano narrativo, poco ama la trama, il racconto in sé, quanto piuttosto gli aromi, i respiri, le circostanze, l’aura degli ambienti e dei personaggi. Da qui è facile capire che per lei la scrittura è una delle possibili occasioni per vivere l’armonia e la bellezza.
Tra qualche tempo uscirà un suo romanzo, giungendo così alla sua seconda pubblicazione. La prima, sulla scia di quanto marcato e al di là dell’intreccio narrativo, si pone quale esempio di prezioso descrittivismo. Non è facile, infatti, intrattenersi in un racconto nel quale gli elementi circostanziali sono messi in risalto e narrati con vera maestria tra aggettivazioni, avverbi e ricercate figure retoriche. E non è azzardato affermare che essa si collochi tra le migliori pubblicazioni locali di tal genere.
L’esercizio della felicità -questo è il titolo del suo primo volume- mette in luce anche e allo stesso tempo il modo di concepire la vita da parte di Monica, dove una marcatura decisa si trova negli aspetti formali, quali sensi dell’esistenza. E da qui, è facile che Monica convenga con me sulla circostanza che il senso di una civiltà si possa intravedere soprattutto in ciò: forma ed equilibrio, appunto.
Monica, un’esteta, dunque? Forse sì, ma non solo. Dell’altro si coglie nel suo modo di essere figlia, madre e moglie. Ma c’è di più! Nel mondo culturale leccese, oltre che ad essere nota come scrittrice, è responsabile della filiera cultura di Laica, associazione di imprenditori e professionisti, che riveste centralità nel panorama socio-economico di Lecce e dintorni.
In linea con quanto tracciato, è il suo senso della misura, la sua capacità di muoversi e interloquire con grande leggerezza e grazia che la caratterizzano, dove si nota facilmente, nel suo scivolare nelle relazioni e tra le cose, un non poco spiccato senso del pudore e della riservatezza, che con forza ne definisce, probabilmente, il suo specifico, il momento topico della sua persona.
Gli scatti qui proposti, come al solito non sono un tentativo di riproduzione della realtà, ma uno dei possibili modi di esprimere ciò che penso di Monica Conforti, donna di innegabile bellezza e stile. E quindi, lungi dall’essere teatrale nella mia espressione fotografica, per lei ho  realizzato un piccolo potpourri di immagini, che, pur non avendo un filo conduttore evidente, dunque, credo che siano capaci di evocare tanto la sensualità, quanto la sua eleganza ed amabilità, che io colgo nel suo modo d’essere.

Mauro Ragosta

Si ringrazia Daniela Mazzota, per aver messo a disposizione gli spazi della  Libreria Adriatica, di cui lei è titolare, per la realizzazione di alcune di queste riprese.

sabato 11 maggio 2019

Post-Evento n°1 - Il Premio Internazionale Capo di Leuca e Laura Petracca



           Con questo pezzo Maison Ragosta inaugura la rubrica Post-Evento, che ha lo scopo di evidenziare quelle occasioni mondano-culturali, le quali nel distretto culturale salentino hanno avuto una risonanza di un certo rilievo sia sotto il profilo socio-culturale sia sotto quello economico e di particolare interesse per il settore dell’Arte, lo Spettacolo e la Cultura.
            Il primo evento che merita la nostra attenzione è il Premio Internazionale “Capo di Leuca” tenutosi a Presicce lo scorso 27 aprile. Al riguardo, non si reputa superfluo capire cosa sia un premio. La risposta più fruibile pare essere quella per cui un gruppo di persone, di istituzioni e/o associazioni si impegnano in un momento di sintesi teso ad individuare quegli attori che, nell’ambito di un settore, di una disciplina, di un territorio si sono distinti nel dare un proprio contributo nella direzione dello sviluppo dell’arte, della scienza e della cultura in genere.
            In tale prospettiva il Premio internazionale “Capo di Leuca”, promosso da Word Traditional Kickboxing Association, l’Associazione Nazionale Marinai d’Italia (gruppo di Salve), la Lega Navale Italiana (sezione di Santa Maria di Leuca), col patrocinio del Comune di Salve, della Provincia di Lecce e della Regione Puglia, ha voluto intercettare quei protagonisti del mondo dello sport, della cultura, dello spettacolo, che si sono distinti per capacità, carriera e contributo sociale.
            All’interno di una due giorni di manifestazione, presso il Resort Vivero di Presicce (LE), sabato 27 aprile 2019, si è svolta la manifestazione di premiazione, alla presenza di personalità di spicco in ambito culturale ed istituzionale e di rilievo non solo locale e nazionale, ma anche internazionale, dove una particolare menzione va per il dott. F.Plastina, presidente dell’Universal Peace Club.  Un momento importante organizzato magistralmente da Antonio De Sabato e Mario De Sabato.  
Tra i vincitori del Premio va segnalata la professoressa Laura Petracca, di Specchia, docente di Progettazione Tessile, Abbigliamento, Moda e Costume presso l’I.I.S.S. Don Tonino Bello Tricase-Alessano. La Petracca è stata insignita per la sua lunga ed ampia attività artistica, che non solo si è espressa in numerose collettive e personali, ma è stata tale da farle avere un ragguardevole numero di premi e riconoscimenti sia a livello locale sia a livello nazionale. E non solo. La Petracca, ha avuto il prestigioso riconoscimento, sabato 27 aprile, in quanto ha soprattutto riscosso un successo di sicuro significato sul piano della critica, la quale ha colto e messo in luce non solo le sue specificità e il particolare contributo artistico, soprattutto in ambito decorativo, ma anche le sue capacità tecniche, che si presentano di grande interesse per la pittura.

