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sabato 18 maggio 2019

Archivio Ragosta: L'invidia, motore sociale ed economico



          E’ manifestazione generalizzata quella di voler un mondo migliore, dove alberghino la pace, l’umiltà e la fratellanza. Fondamentali i dettati del cristianesimo sul Paradiso, che facilmente sono entrati nei desiderata di tutti, nel miglior immaginario popolare. E molti sono i detrattori e i critici degli aspetti negativi dell’essere umano, peraltro naturalissimi, ma banditi dalle chiese e dalla morale pubblica. Pochi quelli che hanno colto paradossalmente gli aspetti positivi della cattiveria, dell’istintività, anche se sublimate. Tra questi Adam Smith, il quale sottolineò che l’uomo fosse irrimediabilmente malvagio, ma da tale constatazione ne derivò che le caratteristiche umane, naturali (e dunque inopportune?) messe a sistema avrebbero prodotto benefici più grandi dei malefici. Ed in effetti, le sue teorie, alla base della moderna economia, hanno portato ad un benessere mai raggiunto prima dall’umanità, compreso l’allungamento della vita, basandosi il tutto infatti su individualismo spinto e alta competizione. Insomma, non è azzardato affermare che la nostra civiltà ha messo a sistema anche il male, per raggiungere gli obiettivi fissati dagli illuministi nel ‘700, quali la ricchezza materiale diffusa ed, entro certi limiti, l’immortalità.
            In tale direzione va sottolineato che nel mondo Occidentale sono più di settanta anni che non vi si presentano guerre di rilievo, ma nella terminologia economica è entrato a pieno titolo molto del lessico militare e bellico. Il confronto, nel mondo sviluppato, Occidentale, di fatto si disputa e si sviluppa sul mercato, tra aziende, tra banche e tra consumatori, nonché tra aziende, banche e consumatori e non più a colpi di cannone o di mitragliatori. Ma c’è di più. Uno dei libri più venduti in Italia, negli ultimi anni, è ascrivibile a Sun Tzu – L’Arte Della Guerra - che invita all’inganno, quale strumento principale, se non proprio esclusivo, in una competizione.
            In tutto questo, in questo competere, un posto principe lo occupa l’invidia, che è quel sentimento che porta un individuo a voler superare e demolire chi ha una posizione di successo, o che lui reputi desiderabile. L’invidia, uno devi veri motori della nostra società, è un peccato, uno tra i primi –si ricordi Caino- che alla base porta al non riconoscimento della propria diversità e del proprio destino. Insomma, è un ignorare nel profondo la propria persona e voler essere o superarne un’altra, che si reputa in una situazione auspicabile, un modello. Nel contempo, l’invidia porta, però, a sentirsi insufficienti, minoritari rispetto a certe situazioni o soggetti, e da qui un’azione e una vita dedicate al superamento, alla scalata sociale ed economica. Si aggancia all’invidia, ovviamente, la voglia dello stupire e come conseguenza la spettacolarizzazione di quasi tutte le attività umane.
            Naturalmente, l’invidioso ha tutta una sua filosofia, generata per coprire e travestire questo sentimento, attraverso proposizioni e giustificazioni socialmente accettabili. Ne conseguono certe filosofie sull’utilità, sulla necessità, sull’emulazione, sull’uguaglianza, sul bisogno di condivisione, dell’espressione intima come panacea di tutti i mali e via dicendo, celando sotto tuttavia ben altri intenti.
            D’altro canto, c’è chi, in posizione di potere e dunque anche di successo, si trova a dover rispondere a tutti gli attacchi che gli vengono dagli arrivisti, gli invidiosi che vogliono abbattere e sostituirsi alle loro posizioni. Ne segue una sottile competizione sociale, che conduce a costruire armi esistenziali ed economiche sempre più sofisticate, sempre più evolute, sempre più incisive, per chi gioca in attacco e per chi gioca in difesa.
            Superata la soglia di sopravvivenza, l’uomo comune produce e consuma in quantità sempre crescenti prodotti simbolici. Prodotti che, in definitiva, lo rappresentano e lo lanciano in questa competizione forsennata e senza una conclusione (al riguardo, è utile consultare Alexis de Tocqueville, La Democrazia in America - 1835). Peraltro, da una parte si desidera la pace ed il Paradiso, ma dall’altro non si rinunzia alla competizione. Insomma, c’è chi vorrebbe un sistema diverso, ma tuttavia non è disposto rinunciare all’invidia o accettare le proprie debolezze. Oggi, non ci si alimenta, ma si degusta, non ci si veste, ma si indossa, non si abita, si risiede. Ecco, le residenze, i look, le alchimie edule e le varie orpellerie da ostentare o commentare con vanto.
            E così la spinta dell’insufficienza generata dall’invidia apre le porte allo sviluppo e dunque, al consumo crescente, alla produzione, ed in definitiva, all’occupazione ed al lavoro. Tutto, dunque, centrato sul senso dell’insufficienza e della voglia di superare il prossimo..
            Per concludere, alcuni, sin da tempi insospettabile, parlano di sana competizione per evitare le degenerazioni, ma nessuno sa tracciarne i confini da non valicare. Forse, l’unica alternativa che si pone all’avere una “sana competizione” che potrebbe essere centrale nella politica di oggi, è il rispetto delle regole condivise, siano esse leggi siano esse prassi comuni. Ed in questo l’Occidente, forse, ha perso il senso dello sviluppo e il senso della crescita, che stanno avvenendo in maniera disordinata e convulsa, con effetti probabilmente devastanti sul piano dell’ecosistema e dell’esistenza in sé.

Mauro Ragosta

Articolo apparso su Paisemiu nel marzo del 2015

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