Mauro Ragosta

venerdì 10 maggio 2019

Avvio all'esoterismo (parte sesta): introduzione alle scuole esoterico-iniziatiche - di Andrea Antonello Nacci



Con questo pezzo iniziamo un nuovo tratto del percorso della nostra rubrica Avvio all’Esoterismo volto a scandagliare ed illuminare, questa volta, il significato storico delle maggiori Scuole Esoteriche di Iniziazione. Percorso che, pur non avendo la pretesa né l’intenzione di affrontarne – cosa che non sarebbe possibile in questa sede per ragioni ovvie – tutte le pieghe delle Scuole Esoterico-iniziatiche, cercherà di chiarirne i reali aspetti storico-esoterici ed alcune delle implicazioni che ne sono derivate sia sul piano sociale sia su quello delle prassi esistenziali.
Volendo essere davvero precisi, qui va in prima battuta chiarito il significato della parola Iniziazione, come in precedenza (nella parte prima di questa rubrica) si è fatto per il termine esoterismo. Una parola, dunque, Iniziazione, che va ben oltre quello che gli è normalmente attribuito. In realtà potremmo cominciare col dire che essa rappresenta l’essere ammessi alla conoscenza di una dottrina di per sé Sacra e Segreta.
La parola Iniziazione implica così un concetto di movimento verso una determinata direzione che non tutti sono in grado di compiere, ma per il quale agli iniziati vengono messi a disposizione i mezzi a ciò necessari; essa non è quindi altro che la spinta, in direzione di una determinata Conoscenza Esoterica, spinta che diventa utile solo quando le qualità intrinseche dell’Iniziato sono verificate come tali da garantire vita a questo movimento.
Metaforicamente, l’inizio del movimento determina la vita; l’Iniziazione determina quindi una vita anch’essa, o meglio, un particolare percorso di vita, a cui si può giungere solo attraverso una via che ne offra le condizioni necessarie all’esistenza; si tratta quindi di una vera e propria rinascita tale da fare dell’uomo un rigenerato o, se si preferisce un “nato due volte” che si differenzierà dall’uomo comune tanto quanto questo si differenzierà dagli altri esseri viventi.
Per questa ragione scopriamo, alla base di qualsiasi iniziazione, il concetto di morte dell’Iniziato, presentato sì nelle vesti allegoriche più diverse, ma la cui persistenza rimane strettamente legata a quella di cui parlavamo di rinascita che ne costituisce insieme sia il fine che il completamento.
Se poi questa morte iniziatica non costituisce una fase meramente simbolica ma realizza effettivamente la morte di qualcosa che è presente “da prima” nell’iniziato, ne consegue che l’azione del morire è rivolta all’annientamento di qualcosa che pure entra nell’insieme dell’uomo; e siccome a questa morte segue una rinascita, essa sottintende un processo generativo di cui diviene necessario ammettere l’esistenza.
Ne consegue che siamo portati alla ricerca, nel nostro interiore, di due entità coesistenti di cui l’una deve morire e l’altra deve generare. Che l’una debba morire è assiomatico nel concetto di Iniziazione, mentre l’altra, non essendo di sua natura necessariamente autogenerante, dovrà rispondere a qualcosa di proveniente dall’esterno, che costituirà il trasferimento iniziatico, senza per questo escluderne in alcun modo la sua intima natura di processo strettamente interiore.
Le scuole di carattere filosofico-metafisico od iniziatico, hanno quasi sempre avuto la necessità di dogmatizzare sia i metodi di scuola in modo del tutto simile a quanto avviene nella catechesi religiosa che, a volte, l’intangibilità del singolo Maestro stesso.
Questa forte assiomaticità difende naturalmente e per così dire ermeticamente, il mondo dei principi di riferimento, cioè le ragioni fondanti della Scuola Iniziatica o del Cammino via via identificati che, anche nei casi in cui non richiedano una vera e propria fede di partenza, presuppongano, quanto meno, un riconoscimento inequivocabile della figura di chi insegna.
D’altronde, la ricerca della Verità può essere allo stesso tempo – o, detto in altri modi altro non può essere che - ricerca della Bellezza, di Dio, di Pace oppure di Illuminazione, Perfezione o Realizzazione. Tutti termini questi che, anche se elencati in modo semiologicamente differente, appartengono nella loro totalità alla Verità Suprema, quella stessa Verità che abbraccia l’intero Universo e lo rende appunto Uno ed indivisibile, pur nella meravigliosa serie di differenze, apparentemente inconciliabili. Inconciliabili tuttavia solo per chi le cerca al di fuori di un percorso di Iniziazione Estoterica. Percorso che, partendo dalla considerazione che per avere una minima, possibilità di raggiungere il Vero bisogni avere il coraggio di soffrire, rinunciare, combattere, mortificarsi, umiliarsi, in una parola: cadere – e quindi morire - per poter rinascere, come dicevano i Templari  ad maiorem Dei gloriam. Espressione, che non ha assolutamente nulla di retorico, ma che rappresenta il concetto metafisico, realizzabile solo come traguardo di un preciso percorso Iniziatico, di ricerca autentica della piena offerta di sé – la morte iniziatica- finalizzata alla Rinascita alla nuova Vita – quella illuminata dalla Verità.
Andrea Antonello Nacci

martedì 7 maggio 2019

Mondanità e cultura a Lecce: una crescita senza sviluppo? - di Mauro Ragosta


          Se si osservasse attentamente lo scenario della mondanità e della cultura a Lecce e dintorni, tutto sembrerebbe convergere sull’idea che negli ultimi dieci anni vi sia stata una crescita significativa, senza tuttavia approdare ad una certa logica volta, orientata allo sviluppo, al cambiamento, alla ricerca di soluzioni più aderenti alle dinamiche della sottostante società, alla modernità.
            Emblematico è il mondo dell’arte e del libro nonché quello della poesia. Qui, ad una crescita quantitativa in termini di artisti, scrittori e poeti, registratasi a partire dal 2010, non è corrisposta la ricerca di nuove soluzioni artistiche e letterarie, di innovazioni e formule più moderne ed al passo con i tempi, producendosi il tutto in un déjà vu, che si pone, negli ultimi anni, come il principale ostacolo ad un ulteriore processo di espansione e da qui ad un approccio a contesti più ampi, e dunque nazionali ed internazionali.
            Come è ovvio non mancano le eccezioni, gli episodi luminosi, ma il quadro d’insieme appare per lo più quello legato a logiche stagnanti e di contesti ancora in un certo qual senso sottosviluppati, registrandosi al riguardo una fortissima indifferenziazione nelle attività dei vari attori, dove dunque tutti fanno un po’ di tutto. Naturalmente, non si è per una specializzazione spinta, ma sicuramente, non ci si può non dispiegare a favore di un livello di caratterizzazione più marcato, più indicativo, magari, in un certo senso, anche iconico.
            Ma dove trovare le cause di questo ritardo nello sviluppo? Un certo peso l’ha la mancanza di una grande esperienza da parte di molti degli attori di questo mondo. Una porzione importante di loro è giunta alla ribalta, sulla scena culturale leccese, non più di dieci anni fa. Da qui è facile capire che essendo tali soggetti alle prime esperienze, la loro soddisfazione si risolve nella pubblicazione di uno, due libri, nel partecipare a qualche collettiva o magari fare un paio di personali. E quindi è facile comprendere che difficilmente tali attori si pongano in un’ottica elaborativa, costruttiva, avendo appena gettato le basi della loro attività.
            Un’altra causa che ritarda lo sviluppo è ascrivibile a chi presenta e recensisce le opere, i libri e le poesie, ponendosi tali attori in una prospettiva piatta. A Lecce, da almeno dieci anni, in linea generale si è quasi completamente dissolta la critica, e tutto si svolge in senso apologetico, in una promozione commerciale mascherata! E se tale prassi è di incoraggiamento per i giovani autori, dall’altra scoraggia in loro ogni forma di ricerca e costruzione, evoluzione compositiva, sfida. Peraltro, come effetto derivato di quest’atteggiamento culturale di presentatori e critici, è il serpeggiare di un certo malcontento nell’utenza, per la quale gran parte degli eventi di presentazione e di promozione appaiono scontati, privi di un qualche interesse e non indicativi delle peculiarità delle opere proposte, nei loro vari aspetti.
            E per concludere, una parte non del tutto trascurabile della stagnazione del mondo del libro e dell’arte è attribuibile al modo di operare di molte case editrici e mercanti d’arte locali, che applicano quasi esclusivamente strategie di brevissimo termine -il cosiddetto mordi e fuggi o basandosi sulla legge dei grandi numeri- senza una visione prospettica di lungo periodo, caratterizzante e stabilizzante, all’interno della quale, definiti i target e le politiche, poeti, scrittori e artisti potrebbero sviluppare nuove idee e forme espressive, nuovi contenuti e tecniche comunicative.

Mauro Ragosta